La vita: un viaggio di scoperte

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La vita: un viaggio di scoperte

Tutti i contorni della vita hanno un colore, seguono una retta di cui non conosciamo il tragitto.
Mi avvolgo nella coperta di pail che la nonna mi ha regalato, stringo tra le mani una tazza di cioccolata calda e penso all’incredibile incertezza di ciò che sarà.

Sono inerme davanti al nulla, guardo ma non osservo, ascolto ma mi accorgo che sono solo voci indistinte.
Io… non ero così.
Ricordo bene la mia linfa vitale, il mio esserci sempre, il mio vivere; invece, ora mi sento assente.
Allungo le mani, prendo il telecomando e accendo la tv pensando ancora a ciò che sarà.
Era tutto più semplice prima.
Lascio cadere soffice e calde lacrime mentre la mia mente ricorda il momento più felice; ero così soddisfatta, sapevo cosa volevo e come arrivarci.

«Ancora una» urlo alla mia migliore amica, mentre lei si affanna a lanciare una palla alta che io poi schiaccerò.
«Ancora» le dico, espressione che ripeto per dieci volte instancabilmente, finchè non vedo lei accasciarsi sfinita.
«Tu… Tu… sei pazza!» esclama senza fiato, ma nulla mi tocca di più perché per me è vita sentire il pallone sbattere contro la mia mano mentre mi stacco da terra il più velocemente possibile.
Non c’erano mai stati dubbi, sarei diventata una pallavolista professionista, mi serviva solo un’occasione e forse per miracolo, coincidenza o fortuna, proprio durante un mio allenamento qualcuno aveva notato il mio potenziale.
Oddio, non potevo ancora crederci .
La mia vita stava cambiando davvero tanto.
Stavo vivendo un sogno, il mio.

Erano due ore che Lola ed io ci allenavamo, ma domani avrei avuto la mia prima partita importante e dovevo farlo, ne avevo bisogno.
«Spaccherai di brutto» afferma lei sorridendo mentre mi spintona prendendomi in giro e mi riprende per alcuni punti consigliandomi le migliori strategie.
E’ stata la mia sostenitrice numero uno, potevo non crederci, pensare di non farcela ma lei non avrebbe mai dubitato di me.
Raccolgo le mie cose e silenziosamente mi avvio verso casa.
La sveglia suona ormai da dieci minuti, allungo il braccio, la spengo e rimango a letto al calduccio.
Chiudo gli occhi e inizio dei piccoli respiri.
Nell’esatto momento in cui lo faccio, sento l’odore del caffè appena pronto, delle crostate della nonna e dell’intera colazione che la mia famiglia mi prepara ogni volta che ho un evento importante.
Mi decido ad alzarmi, ancora con gli occhi  impasticciati dal sonno, arrivo in cucina e vedo la gioia nei loro volti e non posso fare nulla per non sorridere anch’io.

Susseguono abbracci, qualche lacrima, baci e complimenti; sono fieri di me, il duro lavoro ripaga.
Tuttavia lo sapevano, così una volta seduta al tavolo mi lasciano sola. Era una regola.
Non so se era per scaramanzia, ma l’avevo sempre fatto e non avrei smesso di sicuro oggi.
Faccio una leggera colazione nonostante tutte le prelibatezze che ci sono a tavola, stamattina devo rinunciarci.
Torno in camera e sento la porta di casa chiudersi, così nel completo silenzio inizio il mio rituale pre partita.

A colazione è stata l’ultima volta che li ho visti, eppure quando entro in campo non posso fare a meno di alzare gli occhi verso le tribune per cercarli.
«Forza Mona» urlano in coro mamma, papà, nonna e Lola.
Ricambio con un grosso sorriso, sistemo la divisa da capitano e inizio il riscaldamento.
E’ la mia prima partita da capitano, il primo giorno delle eliminatorie per partecipare al campionato mondiale.
Sono euforica, non riesco nemmeno a spiegare il turbine di emozioni che sento, ma nulla in confronto al dolore che arrivò a metà partita.
Avevamo vinto due set e stavamo per prenderci anche il terzo quando all’improvviso sento un crack, un dolore, un lampo…mi accascio e mi accorgo che tutti mi guardano sconvolti.
Ricordo bene le loro espressioni, non potrò più dimenticarle così come non potrò dimenticare i giorni a seguire.
«Ma non era così grave. Ho giocato quasi per un’intera partita» affermo furiosa al dottore, mentre lui tenta di spiegarmi che non avrei potuto più giocare.
«Signorina, non le sto dicendo che non può più camminare, ma solo…» prova cauto lui mentre lo guardo con i miei occhi nero pece.
«No, è vero. Mi sta dicendo che non potrò più giocare» completo la sua frase con veleno, lasciando accigliati i miei genitori.
«Era meglio se mi avesse detto che non avrei potuto più camminare» affermo poco prima di cacciare tutti via dalla stanza, mandando tutto a quel paese.
Mona Pike aveva finito di esistere.

Scosto i capelli che si erano appiccicati al viso bagnato, tiro su con il naso e osservo ciò che mi circonda.
Ero sempre io, ma con il cuore a pezzi e i sogni distrutti.
Un intervento, mesi di riabilitazione, cure infinite e nulla era tornato come prima.
Ricaccio indietro la rabbia che preme di uscire e penso a ciò che avrei dovuto fare.
La mia vita era perfetta, sapevo esattamente dove mi sarei trovata tra cinque anni, il lavoro che avrei dovuto fare per arrivarci; ma adesso, seduta sul divano, non so che direzione far prendere alla mia vita.
Non so più nemmeno cos’è la mia vita.
Non posso più giocare a pallavolo, ciò che ero e che mi rappresentava non esiste più o meglio, non esiste più una giocatrice di nome Mona Pike. La mia vita è sfumata come un arcobaleno di pochi minuti e mentre guardo gli altri andare avanti io faccio dieci passi indietro.
«Tra vent’anni sarai più deluso dalle cose che hai fatto che da quelle che non hai fatto» e mi volto verso la tv, non ricordando nemmeno che fosse ancora accesa.

Quella frase aveva attirato la mia attenzione e forse anche stavolta il fato stava arrivando sulla mia strada.
«Sei stressato? Ti senti in gabbia? E allora che vuoi fare?»
Beh, sono tutte domande che mi pongo, le stesse cui non so dare una risposta, fin quando non vedo una cartina con decine di città evidenziate e allora i miei occhi si illuminano.
Spengo la tv e prendo la mia decisione.
Non so ciò che voglio nel futuro, ma so sicuramente come migliorare la mia vita e  in quel momento mi sento viva come non succedeva da mesi.
«Non preoccupatevi per me. Io sto bene ma ho bisogno di riprendere fiato, di capire cosa voglio.
Vi chiamerò, vi scriverò, ma vi prego… non chiedetemi di tornare».
Butto giù quattro parole, appendo il biglietto al frigo di casa, preparo una valigia mista di vestiti e cose essenziali ed esco da casa.
Ogni colore sembra più luminoso, mentre il taxi sfreccia fra le strade affollate di Milano abbasso il finestrino e respiro a pieni polmoni l’aria che sa di libertà.

Certo, un minuto dopo penso che sia una follia, ma sento il cuore battere all’impazzata, le gambe voler scendere e correre, gli occhi lucidi per l’emozione di quell’avventura che, anche se non mi porterà indietro con ginocchiere e pallone, mi permetterà di riprendere in mano la mia vita.
Fuori è un caos, ci sono file di macchine, gente che scende, che corre e… Nessuno che si ferma a domandarsi se ciò che fa lo vuole davvero.
Il primo errore che si commette è proprio questo.
Mi fermo a riflettere e per la prima volta mi do della stupida perché ho dato troppe cose per scontato, soprattutto la mia vita nella pallavolo, ma avevo un sogno e avrei fatto di tutto per raggiungerlo e perseguirlo fino all’estremo.
Così mentre stringo a me lo zaino, gli occhi mi cadono sulla valigia al mio fianco e solo in quell’attimo, poco prima che il taxi si fermi davanti all’imponente struttura dell’aeroporto di Milano, ricordo che non ho una destinazione.

L’autista sorride, mi guarda e mi sento spogliata di ogni cosa, ma nei suoi occhi vedo la vita e così, una volta chiuso lo sportello, mi dico che è ciò che sto cercando.
Con lo zaino in spalla e la valigia nella mano mi incammino verso la mia avventura.
Il mio viaggio sta per iniziare.
Osservo con attenzione la gente che mi circonda, mi lascio percorrere la schiena da brividi e dall’intensa voglia di scoprire il mondo.
«Ha bisogno di aiuto?» mi domanda una hostess carina ma apparentemente stanca.
«Si, grazie. Non le farò perdere tempo» affermo e d’un tratto il suo sorriso si espande, consapevole che per una volta non avrebbe avuto grane.
«Mi può dire il primo volo che parte?»
Mi guarda con occhi strani, mi scruta cercando di capire ma niente di fisico potrà rendere chiara la verità.

Sono solo una ragazza che vuole viaggiare o almeno è quello che sembro al di fuori.
«Mi lasci controllare e… Sì, allora, il primo volo parte tra un’ora ed è diretto ad Atene».
La ringrazio e corro a fare il biglietto; dopo aver passato i controlli, sento che il cuore sta per esplodere.
“Oddio! Non ci posso credere. Lo sto facendo davvero” affermo mentalmente, mentre osservo di sottecchi la gente che attende il proprio volo e mi sento… parte di qualcosa.
Sono pronta a partire, eppure mentre percorro il corridoio per salire sull’aereo esito, voglio tornare a casa.
Sì, lo ammetto: ho paura. Mi guardo un attimo indietro e mi accorgo che nulla mi lega, sono solo io con la voglia di riprendere in mano la mia vita.
Dopo tutto il duro lavoro, le rinunce che ho fatto, i sacrifici di ogni giorno, il vuoto…
Adesso non voglio avere rimpianti.

Ormai non ricordo più com’è iniziato o ciò che ho perso.
Ho viaggiato molto, ho conosciuto paesi, culture, usanze, persone e mentre sono sul viaggio di ritorno penso all’importanza di ogni momento che ho vissuto.
Ho ritrovato Mona Pike, ho ritrovato me stessa.
Viaggiare mi ha fatto sentire nuovamente viva.
Ogni città, ogni persona, ogni angolo nascosto sembrava essere lì per me.
Avevo gli occhi così pieni che non potevo chiuderli e più li spalancavo, più m’illuminavo.
Pensavo che nulla più della pallavolo potesse completarmi, ma ho avuto la fortuna di capire che mi sbagliavo.

Nord, sud o centro, non m’importava dove fossi nè quale direzione avrei preso; volevo soltanto perdermi in quella vertiginosa bellezza che erano i luoghi che visitavo, i piatti che assaggiavo, le persone che incontravo e le meraviglie che vivevo.
Al ritmo di questo viaggio che sta per finire, io non vedo l’ora di ritornare perché ora lo so.
Amo la mia vita.

Katia Ferrante

Spazio d’autrice:
Eccomi di nuovo, stavolta però è una breve storia, diciamo che sono più nel mio ambiente. Sì, perché è un genere che io adoro, e poi parla di viaggi altra cosa che amo fare, ma che non faccio tanto spesso e poi… Beh, Mona la mia protagonista è o meglio era una giocatrice di pallavolo. Eh… sì, è uno sport che amo, anche se non ho potuto svolgerlo come avrei voluto, perché… sapete, lì, in quella storia c’è anche un po’ di meno. Oh, nulla di così drammatico, ma mi sento parte di essa.
Da dove nasce questa storia?
Sinceramente non lo so nemmeno io, ho letto il tema – che era viaggi, una sfida lanciata su facebook- e poi… puff come per magia è comparsa questa idea, questa voglia di scrivere di un viaggio che non solo era interiore, ma anche nel vero senso della parola e del suo significato.
E’ un tema grande e vasto, spero di non essere uscita fuori tema e… ho messo il cuore per questo piccolo racconto perché… E’ stato così bello allontanarsi un attimo e scrivere ciò che in quel momento volevo che fosse.
Spero che vi piaccia, che vi abbia fatto sognare un po’ e che… abbia messo un po’ di pepe in questa storia.
Ringrazio come sempre mia cugina, mia sorella, le mie amiche e tutti coloro che mi supportano, chi con le recensioni e chi passa silenziosamente.
Grazie ad ognuno di voi e… Spero davvero che questa storia vi piaccia.

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Katya Ferrante
Katya è una ragazza semplice, siciliana e di 24 anni che ha tanti sogni e che spera un giorno di riuscire a realizzarne almeno qualcuno. Sogna l’amore -quello vero- come nei film dove tutto è possibile e forse anche un po’ ingenuamente crede ancora nel principe azzurro. Vive di libri, musica, film e serie tv. I libri perché l’hanno cresciuta e sono il suo posto sicuro dove cerca conforto ogni qualvolta ne ha bisogno. Non ama i generi gialli e thriller, legge pochi classici, ma in compenso ama tantissimo i romanzi rosa, le storie d’amore e il fantasy e la stessa cosa vale per i film. Per quanto riguarda la musica non ha un genere preferito, ma a due sue rocce: Laura Pausini e Lea Michele, ascolta le sue canzone fino allo svenimento, cosa che l’hanno aiutata a superare vari momenti della sua vita. Il suo sogno più grande sarebbe quello di diventare una scrittrice e di viaggiare, in particolar modo andare in Australia, Canada e New York. Si considera una cioccolattinomane pur se va in contrasto con ciò che pensa del suo corpo, infatti ne mangia meno di quanto vorrebbe. E, infine non perché meno importante è una telefilm addicted, avete capito bene! Segue tantissime serie tv, forse più di quante ne ha viste concluse e ama passare il suo tempo libero nei misteri, nelle storie d’amore – d’amicizia, nel sovrannaturale e in quei mondi che sono molto lontani dal suo. Ha iniziato il suo periodo da telefilm addice con Streghe, The OC, Gossip Girl, Glee e poi sono arrivati The vampire diaries, The Royasl, Arrow, la saga di Chicago ( Fire- Med- PD), Grey’s Anatomy per giungere a serie italiane come Braccialetti Rossi, Un medico in famiglia, L’onore e il rispetto o straniere spagnole come Velvet, Il principe e altre mille serie che la tengono incollata allo schermo del pc più di quanto dedicata alla sua vita sociale.