La verità di Trampaldò

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La verità di Trampaldò

Re Trampaldò del tiranno avea tutto…
un corpaccio possente e un grugno asciutto
poi, un indole rozza ma assai ferma
per non dir… che buon tirator di scherma!
Ei appariva com’ogni sovrano
tronfio, arrogante e oltremodo pacchiano
ma lo distinguea una frangia assassina
ed una bocca a cul di gallina.
Un certo dì, d’un autunno inoltrato
venne al suo soglio un lontano legato.
Pare che fosse ambasciator d’Ungheria
ch’iva implorando più ecologia.
Ma ‘l re, ch’ovunque vedea complotti
togliendo il sonno a molte sue notti,
diffidava pur’anche di se stesso
e dell’immagine sua di riflesso.
E fu così, ch’a quel messo magiaro
gli fu preparato un miscuglio al curaro…
ma non p’ammazzarlo, per carità!
sol per estirpargli la verità.

Solo ch’accadde per qualche cagione
forse indotta dalla divin giustizia,
forse dal caso c’ha assai perizia,
ch’a trangugiar la perfida pozione
non fu l’ignaro e buon ambasciatore
ma’l re con sete da dittatore.
Tutti s’accorser ch’era assai tardi
quando’l suo arco avea emesso tre dardi.
Il primo fè centro dov’egli era forte
e ove ingrassava la sua degna corte;
prese favella co’n colpo di tosse
e tutte le membra ‘l pensier lo scosse:
“Fia buona cosa tacciar le fucine
per quel lor fumo c’anneran l’arie
manco se fosser carbon di cucine
ch’ardon per cuocer carni e cibarie”
Ma nulla a confronto con il secondo
che arrivò ancor più nel profondo.
Niente di meglio potè Trampaldò
per innaffiare la gola già arsa
che lo scolarsi la coppa in un sorso
come se fosse il migliore bordeaux
e sì svelare metà della farsa.
Poscia seguì col suo bel discorso:
“…e puranche va bandita fin da ora
quella fanga così tetra e oleosa
ch’avvelena acqua e mari senza posa
come fosse la più ria mota gora”
non fu tanto il lemma ricercato
che lascò i suoi compari di stucco
ma Trampaldò a sembrar meno brutto
certamente per essersi sgarvato
del peso che procura la menzogna
e di come ci si sente da carogna.
Ma divenne un bellissimo angioletto
nel lanciare il suo ultimo stiletto;
Con una piroetta su d’un piede
abbracciò idealmente tutti quanti
ricchi, poveri, li diavoli e li santi
e abiurò saggiamente la sua fede
“…ma più di tutto andrebbe soppresso
il più subdolo e vile d’ogni eccesso,
quel vermaccio che in tutti s’insinua
e non si ferma al cuore, ma continua
scava l’anima, il corpo e pur le ossa
fino a che quella somma non s’ingrossa.
La sua testa ha parvenze di moneta
che lusinga come un guanto di seta,
la sua coda alla brama assomiglia
ch’ovunque s’appiglia, tutto si piglia,
il suo corpo stringe forte e avviluppa
come ‘l Kraken con un’esile scialuppa,
il suo verso pare un canto di sirena
che sol dopo svela quant’è oscena.
Or, tra la corte, un dubbio serpeggiò…
di qual mostro parlasse Trampaldò;
v’era un conte venuto da Colonia,
che parlò d’un serpente in Amazzonia
ch’ogni essere, ogni cosa e ogni villaggio
cedeva sì di schianto al suo passaggio;
e ad un potente barone d’Ajaccio
gli sovvenne ch’al polo, sotto al ghiaccio
si muoveva un bruco sì rovente
da squagliare un intero continente,
e una vecchia e boriosa principessa
soteneva che nel porto di Odessa
fu avvistata una tremenda murena
fors’anche più grossa d’una balena
che nel ventre serbava un grasso inchostro
con il quale oscurava mari interi.
Dai racconti della dame dei messeri
venne fuori l’immagine d’un mostro
che trovò più degna corrispondenza
nell’umana miseria e decadenza
partorita dalla sua avidità
ma celata da un’abietta falsità.

Opera depositata e registrata.

Alessandro Genovese 

 

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