La Straniera

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Claudia Durastanti
La straniera.

Un libro di cui si sta discutendo, orse perché è stato candidato allo Strega o perché riscontra pareri contrastanti.

“Mio padre e mia madre si sono conosciuti il giorno in cui lui ha cercato di buttarsi da ponte Sisto a Trastevere». Così inizia La straniera. Un attacco efficace. Ma anche per la prosa si può ripetere quello che si dice accada con la poesia: a volte il primo verso è un regalo della fortuna, il problema è come andare avanti. In questo caso, la rievocazione dell’episodio del salvataggio si conclude così: «Il giorno dopo, quando era uscita dal portone della scuola insieme alle amiche, lo aveva visto appoggiato a una macchina che non era la sua con le braccia incrociate, e in quel momento aveva capito di essere spacciata. Ho sempre invidiato l’espressione mistica e funesta con cui lo racconta, sempre stata gelosa di quell’apocalisse».

La Durastanti non è un’esordiente, è al suo quarto libro (non ho letto i primi tre); ha la padronanza del ritmo della prosa, la capacità di animare i periodi calibrando le scelte lessicali, propone tante analogie, insomma un buon rapporto col linguaggio, anche se a volte è pure troppo. Ciò non rende la lettura sempre scorrevole.

Un’autobiografia scritta a un’età relativamente precoce, ma giustificata dalla singolarità del percorso vissuto. L’autobiografia, afferma l’autrice a un certo punto, è «la bastarda dei generi letterari, perché abbassa la soglia: è in mano a rifugiati, donne, disabili sopravvissuti all’Olocausto, sopravvissuti a qualsiasi cosa». Che lei si riconosca in questa definizione non c’è dubbio. Ebbene, uno degli insegnamenti cruciali della madre è che «anche da soli si sopravvive, ed è questo che temiamo di più […] scoprire che davvero, da soli e distanti, sopravvivremo lo stesso».
Tuttavia l’impianto tematico (anziché cronologico) dell’indice suggerisce anche un’idea diversa: quella d’una sorta di auto-etnografia, che compensa e corregge la tentazione della confessione. E ciò nonostante i titoli delle sei parti – Famiglia, Viaggi, Salute, Lavoro & Denaro, Amore, Di che segno sei – appaiano poi negli occhielli in dimensione ridotta, quasi volessero nascondersi dietro alle epigrafi. Tutte ben scelte, per parte loro, e tutte di scrittrici (Emily Dickinson, Ursula K. Le Guin, Virginia Woolf, Lorrie Moore, Antonella Anedda, Jean Rhys): dettaglio che pure avrà una sua pertinenza autobiografica.

La generalità quasi trattatistica dei titoli delle parti (almeno delle prime cinque) trova riscontro nei titoli dei capitoli.
A caratterizzare l’esistenza della protagonista sono due elementi: l’avere entrambi i genitori sordi, e l’essere cresciuta un po’ in Italia e un po’ in America. Ma bisogna precisare. Oltre ad essere sordi, i genitori sono abitati, ciascuno a proprio modo, da una propensione all’impulsività, alla marginalità (né l’uno né l’altra ha mai voluto apprendere il linguaggio dei segni), che li porta a vivere all’insegna d’una precarietà sbilenca, d’una febbrile inoperosità, associata nel padre a una tendenza all’improvvisazione arrischiata, a volte aggressiva, nella madre a una trasognata vena di saggezza. Controversa fin dall’inizio, la loro unione è destinata a fallire, ma rimarrà un sotterraneo legame, che chiamare «amore» sarebbe un’arbitraria semplificazione («L’amore fra sordi non esiste, è una fantasia da udenti»). Ma di persone con queste caratteristiche ce n’è anche tra i normodotati.

Poi, l’America: dopo la nascita del primogenito i genitori decidono di raggiungere dalla Basilicata, il resto della famiglia materna a New York, o meglio a Brooklyn. Quando la protagonista ha sei anni i genitori si separano, e la madre torna con i due figli in Italia, nella Val d’Agri, pur seguitando a trascorrere le vacanze oltreoceano. D’acchito, la distanza fra l’America e la Basilicata parrebbe vertiginosa, ma la bambina ha un’impressione diversa: «a me pareva di stare in un posto simile al New Jersey dove abitava mio zio Paul, un luogo di rotonde e strade laconiche privo di centro».
La straniera è in primo luogo la storia di una formazione, in cui hanno un posto privilegiato i familiari; nonna Rufina e nonno Vincenzo e i vari zii. Oltre ai genitori, grande importanza ha il fratello, cui la protagonista deve molto anche in termini di apprendimento linguistico: « mi rendo conto che la prima lingua che ho parlato è stata quella della prima persona che ho amato: l’italiano di un ragazzino di sei anni più grande di me, melodico e privo di intoppi, difeso con ostinazione quando nessuno attorno a noi lo parlava senza un’inflessione pesante, in una regione in cui l’uso del dialetto coincideva con la cittadinanza».
In secondo luogo, La straniera contiene un discorso sulla disabilità dai connotati fortemente originali, che nulla concede a edificanti luoghi comuni. Per altro sono molto interessanti, ed esulano dal romanzo in se, le considerazioni e gli studi che ha fatto sul suono ed il silenzio, come contributo alla voglia di capire meglio la sordità. Inoltre – e lo dice il titolo – questo libro è anche una riflessione sull’essere straniero, condizione suscettibile di molte declinazioni diverse.

Straniera è la figlia di emigrati a Brooklyn, americanizzati in maniera approssimativa e esposta agli stereotipi; straniera è la rimpatriata che in Basilicata mescola inglese e italiano e ignora il dialetto; straniera la giovane laureata in antropologia, ora giornalista, che si trasferisce a Londra .
Esiste insomma un’accezione estesa del termine «straniero» che potrebbe riguardare ciascuno di noi.
La figura della protagonista emerge in maniera graduale, quasi svincolandosi a fatica dal bozzolo dello scombinato ambiente familiare di origine. Un ruolo decisivo nella sua maturazione è svolto dalle letture; fin dall’infanzia, dimostra una vera vocazione di lettrice. Ma numerosi sono anche i riferimenti a canzoni, film, telefilm, con una notevole varietà di autori e di generi.
Il punto d’arrivo, inevitabilmente provvisorio (per di più in tempi di Brexit), è una Londra difficile e molto personale. Una città carica di storia – il primo alloggio è legato ai nomi. A Londra, i primi luoghi che la protagonista dichiara di aver amato davvero sono un cimitero (l’Abney Park Cemetery), un cinema (Rio) che proiettava vecchi film anche alle due di notte, e una pista per skateboard (lo Stockwell Skatepark). Come dire: una Londra atipica, dove per altro vive una storia d’amore che sembra volgere al termine.

Nel complesso è un libro impegnativo, la scrittrice non segue un filo logico, ci sono flashback continui, ma come già detto non ci sono luoghi comuni. E’ un libro originale, secondo me merita di essere letto.

Anna