La storia di Zivi e Giulia tra amore, shoah e sionismo

0
980

L’8 settembre del 1943 fu un importante spartiacque per la storia italiana, lo sbarco degli alleati anglo-americani in Sicilia tagliò in due l’Italia, un meridione presto libero ed un centro-nord ancora in mano ai tedeschi ed ai repubblicani di Salò. Fu proprio alla vigilia del Natale 1943 che nel piccolo borgo marinaro di Santa Maria al Bagno di colpo la vita cambiò.

Questo piccolo lembo di paradiso con piccole case di pescatori e ville liberty viene scelto dalle autorità militari inglesi insieme a Santa Maria di Leuca e Santa Cesarea Terme per divenire il campo n. 34 che doveva ospitare gli scampati dei vari esodi che la seconda guerra mondiale aveva creato in un Europa che bruciava letteralmente dopo anni di guerra.

La notte del 27 dicembre del 1943 decine di camion parcheggiarono nella piazzetta sul lungomare. Trasportavano un numero imprecisato di profughi slavi, sfuggiti da quella guerra in cui gli stessi italiani erano stati protagonisti in terra loro come nemici, fu questo forse uno dei motivi che fra le due parti non scattò nessuna solidarietà e prima che la coabitazione creasse danni ad alcuno, gli stessi profughi dopo pochi mesi furono trasferiti in altri luoghi. Alcune settimane dopo nella stessa piazza, arrivarono molti più camion del 27 dicembre 1943.

Questa volta da sotto al tendone dei camion uscirono migliaia di profughi ebrei. Presto gli abitanti di Santa Maria si resero conto che nei nuovi profughi c’era qualcosa di diverso. I profughi slavi avevano lasciato macerie ed odio, molte case nelle quali erano stati ospiti erano state danneggiate e deturpate. Ancora nessuno sapeva cosa fosse successo nel cuore della civilissima Europa, campi di sterminio, un olocausto che si venne a sapere solo quando l’armata rossa che avanzava si trovò il 27 gennaio 1945 davanti al campo di sterminio di Auschwitz rivelando l’orrore del genocidio nazista. Gli occhi impauriti, il modo di fare, di questi nuovi ospiti era diverso, le due parti dovevano vivere su quel pizzico di terra bagnata dal mare, dal sole, al centro del mediterraneo e lo fecero per quei pochi anni in armonia. Così il baratto divenne un momento di scambio dove tutta l’umanità degli esseri coinvolti si esprimeva attraverso il porgere all’altro quello che uno aveva senza parole, i salentini del borgo marinaro offrivano il proprio pescato, che veniva scambiato con pane, carne e cioccolata che gli ebrei avevano a disposizione nel campo gestito dai militari inglesi.

L’Unrra vale a dire ” United Nations Relief and Rehabilitation Administration ” fu un organizzazione internazionale con sede a Washington, istituita il 9 novembre del 1943 per assistere economicamente e civilmente i Paesi usciti gravemente danneggiati dalla seconda guerra mondiale.

Questa organizzazione assunse per la gestione del campo centinaia di abitanti di Santa Maria al bagno e Santa Caterina le due marine di Nardò facenti parte del campo n. 34, molti quindi poterono finalmente portare dopo tanto tempo uno stipendio in famiglia. Gli ebrei, come sempre molto attivi cominciarono a commerciare in prodotti che compravano all’ingrosso nei tanti mercati di Lecce e provincia. Per la prima volta a Santa Maria si vide una lavanderia, una rivendita di tabacchi ( anche se clandestina) un negozio di abbigliamento.

Un locale della piazzetta fu adibito a Sinagoga e agli ebrei fu concesso perfino di costituire un gruppo di polizia interna. Questo clima di tolleranza favorì i rapporti tra i profughi e la popolazione locale. Presto ritornò anche la voglia di ridere e divertirsi come non si faceva da troppi anni.

Ancora nella memoria dei pescatori, ormai in pensione di Santa Maria ci sono le combattute partite di calcio, in triangolari tra italiani, ufficiali inglesi e resto del mondo vale a dire i profughi ebrei. Le feste al circolo cittadino “Due Marine” o al circolo ufficiali “Ave Mare”, erano occasioni per poter ballare e stringere amicizie ed in alcuni casi anche innamorarsi, tanto che in meno due anni furono ben 400 i matrimoni celebrati nel campo 34. Tra le tante storie d’amore vorrei raccontarvi quella di Zivi Miller, profugo rumeno di origine ebraica e la giovanissima neretina Giulia My. Zivi Miller gestiva una piccola lavanderia, un lavoro che poteva servire a fare qualche soldo e magari sgombrare anche la mente dai suoi foschi ricordi. Di lui, gli abitanti di Santa Maria e i suoi stessi compagni, sapevano veramente poco. Zivi Miller aveva imparato in fretta l’italiano, dopo tutto non era tanto diverso dalla sua lingua madre che era il rumeno. Anche per questo nel campo fu dal principio uno degli ospiti più ricercati.

Ma il terribile passato di Zivi era un segreto di cui non parlava con nessuno, in quei momenti in cui i cattivi ricordi riaffioravano alla mente. Gli bastava allontanarsi di poche centinaia di metri e chiudersi in una casupola alla periferia dell’abitato, lontana anche dal mare che con il suo sciabordìo incessante calmava il suo animo pieno di inquietudine, lì in quella casupola abbandonata si isolava e dava sfogo a pensieri e progetti che nessuna conosceva tranne la bella e giovanissima aiutante di lavanderia, la giovane vicina di casa, occhi grandi e sognanti, un fisico ancora non ben definito per la sua giovane età. Giulia era una dei 15 figli di un pescatore di Santa Maria. Zivi l’aveva assunta per avere un aiuto in lavanderia ma lei non solo lo fece innamorare ma anche sognare una nuova vita, dopo gli orrori della guerra. Solo a Giulia, Zivi, era riuscito a raccontare della sua vita a Bucarest, di Olga, la moglie che gli aveva donato un bambino, Leon. Solo a lei riusciva a raccontare gli orrori di Auscwitz, la sua famiglia liquefatta, sparita, cancellata da mani crudeli che gli avevano ammazzato le due persone che amava di più al mondo. Giulia e Zivi organizzarono così una delle “fuitine d’amore ” più brevi che si conoscano, a Giulia bastò attraversare quel breve tratto di strada che divideva la casa della sua famiglia con la lavanderia per entrare nella vita di Zivi. Il padre sconvolto dall’accaduto ripudiò inizialmente la figlia, poi perdonata solo quando i due si sposarono civilmente presso il municipio di Nardò. Giulia non solo sposo Zivi, ma accolse l’idea sionista del marito, cioè quella del ritorno nella ” Terra Promessa “.

Il Sionismo nato alla fine del XIX secolo divenne per molti di questi scampati un ideale da raggiungere, cioè sinteticamente per molti di loro si fece pressante ritornare in Palestina, la terra promessa dal loro Dio, da dove mancavano da molti secoli e la costituzione di un nuovo stato ebraico in quella terra. I due fecero un primo tentativo di raggiungere la terra di Abramo partendo in nave da Metaponto, la nave fu intercettata dalla marina reale inglese quando ormai all’orizzonte si stagliavano i monti della penisola del Sinai. Poche decine di chilometri dalla costa dell’agognata Palestina, furono così costretti a vedere allontanarsi da quella terra tanto attesa. Ad accoglierli questa volta non c’erano le facce sorridenti di Santa Maria ma il filo spinato di una campo di accoglienza di Cipro. Fu lì che gli inglesi parcheggiavano gli ebrei partiti senza il loro via libera alla volta della Terra Promessa. Fu lì che Giulia e Zivi trascorsero sei mesi difficili prima di potersi rimettere in viaggio verso il futuro. Quando arrivarono finalmente a raggiungere il loro obiettivo, la Terra Santa si chiamava ancora solo Palestina. Giulia e Zivi vissero da vicino la fondazione dello Stato di Israele nato tra la fine del 1947 ed il maggio del 1948. Sulla propria pelle subirono tutte le traversie di un conflitto ancora non risolto. Zivi continuò a fare il suo vecchio mestiere di pittore e per arrotondare si arruolò nell’esercito israeliano. Giulia mise al mondo due figli. La Terra Promessa si rivelò con loro meno generosa di quanto entrambi avevano sperato, chi li conosceva bene, racconta oggi che i due forse non rimpiansero mai la scelta di inseguire il loro sogno. Certo, per entrambi fu difficile abbandonare Santa Maria. Quel piccolo paesino di pescatori dove Giulia era nata e Zivi rinato. Già, perchè Santa Maria diede tanto a questo giovanotto venuto dalla Romania.

Ma Zivi seppe contraccambiare lasciando a tutti i cittadini di Santa Maria un prezioso regalo sul muro di una casetta abbandonata. Questo dono fece dimenticare a Zivi l’orrore dei lager ed attraverso la pittura, come sempre per lui gli consentì di raccontare non la guerra, Auscwitz, ma il lungo viaggio fino al Sud dell’Europa a Santa Maria. Tutto era cambiato per lui in pochi anni ma a Zivi sembravano essere passati secoli dall’ultima volta che era riuscito a prendere in mano un pennello e a lasciarsi andare. A cento metri dalla spiaggia, poco dopo la schiera della case di villeggiatura dove gli ebrei erano ospitati, cominciava già la campagna.

Adesso dopo gli orrori nazisti con gli occhi vedeva ogni giorno il mare cristallino del Salento, i sorrisi sui volti dei suoi compagni, il suo nuovo amore, la piccola Giulia. Non aveva una tela su cui disegnare e disegnò con quello che aveva lì sulle pareti della casetta i suoi nuovi sogni, le aspirazioni. Zivi semplicemente non raccontò gli orrori che aveva visto pochi anni prima, non disegnò il passato, ma scelse di andare avanti. In quella casetta ci lasciò in eredità la speranza e le paure di tutti quelli come lui che malgrado tutto erano sopravvissuti all’Olocausto. Speranze e paure che per tutti loro aveva un solo nome: Israele. Quella terra per i sionisti così bramata, aspettava di accogliere gli ebrei dopo la diaspora. La Terra di cui si parla nelle Sacre Scritture e che ancora principio di attrito in quell’area del mondo. Nardò è stata insignita della Medaglia d’Oro al Merito Civile dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il 27 gennaio 2005, nel giorno della Memoria.

Tutta l’Italia scoprì quel giorno questo esempio di tolleranza e integrazione, ignorato fino a pochi anni prima dagli stessi residenti del posto. Le telecamere di tutta Italia arrivarono a Santa Maria per riprendere quella casetta dove una volta erano custodite i murales di Zivi ma trovarono un rudere pericolante e abbandonato. Oggi staccati dalla parete, i tre grandi murales insieme ad altro materiale raccontano la loro storia all’interno del Museo della Memoria e dell’Accoglienza di Santa Maria al bagno, non distante da quella casupola pericolante ma ancora in piedi, che racconta una storia fatta di accoglienza, amore, perdono, un umanità che dobbiamo riprenderci per non ripetere gli stessi errori.

Raimondo Rodia

* Le foto a corredo dell’articolo sono prese dal web.