La rubrica meno letta?  La mia! Festival di Sanremo, quando la musica non basta

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Benvenuti alla rubrica meno letta, la mia.

In questi giorni di inizio marzo oltre al grande vip del momento il coronavirus, e già quello avrebbe bastato, si parla del Festival di Sanremo che, come ogni anno, diventa argomento di discussione e questo da una parte può anche far piacere, perché per un po’ parlare di qualcosa di così noto nella nostra vita, dà quel senso di normalità che in questo periodo manca a tutti.

Per cui ben venga distrarsi, sbizzarrire i pensieri, arrovellarsi il cervello sul perché e per come si scelga di buttar via tutto questo denaro utilizzandolo per qualcosa di cui sinceramente per un anno si poteva farne a meno, ma Dio denaro è sempre più forte del Dio buon senso.

Detto questo, facciamo un lungo passo indietro e torniamo nell’anno in cui questa esibizione canora fece il suo debutto: era l’inizio degli anni cinquanta, quando a Pier Bussetti, allora gestore del Casinò di Sanremo, venne l’idea di indire una gara canora, spalleggiato da Amilcare Rambaldi, fioraio e tecnico del Comune di Sanremo. La rassegna si svolse nel Salone delle feste del Casinò di Sanremo dal 29 al 31 gennaio del 1951 e fu condotta da Nunzio Filogamo. Vinse una splendida Nilla Pizzi con la canzone “Grazie dei Fiori.”

Nulla a che vedere con il Festival odierno, appariva più una sorta di pianobar, dove il pubblico consumava ai tavoli, durante le esibizioni e non fu nemmeno un gran successo; ma da lì la Kermesse canora prende piede e prosegue con forza fino ai giorni nostri.

Attraversa periodi storici importanti, si veste dei tempi che corrono, divenendo negli anni ad immagine e somiglianza dei mutamenti sociali che avanzano, non sempre però da prendere ad esempio.

La musica come tutte le cose muta, condizionata dalle mode del momento, dalle nuove visioni, le ribellioni dei primi anni sessanta portano ad una rivoluzione nel Festival con l’avvento di Celentano e i suoi 24 mila baci, Mina e le sue bolle blu, a seguire Little Tony e molti altri; è il tempo degli urlatori, il rock si fa strada e con lui anche la sacralità dei primi tempi si adegua ad una musica più libera; la musica si scatena, urla, denuncia, porta un messaggio.

La libertà di esprimersi, uscire dai soliti canoni apre ad un mondo più equo, più per tutti, e prosegue come i tempi che cambiano inesorabilmente in bene in male, ma si sa il troppo stroppia!

Il bisogno di sorprendere, impressionare sempre di più, lasciare un segno diventa quasi più importante che regalare un buon prodotto musicale; il talento musicale cede il palco alla spettacolarizzazione ad ogni costo. E qui mi viene in mente la parola.

OSTENTARE

“Ostentare deriva dal latino ostentare, intensa, di ostendĕre “mostrare” (dal part. pass. ostentus)] (io ostènto, ecc.). Mettere intenzionalmente in mostra cose materiali, oppure qualità e sentimenti (anche non reali e non provati), allo scopo di suscitare l’attenzione, l’ammirazione, e spesso l’invidia, degli altri: o. la propria bravura, i proprî meriti; o. lusso, ricchezze”.

In questa parola a mio parere è racchiuso il Festival di Sanremo di questi ultimi anni (non solo, ma la tv in generale).  Divenuto nel tempo ostentazione del tutto, proclamando il detto “Che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.”

L’importante è attrarre curiosità, le critiche sono “manna”, più persone ne parlano, più lo giudicano, più fanno crescere interesse e tutto questo frutta pubblicità e guadagni; appare un controsenso, ma è proprio così.

Provocare reazioni, portare l’eccesso, spettacolarizzare ogni cosa, diviene il punto di forza di una manifestazione come il Festival che per campare si è adeguata, in fondo si alimenta grazie all’ interesse che suscita e forse non ci riesce più solo con la musica di oggi, per questo utilizza escamotage, alquanto discutibili, per portare quella attenzione che non ci sarebbe altrimenti.

Non basta più la buona musica a stupire e questa è la realtà dei fatti!

Rino Gaetano sul Festival diceva: “Ma il festival resta una passerella e come tutte le passerelle ti offre tre minuti per fare un discorso che normalmente fai in uno spettacolo di due ore. Così devi trovare un sistema. Da parte mia, ho scelto la strada del paradosso un po’ alla Carmelo Bene.”

Ma a quei tempi osare significava portare la bellezza di essere se stessi; con testi innovativi per quegli anni, vero, ma che esprimevano concetti di apertura e portavano bella musica, cosa che oggi scarseggia.

In questo mondo  in cui si  è osato quasi tutto oltre ogni limite del buon senso,  portando ad esaltare ogni cosa, dissacrando ogni valore, giustificando il tutto come arte, libera espressione,  forse c’è da fermarsi e riflettere se la strada percorsa dal  Festival, dal lontano 1951  a oggi, stia  proseguendo  nella giusta direzione; visto che vede  un impoverimento della musica e  tutto questo esibizionismo dissacrante  viene giustificato  in nome dell’ arte e a mio parere si  sta manifestando la peggior versione dell’ essere umano.

Concludo con questa frase: “L’ostentazione è il linguaggio delle persone mediocri (clex71, Twitter)” ad ognuno il proprio pensiero, sperando che un giorno ritroveremo la sacralità della musica, non quella per forza impostata in doppiopetto, ma quella bella, quella che sì, ti sorprendeva ma senza disgustarti.

Alla prossima.

Monica Pasero

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