La piccola Giulia

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La piccola Giulia

Di Maria Rosa Oneto

Erano gli ultimi alberi rimasti: intirizziti, spogliati, come cadaveri impiccati in una terra arida di sole.
Anche il cielo, pareva fissato con la colla e nubi stanche gonfiavano il ventre come in procinto di partorire.
Non c’era aurora in quel deserto di morte, di sabbia e rancore.
Le case, rase al suolo, venivano rovistate da topi e da strani uccelli, torvi di sfortuna.
Il nero predominava in quello scenario privo d’amore. Nessun pianto, nessun lamento scaturiva dai mattoni ammucchiati uno sull’altro. Macerie di cemento e carne, spargevano un odore nauseabondo.

Una modesta fontana neoclassica, messa al centro della piazza, tutta sbrecciata e ferita, non gettava più acqua. Pezzi di mobili smembrati uscivano da finestre sbilenche e parevano cadere da un momento all’altro. Il vento taciturno, non alzava più polvere e sembrava una quiete troppo pesante da sopportare.
Qualche aereo a bassa quota, sorvolava il paesaggio, coperto da una fitta nebbia. L’urlo improvviso delle ambulanze e dei soccorritori,
crearono caos e sofferenza in quel pauroso disordine. L’abbaiare dei cani, sguinzagliati a cercare vittime e feriti, lacerava la mente di chi ancora credeva di respirare. Si scavava con le ruspe e con le mani.

Niente, pareva più vivo, neppure il campanile diroccato della chiesa che non emetteva alcun suono. Finché, due giorni dopo, da sotto un ammasso di pietre, si sentirono dei flebili vagiti. Tutti corsero in quella direzione e scavarono con attenzione,  sino a consumarsi le dita. Sasso dopo sasso, mattone dopo mattone. Dalla notte all’alba con il fiato corto e il cuore in gola. Venne estratta ancora viva e in buone condizioni, la piccolissima Giulia, che non aveva più i genitori. Finalmente, in mezzo a tante rovine, l’esistenza, aveva saputo cogliere il seme della redenzione!