La Penna Magica

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penna d'oca

La nostra storia inizia tanto tempo fa, quando ancora non esistevano i computer, le macchine da scrivere e neppure le penne a sfera, in un mondo meno inquinato di adesso, un mondo dove i sogni dei bambini contavano ancora qualcosa.

Otto era proprio un bambino, di quarta elementare. Era basso, tarchiato, non particolarmente bello. Come gli altri bambini andava a scuola, giocava a calcio nel cortile del palazzo dove abitava e, la sera, leggeva tantissimi libri. Ma, a differenza dei suoi compagni che volevano diventare agricoltori, medici o avvocati, il suo grandissimo sogno era quello di scrivere. Ogni giorno e spesso anche ogni notte, folle di personaggi popolavano la sua mente, avventure meravigliose gli facevano brillare gli occhi quando le narrava agli amici che lo ascoltavano affascinati, mondi magici e immaginari si delineavano nelle sue parole. Quando raccontava, ogni cosa che diceva prendeva vita davanti agli occhi di chi lo stava a sentire.

Era sempre il più fantasioso nei giochi: ne inventava di bellissimi, facendo divertire tutti. Non c’era verso di annoiarsi, con lui.

Otto, però, aveva un grandissimo difetto: nonostante fosse molto bravo a scrivere racconti, aveva una calligrafia orrenda, e nessuno, tranne lui stesso, riusciva a leggere ciò che scriveva. Ma proprio nessuno, nemmeno la sua maestra, che si disperava ogni volta che lui le presentava un compito o un tema.

“Non ci siamo, Otto! Non puoi farmi le enne uguali alle u! E qui cosa c’è scritto? Proprio non si capisce! Senza parlare di tutte le macchie d’inchiostro! Come puoi pretendere che io corregga un compito così?”

E Otto se ne tornava a casa con un brutto voto, triste e sconsolato. E più si sforzava di migliorare la propria calligrafia, più le sue zampe di gallina divenivano illeggibili. Insomma, sembrava che il suo problema fosse veramente irrisolvibile.

Un pomeriggio di primavera, mentre osservava la sua penna d’oca, con la quale scriveva ogni giorno, notò che la punta si stava rompendo. Era venuto il momento di cambiarla, così prese la sua bicicletta e raggiunse la cascina dove abitava la nonna, fuori paese.

“Nonna! Dove posso trovare una penna d’oca?”, le chiese.

“Puoi guardare qua intorno, nel cortile o nella stalla. Forse Mamma Oca ne ha persa qualcuna. Se non ne trovi, puoi toglierla direttamente dalla sua ala”.

“Ma non le farò male?”

“Certo che le farai male! Ma non puoi fare a meno di una penna: come farai i tuoi compiti, altrimenti?”

Il bambino vagò per ore, immerso nella sua ricerca, ma non trovò nulla. Sconsolato e preoccupato del fatto di dover deliberatamente ferire la povera Mamma Oca, raggiunse l’animale nel cortile, dove scorrazzava con i suoi pulcini nati da poco. Ma quando cercò di avvicinarsi, la palmipede lo affrontò soffiando e starnazzando, pronta a difendere i suoi piccoli, assolutamente ignara del fatto che non erano certo loro che Otto andava cercando. L’atteggiamento della papera, comunque, scoraggiò definitivamente il bambino, che rinunciò all’impresa. Avrebbe utilizzato ancora la sua vecchia piuma quasi rotta, sperando, nel frattempo, di riuscire a procurarsene un’altra. Con questo pensiero davvero poco confortante e le pive nel sacco si avviò verso la sua bicicletta, deciso a tornarsene a casa, quando un’improvvisa folata di vento depositò davanti a lui una magnifica penna, piovuta da chissà dove. Otto la raccolse. Era perfetta, anche se non aveva idea di che animale potesse averla perduta: non ne aveva mai vista una uguale. Era candida, morbida e liscia. Le sue punte erano leggermente dorate, e brillavano al sole ormai al tramonto. Eccitato e felice, Otto tornò a casa di corsa, impaziente di provarla.

Si chiuse nella sua stanza e, con le mani che tremavano, tagliò la punta della penna, per renderla simile a un pennino, di quelli che solo i bambini ricchi potevano permettersi. La intinse nel calamaio e la posò sul foglio, poi iniziò a scrivere e, meraviglia delle meraviglie, la sua calligrafia divenne di colpo ineccepibile: svolazzi, ghirigori e una scrittura praticamente perfetta, come la sua maestra aveva sempre desiderato. Da quel giorno, Otto divenne il primo della classe, con grande soddisfazione della sua insegnate.

“Vedi, Otto? Ero certa che, impegnandoti, ci saresti riuscito. Sei proprio diventato bravissimo!”, gli diceva ogni volta.

Le elementari finirono, Otto andò alle medie, alle superiori e persino all’università, grazie alle numerose borse di studio che vinceva ogni anno per la sua bravura. Una volta finita la scuola lavorò come giornalista nella redazione di un giornale locale, poi iniziò a scrivere storie per bambini e divenne un famosissimo scrittore. Si sposò ed ebbe due figli, ai quali leggeva i suoi racconti, mentre loro lo ascoltavano incantati. Divenne molto ricco e aiutò tantissima gente, adottò parecchi bambini orfani e fece moltissima beneficenza. Divenuto vecchio, ebbe una schiera di nipotini, che lo ascoltavano rapiti mentre li incantava con le sue storie meravigliose. Noi smise mai di scrivere e, nonostante col passare degli anni fossero state inventate le penne a sfera, le macchine da scrivere e i computer, Otto non si separò mai dalla sua adorata penna, che sembrava essere immune al trascorrere del tempo.

Una sera, mentre componeva seduto allo scrittoio della sua camera da letto, stringendo la sua inseparabile penna tra le dita, si addormentò e sognò di volare in alto, sempre più su, fino a giungere sopra le nuvole. Davanti a lui si stagliava un cancello magnifico, enorme e dorato. Quando Otto si avvicinò il cancello si aprì e apparve un angelo del Signore, che lo accolse con un sorriso meraviglioso.

“Ciao, Otto. Io sono Gabriele, l’arcangelo. Ti stavo aspettando. Vieni, seguimi”.

Superato il cancello, i due camminarono fianco a fianco in un giardino stupendo poggiato sopra le nuvole, dove sbocciavano fiori di ogni genere e di ogni colore, che emanavano profumi inebrianti e dolcissimi.

Gabriele condusse il vecchio fin sotto un lunghissimo porticato, dove centinaia di bambini erano seduti a giocare. Al loro arrivo, tutti si alzarono, guardando Otto pieni di meraviglia.

“Loro sono i bambini del Paradiso. Vorrebbero ascoltare le tue favole, Otto”, lo invitò l’arcangelo.

“D’accordo, allora! Ve ne racconterò moltissime… una per ognuno di voi!”, promise il vecchio, divertito. L’arcangelo si rivolse nuovamente a lui:

“Ora ti devo lasciare, ma dovresti farmi ancora un favore: tempo fa ti ho prestato qualcosa che vorrei riavere, se non ti spiace”.

Otto lo guardava, stupito. Non capiva di che cosa stesse parlando. L’arcangelo distese le ali in tutta la loro splendida magnificenza e Otto vide che, su quella di sinistra, mancava una penna. Sollevò allora la mano, stringendo quella che era stata la sua grande compagna di avventure, e la porse all’angelo.

“È un po’ stropicciata…”, si scusò, imbarazzato.

“Non preoccuparti”, sorrise l’angelo. Toccò la penna, che tornò come nuova, poi la rimise al suo posto, salutò Otto e se ne tornò al cancello, a ricevere altre anime.

La mattina seguente, Otto venne ritrovato nella sua stanza, seduto allo scrittoio. Sembrava che dormisse. Davanti a lui, su un foglio, stava scritta una splendida storia: l’ultimo regalo ai suoi nipotini. Si intitolava “La penna magica”.