La Morte e l’Osservatore

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La Morte

Oscuro e silenzioso, invisibile a tutti, ma invero bisognerebbe dire solo ai più: così se n’andava camminando, senz’ombra e senza riflessi, lungo il declivio di una collina. Scendeva da nord, coperto da una veste nera, che pareva vecchia quanto il tempo stesso. Procedeva calmo e costante, con il capo leggermente reclinato, nascosto da un cappuccio della sua stessa veste, che impediva alla luce del tramonto di illuminargli il volto. Forse in quel momento un volto non l’aveva nemmeno. Qualche piccolo animale e un giovane capriolo, si trovavano nelle vicinanze di quel sentiero. Lui era invisibile, ma quando il suo passo si faceva vicino, gli animali fuggivano via, nonostante non avvertissero alcun rumore. Nessuno dei loro cinque sensi era stato sollecitato ma qualcosa di intimo in loro, sì. Quel senso che è fondamentale per la vita stessa, che molto spesso li mette in guardia dai predatori anche se non sono visibili. Quel senso, il sesto senso, era stato solo sfiorato dalla sua vicinanza, ma era stato sufficiente a scuoterli fino nel profondo.

Dalla cima della collina successiva, si poteva osservare la parte nord della città, più che altro una cittadina, cresciuta assai velocemente in seguito allo sviluppo industriale e tagliata obliquamente da nord-ovest a sud-est dal fiume che prendeva il nome proprio dalla città, o forse era il contrario. Un rivo d’acqua abbastanza grande da essere navigabile lungo tutta la città fino al suo limite occidentale, dove il fiume si gettava nel mare.

Una lunga e polverosa strada asfaltata, scendeva tortuosa dalle colline e s’inoltrava fino al limite del tessuto urbano.

Lui, procedeva verso quella strada, impugnando con la mano sinistra un lungo bastone che poggiava a terra sempre a fianco del piede sinistro e col quale scandiva i suoi passi e non si capiva se ne servisse per camminare appoggiandovisi o se era solo il suo compagno.

Un gatto randagio vicino al bordo della strada, lo guardava scendere dalla collina girando la testa senza distogliergli uno sguardo assente di dosso. Lui guardò il gatto a lungo, senza interrompere il passo costante e monotono, cadenzato dal lungo bastone. Poi si fermò proprio in mezzo alla strada, alzò l’avambraccio destro compiendo un mezzo arco davanti al suo viso e come se leggesse delle scritte invisibili sul palmo della mano disse: “Si è questo il luogo e tra breve sarà anche che il momento”.

Da dietro una curva svoltava verso la città, un pullman di studenti liceali che ritornava da una gita.

Fermo in mezzo alla strada, lui osservava il pullman.

L’autista procedeva tranquillo, la strada libera era ancora illuminata dai raggi del tramonto; ad un tratto, senza che lo vedesse, non appena investì lui (che rimase immobile ed inconsistente al centro della strada), una ruota esplose e sbandando, il pullman si capovolse, uscì di strada e molti ragazzi furono proiettati fuori dal veicolo dalla violenza dell’urto, mentre un gran polverone si alzava dietro la scia del mezzo, che, ribaltato sulla fiancata destra, strisciava lungo la strada.

Voltatosi, lui s’incamminò verso il pullman e svanita la nuvola di polvere sollevata dalla sbandata, osservò l’esito: venti ragazzi erano fuoriusciti in seguito al ribaltamento, altri 18 erano ancora all’interno e l’autista, sfondato il parabrezza con la testa, era fuoriuscito fino al busto.

Dal corpo di cinque dei ragazzi fuoriusciti e stesi a terra, si sollevò lo spirito dei ragazzi stessi e rimase immobile in piedi ad osservare il proprio corpo inerte. Anche lo spirito dell’autista era in piedi, sulla strada, di fianco al suo precedente corpo ancora sul pullman.

Lui portò nuovamente la sua mano destra davanti al volto, compiendo lo stesso movimento a semiarco dell’avambraccio e come in precedenza, sembrò leggere dal palmo: ” sei ragazzi e l’autista”, poi si avvicinò verso uno dei venti ragazzi fuoriusciti, il più vicino al pullman e in fin di vita. Stava per compiere nuovamente il solito movimento di mano e braccio a semiarco, quando sentì dirsi: “No!”. Era stato pronunciato con molta calma e chiarezza. Lui, si girò e vide un ragazzo, giovane, coetaneo a tutti gli altri, almeno nell’aspetto, ma dagli occhi seri e profondi.

Il ragazzo si avvicinò al compagno in fin di vita, si slacciò un braccialetto e glielo legò al polso.

Lui, compì il suo gesto rituale a semiarco e lesse il palmo della mano: “cinque ragazzi e l’autista”, poi disse, rivolto al ragazzo: “mi sta bene”. Allora si voltò, radunò gli spiriti dei ragazzi morti e dell’autista e s’incamminò, col suo piccolo seguito, lungo la strada. A poco a poco tutte le figure divennero diafane e poi scomparvero. Da ultimo rimase lui, che si fermò, si voltò, guardò dritto negli occhi colui che gli impedì che portasse con sé anche il sesto ragazzo, ora non più in fin di vita, e compì nuovamente il movimento a semiarco cercando di leggere sul palmo della sua vecchia mano il futuro ed il nome dell’escluso. Non lesse nulla. Allora, con le sue vecchie mani si tolse il cappuccio della veste, mentre il suo bastone rimaneva in piedi a fianco a lui, senza essere sorretto da alcunché. Mostrò al giovane avversario il vecchio volto consumato dal tempo e lo fissò con disprezzo coi suoi due occhi profondi, bui, oscuri e scavati nel viso rugoso. Prese con la mano sinistra il bastone e dall’estremità superiore fuoriuscì una lunga e arcuata lama di falce. Impugnò il bastone anche con l’altra mano e si diresse verso il ragazzo. Per nulla sorpreso o agitato, il giovane pronunciò per la seconda volta il suo calmo e chiaro “no”. Lui, allora si fermò, e lesse il palmo della vecchia mano dopo aver compiuto il caratteristico movimento a semiarco con l’avambraccio. Poi, poggiato a terra il bastone, la lama scomparve. Il giovane avversario, allora disse: “Io sono l’Osservatore, colui che ho salvato è Daniel e tra sette anni ti affronterà e sconfiggerà”. Allora, lui, disse: “Dovrai addestrarlo e meglio di quanto hai fatto in questi ultimi 9993 anni, altrimenti anche tu, questa volta, sarai accompagnato da me oltre la Porta”. Poi, sogghignante, si voltò e scomparve.

 

Tre anni più tardi…..

 

Daniel guardava un colorato tramonto dalla finestra della sua stanza al college, mentre David, il suo compagno di stanza, era su una poltrona immerso in una lettura. Daniel ad un certo punto, teso nel volto da qualche pensiero, disse: “ieri ero andato al cimitero cittadino a ricordare i nostri amici del liceo morti nell’incidente di tre anni fa. Ad un tratto però, si è alzata un’improvvisa nebbia e avvertivo come uno strano gelo, poi ho osservato una lapide posta di fronte a me e vi ho letto il mio nome. Recava come data il giorno del mio 24° esimo compleanno, fra quasi quattro anni. Poi ho udito una tetra risata, la nebbia è improvvisamente svanita e con essa la lapide. Che bruttissima sensazione ho provato; credevo di essermi appisolato e di aver avuto un incubo, ma ho risentito la risata, allora sono corso via il più veloce che ho potuto e sono tornato qui”. Poi, voltatosi verso David disse: “c’è stato anche un altro particolare che mi ha colpito: dopo la prima risata, quando ero completamente terrorizzato, mi sono sentito come prendere la mano da qualcuno di caro, che con il suo calore e la sua calma mi rassicurava. Allora mi voltai, ma non vidi nessuno, vidi invece questo braccialetto che porto sempre con me e che mi sono ritrovato al polso il giorno dell’incidente”.

David, udito il racconto di Daniel, posò il libro, si alzò in piedi e gli si avvicinò. Gli prese il bracco destro dove portava il braccialetto e gli disse solamente: “fidati di me”. Daniel non vide più nulla, poi una serie di innumerevoli immagini, momenti passati, vicini e lontani. Rivide l’incidente di tre anni prima, vide David allacciargli il braccialetto al polso. Vide Lui.

Il tutto durò qualche secondo, ma a Daniel sembrò di aver trascorso un’intera vita, forse più vite. Guardò allora David con uno sguardo interrogativo e con una lieve sfumatura di inquietudine. Si era sempre fidato del suo migliore amico, con lui si era sempre confidato e ne aveva apprezzato il giudizio, nonostante fosse il ragazzo più strano che avesse mai conosciuto. David lesse sul volto di Daniel l’inquietudine. Gli lasciò il polso, si avvicinò alla finestra da dove entrava la luce ramata del tramonto e disse: “Io sono chiamato l’Osservatore, sono nato quasi diecimila anni fa in Mesopotamia. Ho un compito: quello di prepararti a combattere contro Lui. Lui non ha potere su di me, fino a quando non avrò compiuto 10.000 anni, ma nemmeno io ho potere su di Lui. Posso solo impedire che scelga!

Lui è la Morte”.

E’ stata liberata 10.000 anni fa nella città di Babilonia, prima era anch’essa prigioniera del suo destino. Una dea malvagia, che gli uomini quel tempo chiamavano Tyamath decise di liberarla perché potesse agire a proprio piacimento sulla sorte degli uomini, e la slegò dai fili del Destino stesso. Ci fu però un uomo, Gilgamesh, colui che divenne immortale, che fu chiamato allora a combattere la dea e la Morte e per farlo addestrò un altro uomo, io Thurms, o David, come sono chiamato in questo tempo. Gilgamesh mi donò la sua immortalità prima che Tyamath lo sconfiggesse. La mia carne è mortale, ma la mia memoria no. Ad ogni mia nuova vita, nel giorno del mio 14° esimo compleanno, il potere della reminiscenza donatomi da Gilgamesh emerge alla mia mente e io ricordo all’istante tutte le vite passate e le avventure affrontate. Da quel momento divengo ogni volta l’Osservatore e cerco di impedire che il destino di ogni uomo sia alterato dalla Morte. Questo mio potere non è eterno e tra meno di quattro anni, la vigilia del tuo 24° esimo compleanno, quando le stelle d’oriente in cielo formeranno una croce, svanirà. 10.000 anni è il tempo che mi è stato concesso per addestrare qualcuno a sconfiggere la Morte e imprigionarla nuovamente tra i Fili del Destino. Fino ad ora, però, ho sempre fallito”.

Daniel, appariva turbato durante tutto il racconto e dopo un po’ di tempo appena si fu ripreso un po’ urlò: “E io cosa c’entro con la vostra guerra millenaria? Perché ho visto una lapide con la data della mia morte? Perché me?”.

Ogni volta che salvo qualcuno dalla scelta della Morte – disse, triste, David –  costui diviene immortale. Ma nel mondo non possono vivere due immortali contemporaneamente, e ce n’è già uno da quasi 10.000 anni, e Lui, vorrà rimanerlo ancora per molto. Tu Daniel ora sei un immortale, non puoi morire. Se cadessi da una rupe o la tua macchina si incendiasse mentre vi sei dentro, ne usciresti entrambe le volte illeso. Non puoi essere ucciso o mutilato, sei come eri quando ti allacciai il braccialetto al polso, invecchierai solo in apparenza per sette anni, poi Lui ti verrà a reclamare e dovrai affrontarlo. La sua forza è grande e ogni volta che vince un combattimento contro un immortale, diventa in grado di reclamarne l’anima e l’Immortale muore. Io non posso affrontarlo e Lui non può affrontare me. Il mio compito è di addestrare gli eredi della stirpe di Gilgamesh per sconfiggerlo e tu sei l’ultimo”.

Daniel rimaneva in silenzio, con lo sguardo perso dentro di sé, mentre David continuava con le sue spiegazioni. “Lui non è libero in assoluto, Tyamath non riuscì completamente nel suo sortilegio, ed ha, quindi, conservato il compito di accompagnare i predestinati. Purtroppo è in grado di anticipare la chiamata all’aldilà di chiunque, anche se la sua sorte fosse stata diversa. Io non posso dirti cosa eri destinato a compiere, ma Lui lo vuole impedire. Lui va fermato ed io sto cercando di farlo da quasi 10.000 anni, ma questa è l’ultima possibilità”.

Daniel aveva continuato a rimanere in silenzio per tutto il tempo, non si era mosso e aveva ascoltato attentamente tutto. David si era accorto della tensione con cui Daniel aveva seguito quando gli diceva. Smise di parlare, si voltò verso l’amico, osservato fino a quel momento dal riflesso della finestra e gli si avvicinò. Gli prese il polso dove portava allacciato il braccialetto e gli disse: “Seguimi”.

David e Daniel uscirono dalla stanza, si allontanarono dal campus del college e ad ogni passo coprivano enormi distanze, poi David si fermò in un luogo remoto e solitario, sconosciuto. Quasi non sembrava un luogo della terra, ma immaginario.

E in quel remoto luogo incominciò l’allenamento di Daniel…

 

Vi rimasero quattro anni, anche se in quel luogo il tempo non sembrava scorrere. L’allenamento fu molto intenso e difficile. Non fu un normale allenamento. Daniel imparò ad agire sulla materia col pensiero e la concentrazione, imparò a spostarsi con istantaneità nelle dimensioni delle Spazio, a vedere i Fili del Destino e a muoversi nelle dimensioni del Tempo.

Quando l’allenamento fu terminato David disse: “Ora ti ho preparato, dovrai superare un’ultima prova, e poi il mio compito di Osservatore sarò terminato. Ora affronterai me”.

Appena ebbe finito di parlare, partì subito all’attacco. Creò dal nulla una spada, poi si mosse in direzione di Daniel, ma sembrava attaccarlo contemporaneamente da tutte le direzioni. Immediatamente Daniel creò una spada anch’egli e si preparò a parare l’attacco proveniente da tutte le direzioni. L’attacco di David era però condotto anche nelle dimensioni del Tempo e mentre Daniel parava l’assalto nello Spazio, David gli puntava una spada alla gola in ogni istante del Tempo. David ritirò le sue proiezioni dalle dimensioni del Tempo, la sua spada scomparve così com’era comparsa e disse a Daniel: “Fra due giorni dovrai combattere molto meglio di quanto hai fatto oggi; ora, però è tempo di riposare, vieni”.

Presero a camminare e col loro passo coprirono nuovamente grandi distanze e ben presto si ritrovarono nei pressi della stradina di città dove sette anni prima era avvenuto l’incidente. Il sole volgeva al tramonto come il giorno in cui David rivelò all’amico tutta la sua storia. “Domani, la vigilia del tuo 24 esimo compleanno, compirò 10.000 anni. A questa stessa ora, qui sulla stradina cittadina Lo affronterò. Fino a quel momento sei libero, vai e riposati e fai tutto quello che devi fare”. Detto questo lo salutò e prese a camminare comprendo col suo passo enormi distanze e scomparendo dalla vista dell’amico.

Daniel rimase per un po’ solo e immobile. Ripensò all’incidente di sette anni prima. Cercò di ricordarne tutti particolari e poi si concentrò. Vide Lui davanti all’autobus che lo investiva attraversandolo. Vide quando sceglieva i suoi compagni e vidi gli spiriti fuoriusciti dai corpi immobili di fianco ai propri cadaveri. Vide Lui compiere il movimento a semiarco del braccio destro e leggere i nomi dei suoi compagni. Vide David pronunciare con chiarezza il suo calmo “no” e infine vide Lui allontanarsi sogghignando dopo aver sfidato David.

Daniel trascorse la notte sdraiato sulla cima della collina osservando le stelle muoversi nel cielo e quando cominciarono a scomparire al sopraggiungere dell’alba, si alzò. Non aveva dormito un solo istante, ma si sentiva calmo e riposato e decise di recarsi al cimitero a rendere un ultimo saluto ai suoi compagni morti nell’incidente.

Quando il sole cominciò a tramontare improvvisamente un fitta nebbia iniziò ad alzarsi dal terreno e ben presto avvolse tutto il cimitero. Daniel udì per la terza volta nella sua vita una risata agghiacciante e vide di fronte a lui una lapide con la sua data di morte. Aveva già vissuto quella stessa situazione e questa volta era non era affatto spaventato. Si voltò verso ovest e con un passo che copriva enormi distanze si incamminò verso la strada cittadina.

David era già sul luogo dell’incontro quando Daniel lo raggiunse. Il sole volgeva definitivamente al tramonto.

Lui scendeva dal declivio della collina con la sua andatura cadenzata dal bastone che teneva con la sinistra. Procedeva costante appoggiando il bastone leggermente avanti il piede sinistro e non si capiva se lo usasse per reggersi o solo per cadenzare il passo. Giunto in prossimità di David e Daniel, compì il solito movimento a semiarco, lesse il palmo della mano destra e disse: “È ora”. Si tolse il cappuccio della veste nera e con la destra impugnò il suo bastone, dal quale fuoriuscì come sette anni prima, e come innumerevoli altre volte durante la storia dell’Umanità, la lunga ed arcuata lama di falce.

David alzò il braccio destro sopra il capo e ricreò la spada usata già in precedenza con Daniel: era trasparente come il cristallo di rocca e riluceva di uno scintillio con riflessi d’argento. David si lanciò in un assalto contro Lui, come nel combattimento con Daniel. Si mosse simultaneamente in ogni luogo dello Spazio e del Tempo. Lui compì un giravolta roteando la falce a semicerchio attorno a se; compì l’azione simultaneamente nello Spazio e nel Tempo. Il suo movimento fu veloce ed istantaneo, superiore alla velocità dell’attacco di David e la sua lama arcuata di falce trafisse ogni proiezione dello spirito di David nelle dimensioni dello Spazio e del Tempo, tranne che nel luogo dello scontro dov’era presente anche Daniel, e dove l’attacco era stato condotto con maggior destrezza dal ragazzo. David arretrò di qualche passo, si sentiva stanco. Non era più in grado di compiere un nuovo attacco come il precedente; non era più in grado di muoversi nel Tempo. Raccolse le forze, si resse in piedi ritto, impugnò la spada, chiuse gli occhi e si apprestò a rispondere al nuovo assalto. Lui mostrò un sogghigno spavaldo, impugnò la falce a due mani e si diresse rapido contro David che attendeva immobile l’assalto. Poi all’improvviso, compì una giravolta, evitò l’attacco di Lui e roteò la spada mozzandogli la testa. David però era stato trafitto mortalmente dall’arcuata lama di falce in tutte le dimensioni dello SpazioTempo.

Lui proruppe in una risata: “nessuno immortale era mai riuscito, prima d’ora, a ferirmi in una dimensione, sei stato bravo ma non abbastanza”.

L’attacco di Lui condotto da tutte le dimensioni aveva ferito David nella dimensione dello scontro lasciandolo esangue e morente.

Morte, io ho mostrato a Daniel come sconfiggerti, non era mio compito farlo. Ciò che fu lasciato incompiuto 10.000 anni fa da Gilgamesh avrà termine ora per opera di un suo discendente”. David non aveva più forze e terminato di parlare, si lasciò abbandonare e spirò. Il suo corpo sdraiato in terra cominciò a dissolversi in polvere e vento e al suo posto rimase solo il braccialetto di cuoio inciso, quello donato a Daniel sette anni prima.

Daniel corse per cercare di abbracciare l’amico di sempre, ma riuscì a raccogliere solo il braccialetto di cuoio inciso che si allacciò nuovamente al polso destro.

Lui incominciò a ridere. Daniel gli si rivolse: “Morte, questa è la Tua ultima risata. Io so come sconfiggerti e lo farò ora, domani non ci sarà nessuna lapide con il mio nome inciso sopra. Prova a leggere la tua raggrinzita mano, questa volta non vi riuscirai, non ci sarà scritto nulla. Nulla riguardo al tuo domani, come già ti successe quando incontrasti David il giorno dell’incidente”. Senza aver dato alcun peso a quanto Daniel andasse dicendogli, Lui compì meccanicamente il suo caratteristico movimento a semiarco col braccio, ma quando si passò la mano davanti agli occhi non vi lesse nulla. Lo sguardo gli si incupì e si caricò d’ira. Guardò Daniel con i suoi due occhi scuri, incavati nel viso ed iniettati di rabbia. Impugnò la falce e si lanciò in un assalto. Daniel si voltò dandogli le spalle, osservò il raggio verde del sole nell’istante finale del tramonto e si incamminò via. Lui lo attaccò in tutte le dimensioni dello Spazio e simultaneamente in tutte le dimensioni del Tempo. Nonostante l’attacco fosse condotto da ogni dove lui vedeva Daniel sempre voltato di schiena e quando gli fu addosso si accorse di essere inconsistente e così pure la sua lama arcuata di falce. La lama attraversò Daniel senza minimamente ferirlo. Non riusciva a capire cosa stesse succedendo, era colmo d’ira e continuava a sferzare fendenti attraversando il corpo di Daniel senza sfiorarlo o ferirlo.

Daniel si voltò, ricreò la spada di cristallo di rocca di David e la puntò verso Lui: “David ha reciso la tua testa e con essa te stesso dal Tempo Presente. Il suo spirito è morto in tutte le dimensioni in cui l’hai trafitto, ma è ancora vivo nel Presente dove mi trovo anch’io e da dove non mi sono mai mosso. Qui tu non ci sei più ed ogni volta che provi a proiettartici divieni inconsistente. Mi puoi vedere perché indosso il braccialetto di cuoio inciso di David che gli consentiva di proiettarsi in tutte le dimensioni. In questo momento sei disperso nelle dimensioni dello SpazioTempo, ma non potendo più raggiungere il Presente non vi puoi più agire. Ora, io ti ricondurrò sotto i Fili del Destino eliminando le tue proiezioni dal Passato e dal Futuro”. Poi roteò fulmineamente la spada e recise la testa della Morte in tutte le dimensioni.

Si udì un urlo spaventoso.

Dal nulla comparvero in tutte le dimensioni dello SpazioTempo, infiniti fili trasparenti e sottili: i Fili del Destino avvolsero la Morte e la ricoprirono completamente e subito dopo scomparvero come assorbiti.

Morte, ora il Destino ti tiene nuovamente legata, non potrai più agire incondizionatamente. Ognuno potrà nuovamente essere in grado di compiere ciò che sarà chiamato a compiere ed anch’io e David lo faremo e quando sarà giunta la nostra ora moriremo ed allora ci accompagnerai al nostro posto nell’Aldilà. Ora sei ritornato ad essere l’Eterno Osservatore del destino degli uomini com’eri prima che Tyamath tagliasse i Fili del Destino”.

Daniel si tolse il bracciale di cuoio inciso, lo lanciò in aria e lo tagliò con un secco colpo della spada. In quell’istante bracciale e spada scomparvero e Daniel si trovò al fianco di David, il tramonto era quasi terminato mentre l’osservavano dal finestrino del pullman che percorreva una strada di periferia diretto in città. Svoltata una curva, il pullman sbandò leggermente sulla sinistra, l’autista controsterzò, le ruote slittarono, ma il mezzo rimase in carreggiata e proseguì per la sua strada. Un gatto selvatico, vicino al ciglio della strada osservò tutta la scena, poi si voltò a guardare una figura incappucciata che reggeva con la mano sinistra un bastone col quale cadenzava i passi della sua camminata lenta e costante, mentre risaliva la collina verso nord. Poi la figura incappucciata superò la cima, discese l’altro versante del declivio e scomparve. Il gatto si voltò, guardò il sole nell’ultimo istante del tramonto e un raggio verde, brevissimo, gli illuminò l’iride. Anche David e Daniel osservarono l’ultimo raggio verde del sole, poi ripresero ad occuparsi dei loro passatempi in attesa che il pullman giungesse a destinazione.

Il gatto alzò la coda, attraversò la strada e si diresse lungo la collina a caccia di topi per la notte.

Dylan I.

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