La guerra da strapazzo

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Quel d’illustrissimo Caprodimonte
era un dominio di terra ben grassa,
d’alti lignaggi e di plebe già bassa.
A governarlo con polso e mestiere
v’era Rambaldo già fatto Visconte.

Smilzo di corpo e scarso di testa,
quando giostrava da bel cavaliere
ben figurava con sua lancia in resta.
Ad insidiargli sua larga contea
e a rovinargli pregiata nomea,
ci si metteva di sì gran impegno,
il Duca Ulderico da Gramavalle
usando forza e pochissimo ingegno.

Nano di zucca ma grosso di spalle,
lesto coglieva ogni occasione
per dimenare il grosso spadone,
non perché fosse gran spadaccino,
ma per lavare a tutti memoria
dei suoi natali da contadino
e cambiar corso alla sua storia.

Eran due lustri che quella tenzone,
orfan d’eroi ma sì d’arti mozzi,
giammai sapeva d’interruzione.
Giunse soppiatto un certo bel dì,
la siccità che secca anche i pozzi,
e tosto divenne un gran brutto dì.

Grano raggrinzo vuotava le panze
bestie languivan senza più latte,
zinne di madri sempre più piatte,
streghe tentavan con loro danze
d’invocar pioggia a benedir.
Ma di lassù il ciel sempre terso
belle speranze avea disperso.
E il popolino lì a maledir
governo, Cristo e tutti li santi.
Per dimostrarsi più alti dei numi,
i due signorotti non sepper far più
che allungar mani dentro a bei guanti
e di bel foggia prender costumi.
Corse veloce tal voce laggiù
e giunse già pria di metter cappello:
uno dei due sarebbe zimbello
se il suo rivale l’avesse fregato.

Niente è più forte del nobile vanto,
nè carestia, nè popolo affranto,
e presto divenne affare di Stato.
“Raduna la pleba ch’è ho cose da dir”
Dissero i due ai loro visir.
Uno strobazzo annuncia discorso,
giù nelle piazze sotto ai palazzi
gente s’accalca, si pesta, si pigia
nell’incredibile e inutile sforzo
d’ammirar boria ed alterigia
dei lor Signor a raccontar balle:

“Grandissima onta arriva da Monte”
“Orribile offesa giunge da Valle”
(Uno l’è il Duca e l’altro il Visconte)
“Uomini e donne di questa terra
A voi par giusto motivo di guerra?”
Tutta la plebe che tosto era lì,
non disse di no e quindi fu un sì.
Tanto vicini eran quei siti
che oltre alla fifa per presta battaglia,
s’uniron all’eco di quell’accozzaglia
mute bestemmie e imprechi sopiti.

Venne il gran giorno di magna pugna,
chi con la vanga, chi col forcone,
chi con la spada chi sol con l’ugna
chi a piedi nudi chi sull’arcione,
spera che Falce ch’ovunque miete
non del suo sangue abbia gran sete.

Sulla spianata del presto macello
s’odon trombette, s’issan stendardi,
muovon staffette, trottan gli araldi.
Sembra davvero un gran carosello.
Dopo tre ore d’attesa fremente,
tra la paura e il sole rovente,
chi ancor non puzza di grasso sudore,
stringe le chiappe pel nero terrore.
Poi s’odon squilli da grandi parate,
entrano in campo i due contendenti,
passan in rassegna gli schieramenti
e se la danno a gambe elevate.

Poi spronan forte i loro corsieri
verso altipiani meglio arroccati
dove osservare con occhi sì fieri
come s’ammazzano tanti soldati.

Alessandro Genovese
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