La Giubiana

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La Giubiana è una strega appartenente al folklore italiano. È molto magra, con le gambe lunghe e tradizione vuole porti le calze rosse.

Vive nei boschi e grazie alle sue lunghe gambe, si sposta di albero in albero, senza che i piedi tocchino mai terra. La Giubiana osserva tutti coloro che si addentrano nel bosco e li spaventa, specie i bambini.

La Giubiana ha origine nelle terre dei Longobardi, in Italia la tradizione è viva in Brianza e nell’Alto Milanese ma anche nei territori confinanti dove assume nome simile. La sua presenza giustifica molte usanze della zona di accendere falò e bruciare fantocci a gennaio inoltrato.

La leggenda vuole che moltissimi secoli fa, in una grotta, nel punto più fitto dei boschi della Brianza, viveva una strega terrificante. Era talmente alta che quando usciva dalla grotta sulle sue gambe secche che indossavano calze rosse, il suo viso non si vedeva, nascosto dalla nebbia e dalle nubi. Da quell’altezza, Giubiana controllava tutto il territorio e spaventava a morte chiunque osasse avvicinarsi alla foresta della quale era signora e padrona.

Nessuno sapeva come facesse, ma anche di giorno ella controllava il bosco, sebbene, come si sa, il sole uccida le streghe. Leggenda vuole facesse incantesimi per oscurare il sole. Racconti vogliono che avesse anche un marito che partecipava alle sue malefatte nei confronti dei pochi abitanti della pianura che osassero addentrarsi nel suo bosco in cerca di legna o provassero a coltivare i terreni vicini.

Finché i contadini, secondo la leggenda si abituarono alla situazione ed evitarono di entrare nelle aree dove viveva. Ma la sua voglia di far del male, la spinse ad uscire dal suo territorio. Così una mattina i primi raggi la colpirono con la loro luce e il loro calore, sciogliendola come neve al sole.

Ma come andò realmente la faccenda?

Sembra che ogni anno, nella notte dell’ultimo giovedì di Gennaio, la Giubiana e suo marito si mettessero in marcia. Camminavano a grandi falcate, senza toccar terra, con le loro magrissime gambe, di albero in albero, attraversavano in breve tempo l’intera foresta e, giunti al borgo raggiungevano una delle case che ospitasse un bambino o una bambina. Così prima dell’alba, le antiche casette di paglia e terra erano svegliate dalle grida di una madre, che trovava i resti del suo pargolo divorato dall’orchessa e suo marito, poi fuggiti nel nulla prima del sorgere del sole.

Leggenda vuole che nel tempo le madri smisero di dormire in quella notte e attendevano con gli occhi sbarrati nel buio che la notte terribile finisse, vegliando i propri pargoli e nonostante tutto vedendoseli strappati, dilaniati in un buio profondo. Dopo molti anni che questa triste vicenda si ripeteva, tutte le donne avvicinandosi la fine di Gennaio, erano ansiose e non permettevano ai bambini di uscire, ma se li stringevano al petto, pensando che forse, quella era l’ultima settimana che li avevano fra le braccia.

Da allora ogni anno vengono bruciati due fantocci che rappresentavano la Giubiana e suo marito.

Ma come fu risolta questo terribile problema?

Ci pensò una madre, che non era per nulla preoccupata. Lasciava la piccolina giocare per strada con le galline e passava l’intera giornata in cucina a cucinare non si sapeva cosa. Finché la sera fatidica, l’ultimo Giovedì di Gennaio, prese la sua piccola e la chiuse in casa.

Appena il sole fu tramontato, mise sull’uscio un enorme pentolone pieno di un risotto giallo e salsiccia, chiamato «luganega». Il risotto era caldissimo ed emanava un profumo penetrante e appetitoso per tutto il territorio. Anche la strega sentì il profumo e le venne una gran fame. Così immediatamente agguantò l’enorme cucchiaio che era nel pentolone e continuò a mangiare il riso per tutta la notte. Era così ghiotta del risotto che non s’accorse nemmeno del sole che sorgeva alle sue spalle.

Così i primi raggi la colpirono con la loro luce e il loro calore e la bruciarono con violenti fiamme. Una volta superata questa terribile situazione ogni cosa sembro agli abitanti di facile soluzione. Trovarono cosi una tranquillità mai vista costruendo un borgo che, per la serenità che lo caratterizzava fu chiamato dai visitatori «Locus Serennio», l’odierna Seregno.

Oggi la Giubiana o Festa della Giobia è una festa molto popolare nell’Italia Settentrionale in particolare in Lombardia e Piemonte. L’ultimo giovedì di gennaio vengono accesi grandi falò nelle piazze e viene bruciata la Giubiana, un grosso fantoccio di paglia vestito con stracci.

Leggende a parte, sembra che la vera origine di questa strega derivi dal culto della divinità di Giunone (da qui il nome Joviana). Altri lo collegano a Giove, giovedì: il nome deriverebbe dal dio latino “Iuppiter-Iovis”, da cui l’aggettivo Giovia e quindi Giobia. Ciò indicherebbe un collegamento con le le feste contadine di inizio anno per propiziare le forze della natura che condizionano l’andamento dei raccolti.

L’origine è tuttavia, probabilmente precristiana, risalente all’età del Ferro, ai Celti, all’incirca al VI secolo a.C. e forse ancor prima. I Celti erano le genti che popolavano gran parte dell’Europa ed erano presenti anche in tutto il nord Italia. Sono tra i nostri avi più importanti.

Il loro calendario che scandiva l’anno era diviso in Feste Solari e Feste Lunari.

Le due grandi feste lunari erano Beltane (30 aprile-1º maggio) in cui si celebrava e venerava il dio Belenus lo Splendente, festa della fertilità dove si purificavano il bestiame e le genti. L’altra festa era il Samonios (31 ottobre- 1º novembre) dove si ricordavano e veneravano i morti. Erano le due feste più importanti del calendario celtico e segnavano la divisione dell’anno in due parti: la metà oscura e quella luminosa: l’inverno e l’estate.

C’era poi Imbolc (31 gennaio-1º febbraio), conosciuta anche con il nome primordiale di Oimelc, festa che celebrava l’allontanamento dell’inverno. Lugnasad (31 luglio-1º agosto) segnava invece la riunione di tutti i Touta (Clan) nella grande celebrazione che si teneva in estate in onore del dio Lug, dio del sole. Una festa per ogni stagione insomma.

C’erano poi le feste solari che erano celebrate durante i solstizi e gli equinozi.

Yule (Solstizio d’Inverno, 21 dicembre), segava e celebrava la nascita del nuovo sole.

Ostara (Equinozio di Primavera, 21 marzo), sanciva l’equilibrio tra luce e oscurità.

Litha (Solstizio d’Estate, 22 giugno), è il giorno più lungo dell’anno. Un giorno in cui i confini tra il mondo terreno e quello sovrannaturale sono sottili, durante i riti di celebrazione era molto facile avere esperienze mistiche e sovrannaturali.

Mabon (Equinozio d’Autunno, 23 settembre), è la festa di ringraziamento per i frutti della terra, i quali vengono divisi con gli altri, onde assicurarsi la benedizione degli dei durante i mesi invernali.

Imbolc, in particolare, sembra avere stretti legami con la festa della Giobia.

La notte tra il 31 gennaio e il 1º febbraio, si festeggiava Imbolc o Oimelc (antico nome della festa della pastorizia e agli ovini). La festa iniziava al tramonto del 31 gennaio e terminava il 1º febbraio. Inbolc significa in grembo, legato alla gravidanza delle pecore e del loro latte.

Proprio a fine inverno nascono gli agnelli e le pecore producono abbondante latte ed era un momento fondamentale per chi viveva di pastorizia e produzione casearia. A questo va aggiunto il ritorno dell’allungarsi delle giornate. Gli dei venerati durante questa festa erano Kernunnos divinità dei boschi e degli animali e soprattutto la dea madre Brighit la Triplice, figlia del dio Sole. La tradizione prevedeva che la festa fosse celebrata accendendo lumini, i Druidi (sacerdoti) accendevano grandi faló rituali attorno ai quali era usanza danzare. La dea Brighit la Triplice, venne poi assorbita poi dal Cristianesimo e mutata in Santa Brigida e nella festa della Candelora.

Tra la festa della Giöbia, sia quella di Imbolc vi sono molti aspetti in comune. Nella Giöbia come per Imbolc abbiamo un’associazione alle madri, alla maternità, ai figli e al latte. In entrambe le feste si accendono falò e il fuoco, la luce ne sono i simboli principali. In entrambe le celebrazioni il significato è esorcizzare le forze negative dell’inverno e propiziare l’avvento della primavera. Infine si festeggiano nello stesso periodo, concomitanti o a distanza di pochi giorni. Giobia, la vecchia strega, rappresenta dunque le forze negative, il buio, il freddo, le tribolazioni che le genti devono affrontare ogni inverno.

Le madri e i loro figli sono presenti nella storia e ne sono un elemento determinante e vincente per la sconfitta dell’oscura presenza che le minaccia e che divora i loro neonati, riportando a splendere il sole e continuando il cammino verso la nuova e bella stagione, la Primavera.

Cosi’ svelato il significato di questa affascinante tradizione…