La frontiera scomparsa, Luis Sepulveda

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La frontiera scomparsa è quella della felicità, difficile da provare anche durante un incontro d’amore nell’America del Sud degli anni novanta.

Sepulveda, nel tessere i fili della memoria, racconta viaggi ed esperienze personali nel decennio forse più buio del continente sudamericano.

“… A partire dal 1973 più di un milione di cileni si lasciarono alle spalle il loro paese malato, magro e lungo… la maggior parte di loro convertiva i pochi averi in un biglietto di corriere per Guayaquil o per Quito… Dopo vari giorni di viaggio scendevano dalla corriera pieni di crampi, famelici e appena prese le prime informazioni su come continuare il viaggio scoprivano che il Sudamerica è enorme, e che, per maggiore disgrazia, in Colombia la strada panamericana scompariva inghiottita dalla selva. Restavano in mezzo al mondo come barche alla deriva: senza presente o futuro.”

Luis Sepulveda racconta anche due anni di torture da lui subite in un carcere cileno e testimonia come ci si possa risollevare psichicamente da una simile prova, anticipando il concetto della resilienza, così in auge nella psicologia moderna: la capacità di trasformare in energia vitale le batoste più dure della vita o le condizioni più infamanti inflitte a frammenti di povera umanità da uomini assetati di potere e crudeltà.

Il viaggio di “La frontiera scomparsa” si apre e si conclude con un luogo dapprima desiderato dal nonno e poi raggiunto dal giovane Sepulveda: Martos, città dell’Andalusia, abbandonata quattro secoli prima dagli antenati dello scrittore per cercare fortuna nel mondo nuovo. Grande è quindi il concetto di positività che trapela dalla narrazione di fatti ed eventi che hanno contraddistinto anni per niente positivi come non lo sono questi in cui noi viviamo.

L’analogia, per forza di cose, a mio avviso, non si ferma qui: i migranti di oggi non sono forse “barche alla deriva, senza presente o futuro”? Non è tortura (e morte certa, per molti di loro) l’attraversare mari e deserti, spinti dalla miseria e dall’umano desiderio di una vita lontana da patimenti e fame perenne?

Tra le odierne battaglie sul campo, c’è quella alla rassegnazione che, subdola, colpisce noi, semplici cittadini, che non riusciamo a intravedere il modo di contribuire a risolvere le spaventose contraddizioni dello squilibrio tra nord e sud del mondo: già altre volte, però, qualcuno è riuscito a giungere a Martos.
Perché l’unica frontiera da raggiungere sia sempre e solo quella della felicità.

Antonella Santarelli