La donna sconosciuta

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Ph. by Monica Leonardo Artist

di Maria Rosa Oneto

“La donna sconosciuta”

Lei non aveva radici. Passava il giorno colorando il cielo. Strappando filamenti di stoffa che gettava in superficie come pasto per i pesci. I gabbiani le volavano sulla testa con uno stridore impazzito. Anche se non sentiva nulla, tranne il mormorio del cuore: “Sei cretina. Imbecille. Buona a nulla!”
“Al posto del cervello hai una zucca cotta da anni!” La donna taceva senza mai rispondere a quelle provocazioni. La sua bellezza raffinata e altera, si stagliava davanti al mare in una sorta di paesaggio surreale. Chi le passava accanto sorrideva e con il dito si toccava la fronte. Molti parlottavano sghignazzando, quasi a schernirla. Gli stessi bambini la scansavano, subito imitati dai genitori. Non era sostenuta da radici che la trattenessero alla vita. Semplicemente accettava i giorni, le notti, lo scorrere del tempo senza darsi pena alcuna.
Sulla rena umida di sale, aveva partorito il vento, il miraggio di un orizzonte lontano, lo splendore impudico di un nuovo arcobaleno.
L’oltraggio delle stagioni che senza mutare si susseguivano, le inzuppavano i capelli, le cospargevano di gelo le spalle incurvate dalla neve, le rinsecchivano la pelle del viso quando il sole lanciava sciabolate sulla pelle nuda. Lei non si scomponeva, alzandosi di tanto in tanto per i bisogni corporali, per gustare un semplice panino e un sorso di vino nostrano. Non aveva casa, né letto di fortuna su cui dormire. Le bastavano quattro travi di legno come reggia e un vecchio pagliericcio rosicchiato dalle tarme. Non parlava quasi mai se non con i piccioni che le svolazzavano attorno. Eppure, a bassa voce, in sottofondo, raccontava a se stessa mille storie. Trame senza capo né coda, nelle quali si smarriva, si confondeva, si annullava sino a diventare un tutt’uno con le sue emozioni. Un giorno la videro prendere il largo con ampie bracciate verso l’Infinito. Qualcuno si mise a urlare: “Una donna in mare, una donna in mare! Presto fate presto prima che affoghi!” Un gruppetto di bagnanti si dettero da fare nel tentativo di salvarla, inutilmente. L’acqua con quel rumoreggiare di onde tempestose la sommerse, trascinandola a fondo. Di lei restarono alcuni tavolacci inchiodati, rovinati dall’arsura, dei pezzetti di stoffa strappata e un libricino dalle pagine bianche su cui qualcuno aveva scritto in lingua straniera uno sbiadito: “TI Amo!”