La bambina celeste di Francesco Borasso. Recensione di Antonella Gagliardo

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La bambina celeste

Francesco Borasso

Ad est dell’equatore 2016

115p

 

La voce narrante di questo romanzo è di Daniel Alberti, un quarantacinquenne divorziato che ci racconta quanto è amaro il sapore della felicità quando l’hai persa, precipitando nel più profondo dolore.

Egli era un marito e un padre innamorato, oltre che un talentuoso pittore.

“Per me la vita era quella, le pennellate e le tele; erano i colori e il potere di dominarli. Ero il creatore di un mondo in cui vivevano le mie regole, il fondatore di una giustizia che si manifestava con le sembianze di colori; qualsiasi tipo di decisione spettava a me, cancellare un disegno, rimuovere una sfumatura, smorzarla, aggiustarla, intensificarla. È stato l’inizio che ha reso ancor più pesante, poi, la mia caduta dentro il vortice della casualità, nella vita reale dove controllo è una parola che non ha alcun significato.”

Ad un tratto però, quella sua stessa vita deve fare i conti con la tragedia in assoluto più grande di tutte, la più innaturale; la perdita di una figlia.

Alla sua bambina, Giorgia, di appena quattro anni, infatti, viene diagnosticato un tumore al cervello, e la vita di Daniel e di sua moglie Victoria, si fermano in quella macchia, in quella metastasi che si divora tutto, anche le cose che sembravano non potessero sparire mai.

 

“Cosa puoi rispondere a tua figlia che dal suo letto ti chiede aiuto perché è convinta che ti basterebbe volerlo per strapparla alla morte? Come fai a spiegarle che sta morendo e che tu, tu non puoi fare nulla se non impazzire d’un botto, oppure impazzire in seguito, nel silenzio che viene dopo?”

Daniel e la moglie iniziano cosi un calvario di operazioni, chemio, speranze disilluse ogni volta che il male non va via, ma si trasferisce da una parte all’altra di quel corpicino piccolo di Giorgia , straziato dalla malattia.

“Il cancro è un ragno silenzioso che tesse tele continue”

Una bimba te la immagini felice su un’ altalena , nel vento di tutti gli anni che ancora devono venire, di tutti i sogni che ancora si devono realizzare . Pensarla bagnata di sudore, senza capelli, smagrita e stanca è un incubo crudele.

Daniel ha un rapporto esclusivo con la sua bimba celeste , che non comprende la presenza della moglie. I due, infatti si allontanano, perché vedono l’uno nell’altro il proprio dolore moltiplicarsi, infinite volte per infiniti giorni.

Si abbracciano quasi per sbaglio, si parlano a stento, si evitano mentre la loro figlia muore, seppellendo con sé anche quello che resta della loro vita in due.

Daniel è disperato.

“Se potessi rigiocarmi l’esistenza, esiterei; se rivedessi mia moglie cambierei strada. Oppure lascerei che Giorgia nascesse e poi mi ucciderei prima che possa morire mia figlia.”

Leggere questo romanzo è stato un atto cosi intimo e profondo che non si riesce a descrivere a parole. I brividi mi percorrevano la schiena mentre leggevo che “la vita è un terremoto, devi solo sperare che nessuna crepa si apra sotto i tuoi piedi.”

E allora mi sono detta che davvero gli istanti di felicità sono rari e che quando arrivano bisogna riconoscerli e tenerseli stretti al cuore, perché tutto potrebbe cambiare da un momento all’altro.

L’autore ci chiede: “Voi ce l’avete un ricordo perfetto? Uno di quelli che a ripensarci vi accorgete che non mancava nulla?”

Se solo ce ne accorgessimo in tempo, mentre lo viviamo che quello potrebbe essere un ricordo perfetto a cui aggrapparci in futuro…

Un libro struggente, fino alle lacrime, che affronta il dolore e la rassegnazione allo stesso, la labilità della vita che dovrebbe ridimensionare quella sciocca presunzione che troppe volte ci portiamo addosso e quella convinzione che qualcosa possa durare per sempre quando invece tutto ha un proprio limite temporale, sopra ogni cosa la felicità.