Kentuki

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Samantha Scheweblin
Kentuki

Un libro dispotico mi è venuto subito da pensare leggendo storie di apparentemente innocui animali di peluche che si muovono, aprono gli occhi parlano ed hanno connotati umanoidi.
Hanno rotelle per muoversi e possono funzionare solo con connessione internet.
Dietro ogni kentuki c’è un essere umano che lo muove e che guarda attraverso occhi di plastica il mondo che conosciamo anche noi, la realtà quotidiana. E di storie quotidiane parla il libro.
E se sembra assurdo pensare di potere comprare un dispositivo dal tenero viso di peluche e con una webcam che riprende tutto in diretta, mi è venuto da pensare che questo già succede.
La nostra vita è messa continuamente in mostra, normalmente. Cosa mangiamo, cosa facciamo, chi vediamo, è tutto documentato e visualizzabile da milioni di persone. Siamo sempre connessi. Lo spazio delle nostre case e delle nostre esistenze non fa più parte solo della sfera privata. Tramite le dirette streaming è possibile mostrare quello che scegliamo di condividere o di vedere, una festa, un evento lavorativo, ma possono essere utilizzate e sono state utilizzate in maniera criminale anche per mostrare l’orrore dal vivo. Sono ormai note le controindicazioni e gli effetti disastrosi di social e internet in generale, dal bullismo fino al revenge porn e oltre. L’autrice argentina sembra volerci suggerire che i kentuki sono già tra noi, che i kentuki siamo già noi.
In Kentuki i rapporti umani sono ridotti all’osso. Genitori e figli che non si parlano, fidanzati che non si vedono e non si toccano, persone che non riescono a vivere nella società o che sono annoiate dalla società e per questo si chiudono nelle loro stanze.
L’ incomunicabilità è il denominatore comune di queste storie .

Il libro è scritto in modo diretto, è ben scritto ed è inquietante, ma lascia davvero aperte tante riflessioni che a loro volta non sono le più felici.
Resta come sempre a noi trovare il nostro posto e con le modalità a noi più confacenti e, almeno per me, più umane possibili, nell’era tecnologica che è la nostra.
Forse mi sono detta, non è un libro dispotico.

Anna