Jiro Yoshihara e il movimento Gutai

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Se parliamo di Jiro Yoshihara, ci riferiamo ad uno dei più importanti artisti contemporanei giapponesi. La sua importanza supera però i confini dell’isola nipponica e dell’Estremo Oriente.

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Si tratta di uno dei fondatori del gruppo d’avanguardia Gutai nel 1954 assieme a Shizo Shimamoto. Fu Yoshihara a scrivere il “Manifesto Gutai” nel 1956.

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Senza titolo

Al di là dell’appartenenza al gruppo Gutai, Yoshihara dipinse quadri di area Fauvista, Surrealista e Astrattista.

Nella parte finale della sua vita si concentrò sui cerchi che ricordassero il concetto di risveglio spirituale della filosofia zen ovvero il “Satori”.

Yoshihara rimase il leader del Gruppo Gutai fino alla sua morte.

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Jiro Yoshihara, senza titolo, 1960

Ma cosa era e cosa si proponeva il gruppo Gutai?

Fondato dal duo Yoshihara e Shimamoto, fin dal 1954, anno della sua fondazione, si caratterizzò per un approccio filosofico impostato sulla concretezza anzichè sull’astrattismo.

La parola Gutai, scelta da Shimoto sta a significare proprio concretezza.

Si trattò in sostanza di un’associazione artistica d’avanguardia giapponese fondata da Yoshihara e Shimamoto che comprese numerosi artisti. Kazuo Shiraga, Akira Kanayama, Masatoshi Masanobu sono solo alcuni dei tanti.

Il termine Gutai, scelto da Shimamoto sta a significare la possibilità di rendere concreta, attraverso la materia, la spiritualità.

Questo concetto viene in mente anche osservando i cerchi che dipinge.

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I cerchi possono rappresentare proprio il materializzarsi della spiritualità che si fa, appunto, concreta.

Storicamente e artisticamente Yoshihara si rifà all’arte occidentale del dopoguerra, astratta e informale per poi evolvere nella “concretezza” Gutai.

La vera importanza di Y. e del movimento Gutai sta anche nell’anticipare gli attuali performer, realizzando tra l’altro una serie di interventi e spettacoli iterattivi.

Jiro, figlio di mercanti di Osaka, nato nel 1905, non ebbe nessuna formazione accademica se non la guida Kamiyama Jiro (1885-1940).

Kamiyama lo introdusse all’arte e alla filosofia d’Europa assieme a Tsuguharu Foujita (1886-1968) che viveva a Parigi.

Yoshihara, in seguito, si unì ai Nika-kai (Associazione Seconda Sezione), un gruppo di pittori in gran parte Fauvisti.

Giorgio De Chirico, Joan Mirò e Wassily Kandinsky furono i suoi riferimenti tra le due guerre mondiali.

Nel 1934, la prima esposizione di Yoshihara si tenne alla manifestazione artistica del gruppo Nika-kai che si teneva ogni anno.

Negli anni ’30, Yoshihara, si avvicinò al surrealismo, molto in voga a quel tempo per poi rivolgersi all’astrattismo geometrico.

Nel 1938, fondò la Kyushitsu-kai (Associazione Nona Stanza) per contrastare l’egemonia nell’ambiente artistico giapponese del gruppo Nika-kai.

Fu a cavallo tra gli anni ’30 e ’40 che Y. passò una fase di crisi artistica che cessò solo nel dopoguerra.

Nei primi anni ’50 fu uno dei fautori della rinascita dell’arte contemporanea in Giappone partecipando alle più importanti esposizioni di quegli anni.

Il 1951 fu un anno importante per Yoshihara, quando con altri artisti diede vita al Gendai Bijutsu Kondan Kai (Gruppo di Discussione di Arte contemporanea o Genbi).

Il Genbi era un laboratorio d’avanguardia dove si fondevano Arte orientale e Arte occidentale, Arte moderna e Arte tradizionale.

L’obiettivo principale era raggiungere il giusto riconoscimento artistico attraverso la tradizione Giapponese.

Negli anni successivi espose in Giappone e in Francia e guidò Shozo Shimamoto, allievo con cui fonderà il Gruppo Gutai. Durante questo periodo si ispiro alla calligrafia Zen e a Jackson Pollock ma anche all’arte infantile.

Fu a questo punto che Jiro abbandonò astrattismo e modernismi per dar vita nel 1954 al gruppo Gutai, poi passato alla storia per le sue tecniche e performances avanguardistiche.

Movimento Gutai

Alla base di tutto c’era l’esplorazione di nuove forme d’arte con performance e pittura in ambienti iterattivi. Attraverso pubblicazioni ed esposizioni si voleva poi dare respiro internazionale al movimento. Francia e Stati Uniti furono i primi ad accogliere mostre del movimento.

Yoshihara era un avanguardista totale tanto da legarsi anche al Morita Shiryu, movimento giapponese dedito agli studi della calligrafia e ad ogni studio o laboratorio innovativo.

Il suo impatto dominante sul gruppo fece si che alla sua morte nel 1972 il gruppo si sfaldo’ e fini nel dimenticatoio.

Ma come spesso accade l’arte è soggetta anch’essa alle mode del momento. E così dal 2013 il mondo dell’arte ha riscoperto il Movimento giapponese.

Le tecenti mostre al MoMA di New York, al MOCA di Los Angeles, ma soprattutto al Guggenheim Museum testimoniano la rinascita.

Splendid Playground, al Guggenheim, ha portato all’attenzione dei collezionisti interazionali un movimento a lungo dimenticato. A testimonianza di ciò i prezzi stessi delle opere ancora inferiori rispetto a quelli di molti artisti contemporanei.

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Water, Sadamasa Motonaga, Splendid Playground 

Il susseguirsi di tante iniziative in Europa e Stati Uniti sta facendo riprendere quota al movimento, dando il giusto spazio anche agli altri artisti del gruppo Gutai.

E così gli stessi prezzi dei quadri alle aste di Hong Kong, Londra e New York sono schizzati verso l’alto soprattutto quelli di Jiro Yoshihara, Atsuko Tanaka, la principale artista donna del movimento e di Sadamasa Motonaga.

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Jiro Yoshihara 

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Atsuko Tanaka, 1963

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Sadamasa Motonaga 

Ma in fondo a noi interessa relativamente la quotazione dei quadri se non per il fatto che testimonia la rinascita di un movimento da sempre sottovalutato.

“L’arte Gutai non trasforma la materia. L’arte Gutai dà vita alla materia.”Jiro Yoshihara, Manifesto Gutai, 1956

Con questa frase Jiro riassume in due righe la filosofia del movimento.

Forma, materia, vuoto, tempo, spazio, atto creativo stesso furono messi in discussione in nome della ricerca di nuove strade per l’arte.

E così il movimento fini per scardinare tutti i principi seguiti fino a quel momento.

Temi espressivi nuovi, originalità e nuovi modi di “fare arte” portarono i Gutai ad essere un movimento di riferimento tra gli avanguardisti del tempo.

Gutai, come detto, significa concreto e testimonia l’interesse  del gruppo per i temi dell’atto creativo e dei materiali. Niente più arti figurative ed astrattismo.

Azione, performance, installazione vennero introdotti nell’arte dai Gutai e anticiparono l’happening, Land Art e altri movimenti successivi.

Il movimento spinse e fu spinto dalla democratizzazione e modernizzazione del Giappone anni ’60 e dall’esigenza di conciliazione tra quello slancio e la tradizione nipponica.

Un manifesto di ciò è l’immagine di Saburo Murakami nell’aprile del ’59 sulla rivista “notizie”( rivista torinese d’avanguardia), mentre, con un balzo, attraversa la carta tesa su ventun telai, lacerando simbolicamente lo spazio tradizionale della pittura.

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Saburo Murakami, Passing Trough, 1956

In quel numero si videro: Kazuo Shiraga che dipingeva con i piedi a testimoniare la rinuncia al controllo; le opere di Atsuko Tanaka con le luci delle lampadine accese; Shimamoto in posa davanti a un dipinto realizzato con un cannone e i tubi pieni d’acqua che scintillano sotto il sole appesi ai rami di un albero di Sadamasa Motonaga.

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Atsuko Tanaka, Electric Dress 

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Kazuo Shiraga 

Il collettivo seppur fuori dai circuiti dell’arte di allora aveva colpito nel segno. Avevano conquistato la ribalta.

Utilizzarono legno, acqua, plastica, carta di giornale, lamiera, tela, lampadine, fango, sabbia, luce, fumo, fiammiferi, cartoni e qualsiasi altra cosa avessero tra le mani.

Si inventarono il concetto di performance, installazioni, sound art e arte multimediale.

I Gutai saltavano attraverso pannelli di carta, liberavano luce e suoni dai cliché di musica e cinema. Dipingevano senza pennello, per loro strumento “artificioso”.

Gli esempi furono tanti, Sumi dipingeva con un abaco; Shimamoto sparava il colore utilizzando cannoni e bottiglie di vetro  e Akira Kanayama usava automobiline giocattolo e creava disegni sulle tele.

Ma gli esperimenti furono diversi. Toshiko Kinoshita ad esempio, creò dipinti colorati che si rivelavano lentamente alla fine di un processo chimico.

Toshio Yoshida utilizzava il legno bruciato, in cui il calore si sostituisce al colore per unirsi al legno e creare un simbolo.

Motonaga, in Work 32 (1963), prevedeva che la mano dell’autore stesse a una certa distanza dalla tela in modo da consentire ai materiali di affermare se stessi.

Altri si dedicarono all’ambiente come Michio Yoshihara che inseriva mucchietti di sabbia all’interno di scatole piene di lampadine che poi scolpiva a forma di cono.

Shiraga utilizzò la pelle di cinghiale nella serie Wild Boar Hunting (1963) e il fango nelle sculture morbide e nella performance “Challenging Mud”(1955).

Motonaga utilizzò acqua e fumo, ad esempio appendendo sacchetti pieni di acqua colorata alle finestre dello spazio espositivo accanto a sassi dipinti raccolti nell’area di Tokyo.

Nel 1956 l’artista tra l’altro costruì Smoke, la sua prima macchina produttrice di anelli di fumo.

Yoshihara, uno dei fondatori del gruppo, fu il primo a introdurre la luce nel rivoluzionario Light Art (1955).

Il suo esempio fu seguito dal figlio Michio, da Toshio Yoshida autore della lanterna giapponese d’avanguardia Andon (1956) e da Atsuko Tanaka.

In Stage Clothes del 1956, Tanaka combinava materiali come l’elettricità, il poliestere e le vernici sintetiche.

Ora, bisogna provare ad immaginare in quegli anni l’effetto che potevano fare certe innovazioni d’avanguardia in un Giappone  ancorato alla tradizione e appena “svezzato” dell’imperialismo. Molti di questi artisti riflettevano a fondo sul futuro dell’umanità e del rapporto tra tecnologia e corpo.

Takesada Matsutani sperimentò nuove colle industriali per creare pellicole traslucide e forme massicce che irrompevano sulla superficie dei suoi lavori.

Norio Imai usava i motori per animare l’erotismo minimalista delle sue tele completamente bianche, tese sopra corpi pronti a lacerare il loro imballaggio.

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Norio Imai, Shadow of Memory

Minoru Yoshida creò grandi sculture mobili come Bisexual Flower, fatte di plastica, liquidi luccicanti, motori e luci al neon che evocavano inquietanti visioni. Erano preoccupati dal domani e dalle conseguenze di uno sviluppo tecnologico rapido.

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Minoru Yoshida, Bisexual Flower, 1970

Gli esperimenti all’aperto e la cultura della sperimentazione volute fortemente da Jiro portarono a ben 4 esposizioni: “Experimental Outdoor Exhibition of Modern Art to Challenge the Mid-Summer Sun” (1955), “Outdoor Gutai Art Exhibition” (1956), “One Day Only Outdoor Exhibition” (1956) e “International Sky Festival” (1960).

Ovviamente vi furono anche altre esibizioni minori.

Fujiko Shiraga spiega come queste mostre obbligavano i partecipanti a confrontarsi con lo spazio espositivo. Questa interattività che oggi è quasi prassi allora era novità assoluta.

Tanaka creò Work (Bell), una serie di campane che suonavano in sequenza quando l’osservatore premeva un pulsante, creando uno spazio architettonico con il suono; Murakami ricoprì di carta l’ingresso della mostra, che poi fu lacerata da un salto di Yoshihara che metteva in atto il suo ingresso; Yamazaki collocò barattoli di alluminio verniciati di rosso direttamente sul pavimento della galleria.

Shiraga diede forma tridimensionale ai suoi lavori dipinti con i piedi e realizzò Challenging Mud tuffandosi in un ammasso di fango, pietre, sabbia e cemento lasciando l’impronta del proprio corpo dopo una lotta.

Dunque sperimentazione portata all’estremo grazie alla quale si esplorava il rapporto arte – materia.

Nella fase finale gli artisti erano già andati oltre il sito espositivo e avevano sviluppato un vocabolario artistico legato all’ambiente naturale.

Un esempio fu la monumentale Work (Water) di Motonaga, un’installazione di strisce di plastica contenenti liquidi colorati lucenti come gioielli sospese tra i rami degli alberi ad evidenziare il rapporto tra alberi e acqua.

Michio Yoshihara in Discovery (1956) fece una semplice buca scavata nel terreno e illuminata che anticipava le azioni simili ma più celebri di Claes Oldenberg.

Altri come Saburo Murakami si limitavano a incorniciare l’ambiente.

Da queste azioni all’aperto emerse anche un’idea molto matura e partecipativa di interattività.

Altra innovazione dei Gutai fu quella di ricorrere ad esperimenti sul palcoscenico.

Il principio che spinse i Gutai al palcoscenico fu l’esigenza del tempo nella pittura e nell’arte.

Fino ad allora il tempo era escluso perché i dipinti venivano colti all’istante.

Futuristi e Cubisti a loro modo avevano provato ad esprimere il concetto di movimento e tempo. Ma tutto si limitava al concetto, qui il tempo entra concretamente in gioco.

Gli artisti Gutai parteciparono tutti insieme a quattro esibizioni sul palcoscenico:

Gutai Art on the Stage (1957), 2nd Gutai Art on the Stage (1958), Don’t Worry, The Sky Won’t Fall Down! (1962) e Gutai Art Festival (1970) e disegnarono le scenografie per il 4th Summer Festival (1967).

Spesso fecero azioni di pittura teatrali. In occasione di “Gutai Art on the Stage” del 1957 ad esempio, Yasuo Sumi versò il colore contenuto in alcuni secchi su un telo trasparente appeso sul palco in modo che il pubblico avesse la sensazione di essere colpito dalla vernice.

Shuji Mukai dipinse i suoi simboli su una tela composta da dodici teste cantanti, facendole tacere una per una con pennellate di colore fresco sul volto.

Shimamoto, Michio Yoshihara e Motonaga idearono brani musicali per le esibizioni di Gutai. Nel 1957 Shimamoto tentò di affrancare il suono dalle strutture della musica manipolando suoni elettrici.

Anche qui l’esplorazione arrivo’ a manipolare gli effetti sonori estraendoli dalla struttura musicale.

Altri come Yoshida si dedicarono alla luce, ad esempio creando delle ombre con le luci di scena. Altro territorio di esplorazione era il movimento attraverso “dipinti” mobili sui corpi staccando strati di vestiti e aprendone altri.

Totale infine l’apertura verso le avanguardie internazionali:
“Crediamo che si tratti di lavori che segneranno un’epoca e di uno stile di presentazione che non ha precedenti né in Oriente né in Occidente”.
Jiro Yoshihara (1957)

In questa frase tutta l’ambizione, l’entusiasmo e lo slancio del fondatore del movimento che ebbe il merito di anticipare di decenni molte nuove forme di rappresentazione artistica e trascinare con sé un gruppo di artisti geniali.

di Lorenzo Dati 

Foto dal web