Iosif Brodskij. Fondamenta degli incurabili

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Iosif Brodskij
Fondamenta degli incurabili.

A cura di Anna Cavestri 

Sono poco più che cento pagine, ma intrise di piccole e intense sensazioni: come l’odore di alghe marine sotto zero, una percezione di “suprema beatitudine”, assaporata in una notte di vento sui gradini della Stazione.

Fondamenta degli incurabili è un taccuino dove Brodskij annota pensieri ed episodi delle sue frequenti incursioni veneziane (ogni anno in prossimità delle feste natalizie, si recava a Venezia, per la quale aveva un grande amore).

Riteneva che fosse l’unico periodo possibile per vivere la città che più di ogni altra si approssima ad un “Paradiso visivo”, “la città dell’occhio”, dove le altre facoltà vengono in seconda linea.
In questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima. L’unica differenza è che non si stacca dal corpo, ma lo subordina totalmente.

Dopo un poco – il terzo o il quarto giorno dopo l’arrivo nella città lagunare – il corpo comincia a considerarsi semplicemente il veicolo dell’occhio, quasi un sottomarino rispetto al suo periscopio che ora si dilata e ora si contrae. Certo, ci sarebbero molti bersagli, ma tutti i colpi ricadono sul sottomarino stesso: è il cuore che affonda, o la mente, se si vuole, mentre l’occhio torna sempre a galla. *

Iosif Brodskij (1940-1996), originario di San Pietroburgo, all’epoca Leningrado, dopo essere stato condannato per “parassitismo” a cinque anni di lavori forzati, era stato espulso dal suo paese. Inizia a viaggiare e tenere lezioni nelle università americane, ottenendo la cittadinanza statunitense nel 1977, ma non smetterà mai di visitare Venezia con cadenza quasi annuale, nel suo periodo dell’anno preferito: l’inverno.

Per Brodskji, annusare Venezia è come toccare la propria essenza dispersa, entrare nel proprio autoritratto. Essere felice. Una felicità legata all’equilibrio sensoriale, l’unica che avrebbe potuto accettare. E poi l’immagine di una donna italiana, incontrata anni prima in Unione Sovietica, quando ancora non sapeva che in Occidente la bellezza poteva essere comprata, ma soprattutto il riconoscere sulla sua pelle, l’odore di un profumo .

In questo libro, dapprima presentato nel 1989 in un’edizione fuori commercio, emerge la forte attrazione di Brodskij per la città: a tratti assume connotati femminili ed erotici, a tratti suscita in lui una dimensione divina: l’acqua rispecchia Dio ed è l’immagine del tempo. Venezia è la città che più di ogni altra dialoga con l’acqua e la sfida con quella proprietà che il tempo-acqua, non possiede: la bellezza. L’acqua, del resto, è quello stesso elemento che accomuna Venezia con la sua città natale, tanto amata, dove non potrà mai fare ritorno. E così, forse per il legame con la sua San Pietroburgo o per l’incondizionata ammirazione suscitata dalla città lagunare, Brodskij chiede di essere sepolto proprio qui, nel cimitero di San Michele, accanto alla tomba di un altro poeta da lui molto apprezzato, Ezra Pound.

Quell’occhio che precede la penna, e la necessità, nella città del’occhio, di avere abiti adatti, belli, capaci di muoversi simmetricamente per tenere testa a tanta perfezione. Abiti che una volta tornati nel mondo non avrebbero più avuto la stessa urgenza di essere indossati. Perché a Venezia, l’occhio è finalmente libero di tendersi, di respirare, mentre il corpo diventa un suo veicolo.
«[…] l’occhio è sermpre in cerca di sicurezza. Questo spiega l’appetito dell’occhio per la bellezza, e l’esistenza stessa della bellezza è innocua, è sicura. Non minaccia di ucciderti, non ti fa soffrire. Una statua di Apollo non morde, né morderà un cagnolino del Carpaccio.

Quando non riesce a trovare bellezza — alias sollievo — l’occhio ordina al corpo di crearla o, in alternativa, lo adatta a cogliere il lato buono della bruttezza… Perché la bellezza è là dove l’occhio riposa — nella bellezza l’occhio ha la sua pace — per parafrasare Dante.

Il senso estetico è gemello dell’istinto di conservazione ed è più attendibile dell’etica. L’occhio — principale strumento dell’estetica — è assolutamente autonomo. Nella sua autonomia è inferiore soltanto a una lacrima».

In una scrittura che è una poesia, l’autore si muove per le calli veneziane e trasmette il suo amore.

Anna