Il tempo: i suoi ricordi

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Il tempo: i suoi ricordi
di Maria Rosa Oneto

Ho sempre vestito l’anima di solitudine e malinconia.
Non sono mai stata bambina con riccioli di spensieratezza sul cuscino.
Dalle vetrate dove mi specchiavo, entravano il rumore del mare e un sole capace di stordire il cuore.
Era pur sempre una Corsia d’Ospedale, piena di pianti, di odori disgustosi e di “trappole” per confondere i pensieri.

Ridevo anche senza poter camminare o zoppicando affannata per quei lunghi corridoi dove il silenzio imperava e la paura si stendeva sui muri, sopra le vesti di frati e suore. Di infermiere dal ghigno malefico.
I feti indesiderati, galleggiavano in ampolle di vetro, creando domande senza risposta alle nostre piccole menti innocenti.
Il cibo, servito in ciotole di metallo, era vomitevole al pari, forse, di quello dei carcerati.

La penombra che invadeva il Reparto, sapeva di strani segreti, di bugie edulcorate dalla fantasia, di verità nascoste tra garze e bisturi.
Il ronzio di una “sega” che tagliava i gessi; metteva addosso un terrore sconfinato.
Quando avrebbero reciso: un arto, una gamba, un braccio?!
Sottile era l’immagine del dolore. Così impalpabile e trattenuto come una crisalide nell’ atto di sbocciare.

Scorrevano lacrime, subito asciugate per il timore di essere considerati: inutili, incapaci e fragili.
Tenevamo tutto dentro, senza pretendere altro.
Crescevamo in fretta, non tanto di statura, ma nel desiderio di liberarci, di tornare a casa, di riprenderci la normalità di una vita che non sarebbe mai stata normale
Povere creature, segnate dal destino, al frantumarsi di sogni appena iniziati.
Con la ritrosia di un’adolescenza che turbinava lo spirito, riempiva la pelle di brividi d’amore, provocando una sessualità più letta che goduta.
Spruzzi di erotismo in una speranza familiare sempre più ottusa e chiusa all’esistenza.