Il telo misterioso: profili storici e spunti di riflessione sulla Sindone di Torino

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L’argomento di oggi toccherà una delle più venerate e al contempo misteriose reliquie della cristianità in un percorso che intreccerà storia, senso religioso, scienza ed arte.

Obiettivo dell’articolo non sarà analizzare tutte le ipotesi relative alle origini del misterioso oggetto, in particolar modo le più incredibili, e nemmeno fornire una soluzione all’enigma, la quale per forza di cose si rivelerebbe superficiale ed affrettata; al contrario, lo scopo di quest’articolo è cercare di individuare dei punti fissi.

Molto si è detto su tale Sindone. Addirittura un test condotto alla fine degli anni ‘80 sembrava aver chiarito definitivamente il mistero; invece, ancora dopo molti anni, i dibattiti proseguono.

UNA RELIQUIA PARTICOLARE

La reliquia in questione è un telo di lino lungo all’incirca quattro metri e mezzo e largo poco più di un metro, conservato nel Duomo di Torino. A rendere unica questa reliquia è l’immagine su di esso impressa: la sagoma frontale e dorsale di un uomo che pare aver subito pesanti torture.

Ciò che stupisce di tale telo è il fatto che la sua fama come reliquia autentica sia in realtà relativamente recente. Nonostante il basso medioevo sia riconosciuto come un’epoca in cui il commercio delle reliquie era assai diffuso, la Chiesa non pubblicizzò, al contrario ostacolò la presentazione delle Sindone come autentica. Nel 1390 l’Antipapa Clemente VII ordinò che ad ogni esposizione della Sindone fosse proclamato a gran voce che essa “non è il sudario che avvolse Nostro Signore ma un’immagine dipinta a sua imitazione”.

A pari modo ci sarebbe da aspettarsi che ad una reliquia tanto prestigiosa sia da ricollegare un numero enorme di eventi miracolosi: al contrario, la Chiesa, tanto nell’antichità quanto nell’era contemporanea, non ha attribuito alla reliquia alcun miracolo certo.

LE ORIGINI SCONOSCIUTE

A lasciare a tutt’oggi sconcertati gli studiosi è la totale ignoranza circa la formazione dell’immagine sindonica: essa non è infatti formata dai soli segni di ferita sparsi su tutto il corpo, ma da un alone giallastro. Una prima ipotesi è che tale immagine si sia formata per reazione chimica, forse con le sostanze utilizzate per la sepoltura. Esami più recenti invece prediligono l’ipotesi di una qualche emissione di calore che avrebbe impresso l’immagine sul telo senza tuttavia lasciare bruciature.

Il lino di cui è composta la Sindone, è un materiale conosciuto e lavorato fin dalla più remota antichità: gli antichi egizi nel 3000 a.C. già fabbricavano tessuti in lino. In epoca romana la lavorazione del lino era molto diffusa in medio oriente, in particolare in Siria (il territorio corrispondente Siria-Palestina costituiva allora un’unica provincia). Addirittura la Giudea sarebbe stata uno dei principali centri di lavorazione del lino.

Un gruppo di scienziati ha cercato di riprodurre una copia della Sindone tramite riscaldamento del tessuto in una stufa con risultati piuttosto soddisfacenti. Al di là di ciò, resta da spiegare la formazione delle impronte di sangue, non riconducibili, come vedremo tra breve, ad un pennello. In secondo luogo le riprese dell’esperimento vedono il pool armeggiare con una stufa moderna, del tutto fuori portata per l’epoca da cui la Sindone proviene: basti pensare che le prime rudimentali stufe in ghisa vengono introdotte nel 1600; prima di quest’epoca le stufe erano in muratura.

L’ESAME DELLE MICROFIBRE

La Sindone è un’immagine monocromatica e priva di direzionalità; su di essa inoltre non sarebbe stata riscontrata traccia di pigmenti. Tutto ciò basterebbe ad escludere che si tratti di un’immagine dipinta.  Vera o falsa che sia, l’immagine impressa sul telo non ha le caratteristiche di un’opera pittorica: non vi sono segni di pennellate o di tirature di colore.

Il tessuto non risulta del tutto impregnato dalla sostanza che ha lasciato l’impronta delle ferite, bensì risulta intaccato solo a livello superficiale.

Un esame più approfondito, a livello di microfibre ha fornito dei riscontri interessanti: singoli microtubuli colorati dalla sostanza che si suppone essere sangue si affiancano a microtubuli completamente immacolati; un eventuale falsario che avesse voluto dipingere la Sindone avrebbe dovuto utilizzare un microscopico pennello per dipingere una ad una le singole microfibre.

L’ENIGMA DI LEONARDO

Una delle ipotesi più conosciute vede uno dei più grandi inventori e artisti della Storia come il vero realizzatore della Sindone di Torino. Tale ipotesi però si rivela essere la più facile da smontare: prima notizia certa circa l’esistenza della Sindone risale al 1353, quasi un secolo esatto prima della nascita del genio fiorentino.

Si è cercato di porre un correttivo alla suddetta ipotesi, teorizzando che i Savoia abbiano commissionato a Leonardo la realizzazione di una Sindone di qualità migliore, ma tale ulteriore ipotesi non ha trovato credito presso la comunità scientifica.

IL RADIOCARBONIO

Quando l’esito del test del Carbonio 14 condotto nel 1988 datò la Sindone al medioevo, per alcuni fu il momento di scrivere la parola fine su un dilemma che durava da secoli. In realtà da questo momento in poi si è spalancato un portone su ulteriori dibattiti.

A questo punto ammetto di non essere riuscito a trattenere quello che definisco il mio “spirito del giurista inquieto”: non esiste, nel vasto panorama delle indagini giudiziarie, una sola prova che possa essere definita a priori “regina”. Persino le tracce di DNA rinvenute sui corpi delle vittime di omicidio non possono essere considerati validi elementi a prescindere dal contesto: è infatti successo che tracce biologiche ritrovate sulle vittime fossero ricondotte dagli inquirenti ad incontri del tutto accidentali intercorsi tra le stesse vittime e amici o parenti.  Se mi si può concedere una certa leggerezza, possiamo dire che è il contesto a fare la prova, e non il contrario.

Persino gli esperti chiamati a confrontarsi pressoché quotidianamente con la datazione al Carbonio 14 ammettono che tale metodologia non fornisce risultati assoluti e che tali risultati possono essere in qualche modo “inquinati” da numerosi fattori. Ad alterare la quantità di radiocarbonio può essere, ad esempio, un aumento repentino di CO2 nell’ambiente in cui il reperto è custodito. Sappiamo per certo che la Sindone è scampata ad almeno due incendi.

Il CICAP, ente di ricerca e divulgazione scientifica, nel tentativo di controbattere ai dubbi manifestati sulla validità del test, ha ammesso a proprio discapito che l’analisi di taluni reperti “presenta problemi per il rischio di inquinamenti”.

In ogni caso il succitato ente insiste nel considerare un dato inoppugnabile l’intervallo di date fornito dal test, ossia un arco di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Sembra in tal modo trascurata l’esistenza di una miniatura conservata nella Biblioteca Nazionale di Budapest, contenuta nel Codice Pray, e datata intorno al 1190; tale miniatura, che riproduce la scena dell’Unzione di Cristo, contiene sorprendenti analogie con la Sindone: le mani giunte e i polsi incrociati (il destro sul sinistro), l’assenza del pollice (non impresso sul telo).

LA FLAGELLAZIONE

I segni forse più evidenti sull’immagine sindonica sono delle piccole ferite a forma di clessidra o di doppia sfera cosparse sulla zona toracica e sulla zona dorsale. Lo strumento che ha causato tale ferite pare compatibile con il “flagrum” romano.

L’iconografia medievale e rinascimentale ha rappresentato molteplici volte la celebre scena della fustigazione: in tali rappresentazioni vediamo gli aguzzini brandire semplici fruste, verghe, fasci di legni o di rami spinosi e, più raramente, arnesi che solo vagamente ricordano la forma del flagrum.

Sembra che il pensiero comune di tutti gli artisti che hanno rappresentato questa scena fosse che erano le corde o il legno degli strumenti a lacerare le carni e a causare le ferite.

Al contrario la frusta romana era dotata all’estremità di ogni coda di una doppia sfera in piombo. Tali sferette affondavano nella carne e lasciavano segni più piccoli ma molto più evidenti, gli stessi che noi vediamo impressi sull’immagine dell’uomo della Sindone.

IL SUPPLIZIO DELLA CROCE

In epoca medievale e rinascimentale la rievocazione della crocifissione di Cristo era ertamente uno dei temi più frequenti nell’iconografia. Bisogna però considerare due dati.

In primo luogo, va considerato che i primi cristiani non rappresentavano la crocifissione; anzi, il solo simbolo della croce era utilizzato di rado: essa costituiva solo lo strumento con cui il Salvatore era stato messo a morte.

In secondo luogo, i cristiani del medioevo e rinascimento non conoscevano le effettive modalità con cui veniva eseguita la condanna. I numerosi quadri e dipinti sulla via crucis ci mostrano Gesù che trasporta in spalla l’intera croce nell’intero percorso che va dalla città fino al calvario. Parimenti, le immagini di Cristo crocefisso mostrano la croce come un “corpus” unico.

Al contrario, il condannato a morte per crocifissione trasportava sulle spalle solo la parte orizzontale della croce (“patibulum”): una volta giunti sul luogo del supplizio il malcapitato veniva legato o inchiodato al patibulum e issato tramite corde sulla pertica verticale (“stipes”).

Un ulteriore spunto di analisi è dato dalle ferite circolari ai polsi riscontrabile sulla sagoma impressa nel telo. Anche qui l’iconografia classica fornisce un’immagine errata. Il crocifisso viene rappresentato con dei chiodi piantati nel palmo delle mani, quasi all’altezza delle dita.  Una siffatta soluzione si sarebbe rilevata assai poco pratica, in quanto la pelle delle mani, impossibilitata a sostenere il peso del corpo, si sarebbe lacerata facendo cadere a terra il malcapitato.

Ipotesi oggi più seguita è che i chiodi trapassassero da parte a parte i polsi del condannato. Una seconda supposizione, non del tutto peregrina, è che il chiodo fosse piantato in maniera leggermente inclinata nelle ossa carpali alla base della mano, e perforassero il radio e il nervo mediano per poi fuoriuscire dal polso.

IL SUDARIO DEL MORTO

A tale paragrafo ho voluto attribuire volutamente un sottotitolo ironico: il termine “sudario” indica univocamente un telo che serve a coprire, in tutto o in parte, un soggetto defunto. Qualcuno avrà certamente richiamato alla propria memoria una delle ipotesi più fantasiose riguardanti la Sindone, ossia la possibilità che essa abbia potuto ricoprire un soggetto ancora vivo.

Una tale asserzione pone seri interrogativi. Dobbiamo, in primo luogo immaginarci che forma avrebbe l’immagine Sindonica se essa fosse stata formata con il contatto con un corpo vivo.

Il cospicuo sanguinamento prodotto dalla pressione sanguigna avrebbe letteralmente impregnato il lenzuolo formando un’immagine più nitida ma del tutto irriconoscibile.

Le impronte riscontrate sulla Sindone invece non paiono compatibili con un sanguinamento.

Recenti studi sul flusso sanguigno portano a contestare la compatibilità tra la Sindone e le macchie di sangue: in realtà viene trascurato il fatto che il corpo, prima di essere avvolto nel telo, sia stato frettolosamente lavato; per questo motivo, salvo eccezioni, possiamo rintracciare sul telo solo le impronte delle ferite e non le tracce di sanguinamento avvenuto prima della morte.

LE TRAME DELLA STORIA

Una buona fetta di studiosi afferma che non vi è alcuna testimonianza circa l’esistenza della Sindone in periodi antecedenti al basso medioevo.

Altri studiosi hanno cercato di demolire tali posizioni cercando nella storia testimonianze sulla preziosa reliquia.

Verso l’anno 390, il vescovo Epifanio di Salamis, in visita in Palestina, vide esposta in una chiesa un telo recante un’immagine. Bisogna specificare che a quel tempo il cristianesimo era ancora molto legato all’antica tradizione ebraica del “non ti farai immagini”: dunque Epifanio ordinò che il telo fosse tolto e dato in beneficenza per la sepoltura dei cadaveri. Il racconto dà dunque ad intendere che quel telo non fosse un semplice panno o asciugamano, ma avesse quel preciso scopo.

Nel VI secolo fino al XIII abbiamo cronaca di un’altra reliquia conservata prima a Edessa e poi a Costantinopoli: si tratta del sacro Mandylion (scomparso nel 1204).

Diversi studiosi sono convinti che Sindone e Mandylion fossero due cose distinte: invero le analogie tra le due appaiono sorprendenti. Il termine “Mandylion” indica un panno o un manto, ed è certamente accostabile a quello di Sindon (telo o lenzuolo): si trattava infatti di un telo recante l’immagine di Gesù. Tale immagine era detta “acheropita” ossia “non fatta da mano d’uomo”: ciò potrebbe indicare non già un’origine miracolosa della reliquia, ma il fatto che essa non fosse il risultato di un artifizio o di una tecnica pittorica.

Il Mandylion fu indicato talvolta con il termine greco “ràkos tetràdiplon” ossia “ripiegato quattro volte doppio”: ciò ci indica che la lunghezza del telo era tale da far sospettare che potesse recare l’intera immagine del corpo, e non solo quella del volto.

Conferma decisiva deriverebbe dalle parole dell’arcidiacono Gregorio, che nel 944 affermò che l’immagine era stata formata dal “sudore” di Cristo e che si potevano notare su di essa le “gocce di sangue sgorgate dal suo stesso fianco” (corrispondenza con la macchia di sangue all’altezza del costato, visibile ad occhio nudo sull’immagine sindonica).   Inoltre, la menzione del sangue di Cristo ci fornisce un’ulteriore conferma: che il Mandylion era un qualcosa di fabbricato a seguito della crocifissione e non era dunque un suo ritratto o una sua impronta da vivo (come invece raccontato da certe leggende riguardanti l’origine della reliquia).

In varie chiese sparse sul territorio italico sono ancora conservate immagini anch’esse dette “Mandylion” (probabilmente copie dell’originale). Le analogie tra i volti ritratti e l’immagine sindonica appaiono piuttosto azzeccati, tanto da far escludere che Mandylion e Sindone fossero reliquie diverse.

Da ultimo, possiamo considerare il quasi inspiegabile cambiamento nello stile che, proprio a partire dal VI secolo caratterizzò l’iconografia cristica: prima il Salvatore era rappresentato secondo tratti etnici tipicamente bizantini: volto imberbe con capelli corti e la pelle chiara. In modo repentino si cominciò a rappresentare Cristo coni tratti di un mediorientale: folta barba e pelle scura. A colpire maggiormente sono i folti baffi e il naso dall’alta radice: gli stessi baffi e lo stesso naso che possiamo notare nell’immagine impressa sul telo esposto a Torino.

Luca Varinelli