Il sogno di Isa

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Il sogno di Isa

Guardo l’aurora, in quella dispersione di vento che annebbia i colori. È una giornata: opaca, sbiadita, sospesa e noiosa. Alcuni sporadici gabbiani, sostano guardinghi in riva al mare, senza alcuna intenzione di volerlo sorvolare.
Un’aura, misteriosa e infreddolita, copre già le case, i sentieri colmi di foglie cadute, gli alberi contorti e senza più forma.
Gli edifici, costruiti alla rinfusa, addossati gli  uni agli altri, senza bellezza architettonica, paiono vuoti “dormitori” per gente senza domani e privi di cultura. Finestre, simili a quelle delle carceri, mostrano una povertà: avvilita, violenta, spietata. Umili panni, stesi ad asciugare, danno l’impressione di “anime diseredate”, di corpi privati di qualunque talento e di esseri anonimi nel flusso della corrente.
Strutture di mattoni e cemento, come alveari lasciati in posa sino a cadere, rimandano all’aperto: litigi, grida, rumori scombinati, urla di bimbi e abbaiare di cani. La signorina del Civico 224, appena rientrata dal mestiere notturno, più antico del mondo; fa le scale, traballando sui tacchi a spillo. La faccia, impiastricciata di trucco, due occhiaie come la Fossa delle Marianne. Dormirà tutto il giorno, contenta del suo “piccolo mondo” e di quei quattro soldi messi da parte per curare il figlio. Emilio, senza essersi rasato e con i soliti jeans consumati dall’usura, prende la via del caporalato, con la speranza di poter lavorare.

A mano a mano che il giorno si espande in una cupezza tristemente nota: Mario, carica la rivoltella, la nasconde sotto il giubbotto di finta pelle e dopo uno squillo al cellulare dei compari, parte con l’intenzione di mettere a segno una rapina milionaria.
Isa, la bambina del quarto piano, con le gambine che penzolano dalla ringhiera, come fiori non ancora sbocciati, leggeva una fiaba, piangendo in silenzio senza conoscerne il motivo.

Aveva  due grandi occhi neri, vivaci e una voce da soprano. Amava cantare e lo faceva quando era sola in casa. Frequentava poco la scuola, a causa dei genitori che ritenevano l’istruzione: una perdita di tempo. Da brava donnina, aveva imparato a lavare i pavimenti, a riordinare quel tugurio di alloggio, a fare da mangiare e riassettare.
La sua voce da usignolo, attirava il vicinato, le persone che passavano in cortile e persino i rari uccellini che ancora dimoravano sull’albero vicino.
Venne un giorno che il cielo si fece mite e le campane suonarono a festa. C’era allegrezza nell’aria, intiepidita da un venticello che veniva da Oriente.

Isa, vestita e pettinata, ebbe l’ardire di uscire di casa, cantando a squarciagola. Molte persone si fermarono per ascoltarla, riprendendola con lo smartphone e facendo diventare virale quel video sui Social.
Di lì a breve, il sogno di Isa, si avverro’ e dopo alcuni anni di studio assiduo e di tecnica vocale, si aprirono per lei le porte dei Teatri più famosi del Mondo!

Maria Rosa Oneto