IL SIGNOR AMORNÒ

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Il signor Amornò

Era mezzanotte passata, consumavo l’attesa dell’autobus in lunghi fiati di sigaretta, godendomi il silenzio mai completo della città appena addormentata.
Rigiravo le dita nelle dita facendo trecce di pensieri da regalare al capo calvo di quella notte senza stelle, che mi guardava muta da finestre senza luci.

©Bistro: Il signor Amornò. 35 x 25 cm. Tecnica mista: matite, acrilico, olio e gessetto su cartoncino nero.

-Hai da accendere ragazzo?- Mi girai verso quella voce che risuonò del tonfo della rassegnazione e incontrai due grandi occhi di un bianco consapevolezza disarmante, sorretti da capitelli di rughe, occhi che certo non mi vedevano ma che sapevo mi stessero comunque osservando.
-Certo.- Risposi.

Mi avvicinai a quella figura corvina che senza esitazioni allungò il volto verso di me porgendomi la sigaretta con le labbra. L’oscurità del suo volto mi travolse, mi sentii sopraffatto dalle candide galassie del suo sguardo senza meta, specchi appannati di un cosmo inesplorato. La fiamma del mio accendino ruppe le ombre dei suoi lineamenti. Rimasi pietrificato.

La sua pelle era ricoperta da un’infinità di minuscole cifre, tatuate in rosso porpora tra un poro e l’altro.
-Non aver paura ragazzo.- Disse calmo godendosi il primo tiro. Osservai il fumo volteggiare fuori dalla sua bocca, lentamente, respiro sfinito di una chimera senza nome.
-Non mi servono gli occhi per vedere l’espressione terrorizzata che ti ho stampato in faccia, ragazzo.- Ridacchiò -Il tuo silenzio inebetito la descrive meglio di mille parole!-
-Chi sei?- Balbettai.
-Tu chiamami Amornò, ragazzo.-
-Che cosa sono tutti quei numeri…-
-Impressi sul mio corpo? Beh, ovvio, sono le ore del decesso di tutti gli amori che si sono spenti fino ad oggi.-
-Ma come…-
-Oh guarda ragazzo! Ne sta arrivando un’altra proprio adesso!- Mi mostrò il pollice destro. Come scritte col fuoco comparvero altre cifre.
-Ogni volta brucia come la prima.- Disse passando la lingua sui nuovi numeri.
-Ma come è possibile?-
-Sono il custode delle storie finite, dei loro ricordi, dei loro segreti, delle loro realtà.-
-Quindi tutte quelle cifre è come se fossero le coordinate dei nostri addii?-
-In un certo senso sì.-
-Posso chiederti una cosa?-
-Dimmi tutto ragazzo.-
-È dovuto a te il detto “L’amore è cieco”?-
-Sì, anche se lo trovo di un’inesattezza sconvolgente.-
-Perché?-
-Perché l’amore, quello vero, quello vissuto in pieno, apre gli occhi.

L’amore diventa cieco solo quando si esaurisce, si logora, si avvelena, o quando non si dà nemmeno lo spazio di iniziare; ed è ciò di cui mi occupo io.
-Quindi ripari anche i cuori spezzati?-
-No, però do loro la colla per rimettersi insieme.-
-Che tipo di colla?-
-La conosci bene, è il collante più potente di tutti, si chiama Tempo.-
-E dove finiscono le speranze infrante?-
-Le metto sui dorsi delle libellule, dove nessuno riesca a prenderle e rovinarle, in modo che viaggino per il mondo e che vedano che l’amore esiste ancora, sempre a un passo dal rinascere.- -E tu sei mai stato innamorato?-
-Questo non posso dirtelo. È arrivato il tuo autobus ragazzo.

– Mentre i coni di luce dei fanali Si avvicinavano a noi, Amornò mi strinse forte la mano, sorridendomi, e guardandomi intensamente coi suoi grossi occhi bianchi sparì. Poco a poco percepii uno strano calore crescermi sul palmo della mano. La aprii. Come scritto col fuoco c’era un piccolo otto rovesciato, l’Infinito, a ricordarmi che l’amore è a un soffio di eternità dai nostri occhi.

Testo di Federico Morando.

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