Il rito del bucato fatto in casa dai nostri antenati

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Qualche giorno fa accompagnato dall’assessore Masciullo ho visitato il museo della Ceramica a Cutrofiano.

Già il nome del paese ci racconta che da sempre Cutrofiano già nel toponimo nasconde le due anime quella greca in Cutro ( Creta ) e nella parte finale quella latina, in ” ano ” finiscono tutti i paesi di origine romana.

L’argilla con i suoi derivati trasformati risultano ancora oggi l’artigianato tipico del paese tanto da apparire nel suo nome. Il museo della Ceramica fu istituito nel 1985 ed oggi si trova nelle sale di palazzo Filomarini. Il Museo, comprende reperti archeologici, oggetti d’uso quotidiano, fotografie d’epoca, ceramiche dipinte e maioliche prodotte fra ‘600 e ‘800, provenienti da centri pugliesi e dell’Italia meridionale (brocche, piatti, catini, mattonelle votive, albarelli, acquasantiere). Tra queste mi ha colpito un oggetto che racconta come i nostri antenati facevano il bucato. Anche qui la parola ” Bucato ” l’etimologia del nome deriva dalla parola di origine francofona būkōn cioè ” immergere “, anche se in italiano la parola bucato ci racconta di un oggetto con buco, questo è il nostro oggetto.

Un ” Cofanu ” di terracotta, con tanto di buco in basso, antenato delle nostre lavatrici. Un tempo per fare il bucato si iniziava la mattina presto e si finiva il giorno successivo. Ecco sinteticamente i vari passaggi, la mattina all’alba si metteva la biancheria da lavare nella pila di pietra, situata nel cortile delle tante case a corte dei nostri centri storici, con l’acqua si attingeva dalla cisterna oppure dal vicino pozzo l’acqua. Quindi si lavava (ramuddhava) con il sapone fatto artigianalmente a casa usando “lu lavaturu”. A lavare davanti alla pila c’erano come sempre le donne della famiglia e le vicine di casa, a quel tempo era molto sviluppato il senso dell’amicizia e del reciproco aiuto nelle faccende domestiche.

La padrona di casa, intanto, appendeva il paiolo (quatarottu in rame) sotto al camino, lo riempiva d’acqua e accendeva il fuoco. Accanto al camino metteva lu cofunu sopra uno scannetto (arnese in legno per poggiare i piedi, oppure poggiare attrezzi per alzarli da terra). Si passava a sistemare, la biancheria dentro lu cofanu, sopra si metteva un telo grezzo di canapa (cennaturu) con dentro la cenere cernita. Quando l’acqua del paiolo era tiepida si versava con un recipiente di creta (vacaturu) sulla biancheria (in media servivano quattro paioli pieni d’acqua).

L’acqua versata sul telo grezzo, che conteneva la cenere (lissia o liscivia),filtrava attraverso la biancheria e scendeva in un capiente recipiente di creta (limmu) che era situato sotto il cofano sul pavimento. Subito dopo l’acqua che scendeva dal cofano nel recipiente di creta si metteva nel paiolo per riscaldare e quindi si versava di nuovo sulla biancheria. Si continuava così per sette o nove volte, aumentando sempre di più la temperatura dell’acqua. Nell’ultima “vacata” si mettevano scaglie di sapone e qualche foglia di alloro e si versava direttamente sulla biancheria, dopo aver sollevato il telo grezzo. Alla fine si ricopriva il bucato e si lasciava raffreddare per tutta la notte.

Nella casa si diffondeva il profumo del pulito. Il mattino dopo si toglieva la biancheria un po’ alla volta, si metteva nella pila piena d’acqua e si lavava un’altra volta. Veniva poi sciacquata (chiaruta) in un recipiente di creta (limmu), stesa al sole e poi stirata. Il bucato si faceva mediamente ogni quindici giorni. La “lissia” veniva conservata e utilizzata per lavare gli indumenti colorati. Le nostre nonne con la lissia si lavavano anche i capelli, oppure veniva usata come detersivo per i piatti, un tempo niente veniva buttato ma sempre riciclato. Nell’ultima foto un particolare ci racconta di un mestiere ormai scomparso ” lu Conza Limbi “, ovvero il conciabrocche, colui che riparava lu limbu, ovvero un grande catino di terracotta, utilizzato prevalentemente come lavatoio; lu cconzalimbi non riparava soltanto i limbi, ma qualunque oggetto di terracotta, nella cultura contadina vi era considerazione e rispetto dei beni materiali, anche per ragioni economiche era in uso conservare e riparare gli oggetti danneggiati, per cui un piatto, una giara che si rompevano o mostravano segni di prossima frattura, venivano riposti in attesa che passasse lu cconzalimbi.

L’attrezzatura di questo artigiano ambulante era ridottissima: calce spenta, una tenaglia, filo di ferro, ed uno strano aggeggio chiamato trapanaturu. Lu trapanaturu era costituito da un bastone, con un foro all’estremità superiore e terminante in giù con una punta di ferro, un chiodo. Lu conzalimbi praticava come si vede nella foto due file di fori, lungo entrambi i lembi dell’oggetto rotto, poi faceva passare tra i due buchi corrispondenti un filo di ferro lungo una decina di centimetri, i cui capi avvolgeva strettamente e delicatamente su se stessi, una volta finita questa operazione, i due lembi ed i fori venivano ricoperti con la calce, l’intervento figulo-chirurgico era così completato.

Vi consiglio un giro fra queste meraviglie, oggetti in terracotta o ceramica di uso comune, un tuffo nel passato che raccomando a tutti voi, per conoscere meglio gli usi e costumi dei nostri antenati.

Raimondo Rodia