Il mistero del Ninfeo delle Fate

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Un pò di tempo fa sono entrato nelle cave di pietra leccese di Marco Vito, che una volta regalavano la pietra leccese con cui si orna e si fregia la ” Firenze del Sud “. Una cava oggetto oggi di un’attenta fase di recupero e riqualificazione tra i quali spicca il progetto di ribaltamento della stazione ferroviaria.

All’interno di questo enorme contenitore, vi è una masseria ciquecentesca denominata Papaleo e sotto di essa il ” Ninfeo delle Fate ” per rievocare mitiche leggende del mondo greco-romano. Un ninfeo che si rispetti solitamente sorge in prossimità di sorgenti d’acqua di varia natura, nel nostro caso un piccolo fiume sotterraneo e poco conosciuto chiamato Giammatteo, i ninfei erano luoghi ritenuti sacri per le ninfe che qui si veneravano mentre si poteva godere di veri e propri momenti di ozio. In questo luogo, a due passi dal cuore pulsante della città barocca, le fate ci sono per davvero e se ne stanno li, in attesa che qualcuno valichi quella porta ormai consunta dal tempo, ed ecco apparire come d’incanto nei loro abiti eleganti, i dolci lineamenti, le acconciature ricercate, col capo ornato di fiori, le fate, sembrano voler uscire dalle pareti intonacate d’azzurro nelle quali sembrano essere state imprigionate per rendere partecipi della loro bellezza ogni individuo che abbia avuto la possibilità di varcare quella porta.

Anche se alcune di esse sono mutilate nelle braccia, non per questo sembrano aver perso la propria eleganza ed ipnotica bellezza. Le nicchie sono 12 come le ” Muse ” sei per ogni lato, ma le fate presenti sono sei, si susseguono nicchie vuote con conchiglia e le sei contenenti le figure femminili. Dalla stanza delle fate si accede ad un secondo vano di forma emisferica, con un sedile in pietra che vi corre tutto intorno e semplici merlature sulla volta, luogo di ozio e delizia per antonomasia. Al centro doveva esserci presumibilmente una vasca e in alto una piccola apertura circolare ora ostruita. Un luogo così particolare non poteva essere esente dalla fantasia popolare che qui ha ambientato diverse leggende.

Le fate, qui pietrificate, solevano radunarsi per curare il loro tesoro, un’acchiatura, che nascosero accuratamente nel luogo ed il segreto fu svelato solo ad un contadino loro amico. Un’altra storia che si racconta è quella della ” tignusa “, una povera donna, malata, un pò fuori di testa, che abitava nei pressi del ninfeo delle fate. Non potendo avere figli, essa amava sognare di cullarne uno fra le sue braccia, spesso cullava tra le braccia dei pezzi di legno avvolti in stracci. Per questo motivo era oggetto di scherno, finché un giorno vi fu un incontro fortuito con le fate. Una delle fate, vedendola, si impietosì e trasformò il fantoccio in un bambino in carne ed ossa. Qualcuno racconta che anche oggi escono di notte, bussano forte alle porte delle case e spaventano la gente. Cambiano aspetto, possono a volte diventare grandi quanto un palazzo o tramutarsi in tanti animali. Secondo la tradizione hanno corpi leggeri e mutevoli simili ad un nube condensata in cielo che cambia il suo aspetto in varie forme spaventando, rincuorando, facendo sorridere l’animo ed incutendo gioia o paura secondo i casi.

Il popolo come sempre divide queste fate in due categorie, quelle buone, capaci di proteggere uomini, donne e bambini, donare ricchezza come nel caso del contadino con la preziosa ” Acchiatura “, procurano piaceri sorprendenti trasportando cose materiali e problemi da un altro lato del mondo senza alcun problema. Le fate buone trasformano ciò che è brutto in bello, sono amiche degli amanti sfortunati, a cui ridonano serenità e gioia. Quelle cattive sono quelle che noi chiamamo streghe, ispirate nelle loro cattive azioni dal diavolo. Insomma un luogo nascosto ma poco conosciuto di Lecce, non ancora fruibile, ma capace di donare momenti in cui si può tornare fanciulli ed a credere ancora all’esistenza di Peter Pan e all’Isola che non c’è.

Raimondo Rodia

Alcune foto: