Il falco pellegrino

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IL “FALCO PELLEGRINO”

Era una calda mattina di agosto, quando Sirio uscì nel piazzale ricoperto di ghiaino, dove aveva parcheggiato la macchina la sera precedente. Aveva fatto una colazione abbondate. Sapeva bene che gli sarebbero servite molte energie per raggiungere la meta che si era prefissato. Come sempre, prima d’intraprendere una delle sue avventure a due ruote, si sentiva felice, quasi eccitato. Quel suo vagabondare a pedali scaricava il suo cuore da tutti gli affanni e le frustrazioni quotidiane. Quando era sulla sua Fuji dorata, aveva l’impressione di essere racchiuso all’interno di una bolla di sapone trasportata dal vento, da cui poteva vedere la bellezza del mondo e sentirsi protetto dalle sue miserie grazie a quella sottile pellicola trasparente.

Sirio era soprannominato “Falco” dagli amici. Spesso, quando era immerso nella natura con qualcuno di loro, indicava nelle immediate vicinanze un esemplare di questo elegante rapace. Inizialmente lo avevano preso in giro per la sua credenza che questo formidabile volatile fosse di buon auspicio e che, in un certo senso, si mostrasse a lui in particolari momenti di simbiosi con l’ambiente o di leggerezza della sua anima. Ma quando durante una gita in macchina, in cui era simpaticamente schermito per la sua “fissa”, spuntò un enorme falco al lato dell’autovettura seguendola per alcuni chilometri, tutte le maliziose allusioni cessarono per sempre. Da quel momento Sirio divenne “Falco”.
Gli agganci delle scarpette lo facevano procedere incerto sul ghiaino. Aprì il portabagagli e tirò fuori la sua amata compagna dal manubrio scintillante al sole. Riempì le borracce con l’acqua minerale contenuta in una bottiglia che aveva preso dal frigorifero del bed and breakfast. Mise una camera d’aria di scorta, una piccola pompa, qualche euro in moneta nella tasca posteriore della maglietta sbracciata e spinse la bici al confine della strada asfaltata. Qui alzò gli occhi al cielo, salì e… via per la strada che da Capannori lo avrebbe portato a San Pellegrino in Alpe.

Dopo pochi chilometri percorsi in agilità per riscaldare le gambe, a uno dei tanti incroci a raso, disegnati dal reticolo di stradine che si estende dietro il paese di Lunata, sentì un forte fischio prodotto da pneumatici che sfregavano sull’asfalto, seguito da un raccapricciante schianto. Un rumore inquietante di lamiere che si deformavano, vetri che si infrangevano, ossa che si rompevano. Si girò e, a qualche decina di metri da lui, vide il telaio spezzato di una bicicletta con le ruote tutte deformate sotto la parte anteriore di un SUV.
Una donna scese dalla macchina in totale stato di shock e si diresse verso il campo, dove giaceva inerte il corpo di un giovane ciclista. Si mise le mani nei capelli. Cominciò a piangere e a gridare:
“No! No! Cosa ho fatto… Scusa! Mio Dio, non ti ho visto!”
Si fermarono altri veicoli. Alcuni uomini chiamarono immediatamente i soccorsi. Altri raggiunsero il giovane per assisterlo in attesa dell’arrivo dell’ambulanza. Anche Sirio scese di sella e si avvicinò. Quel ciclista sembrava avere la sua età e per di più assomigliargli incredibilmente. Constatò che non aveva il casco. Pensò tra sé:
“Lo avrebbe protetto molto nell’impatto…”
Fu in quel preciso momento che si accorse che aveva dimenticato d’indossarlo anche lui. Arrivarono i medici. Intubarono il corpo esanime. Più volte venne usato il defibrillatore. Aveva l’impressione di essere scosso lui stesso da quelle scariche elettriche.
“Potenza della suggestione”, disse tra sé.

Rivolse una preghiera all’Onnipotente per quel povero ragazzo, dopo di che decise di risalire in sella e riprendere la sua strada.
Sirio aveva sentito dire che gli ultimi 13 km del percorso che aveva pianificato, quelli che da Castelnuovo di Garfagnana conducono al paese dedicato al santo, sono definiti, da molti ciclisti, la “salita perfetta”, quella impossibile. Alcuni, dopo averla affrontata (forse meglio usare il termine “vissuta”), raccontano che questo sinuoso rio d’asfalto, che si arrampica lungo i crinali della valle del Serchio, rappresenta un’esperienza unica, quasi “mistica”. In particolare, ricordava l’inusuale dialogo avuto il giorno prima con un anziano ciclista lucchese dal volto segnato da una corona di rughe che si irradiavano dal lato esterno dei suoi occhi, come tanti raggi di sole:
“La salita parte con pendenza tra l’8 e il 9 per cento e si mantiene così fino agli ultimi 3 km, dove si impenna quasi a volerti scagliare verso il cielo, con tratti mai inferiori al 18 per cento”.
“Da come me la stai descrivendo sembra che tu voglia sconsigliarmela…”
“Tutt’altro, Sirio! Ti consiglio solo di affrontarla con rispetto. D’altra parte l’azzurro che abbraccia le Alpi Apuane è tanto immane da farti percepire la sua serena e paterna presenza, anche quando la testa è piegata giù, verso l’asfalto, e gli occhi non osano guardare avanti, se non di sfuggita, spaventati da quello che potrebbero scorgere. Sì, avrai paura di vedere ciò che ti aspetterà e di perdere il controllo sui tuoi pensieri. Arriverai a sentir vacillare la tua volontà”.
“Ne stai parlando come un girone dantesco, Virgilio…, è così che hai detto che ti chiami, no?” “Quando inizierai questo pellegrinaggio, rigenerante per l’anima, non proverai certamente queste sensazioni. Le montagne ti chiameranno, ti preannunceranno la bellezza che potrai gustare dalle loro cime, una volta che le avrai conquistate, perdendo lo sguardo verso l’infinito. Da lì comprenderai meglio il cammino che hai affrontato e sarai più consapevole di ciò che ti circonda”.
“Non sembri essere un ciclista qualunque. E’ come se per te l’andar in bicicletta rappresentasse una sorta di allegoria della vita e ti ispirasse riflessioni profonde al confine con la poesia”.
“Sono solo un vecchio che ha scalato tante montagne, godendosi le ardite discese. Tuttavia, da un po’ di anni, spesso mi prende un’irresistibile desiderio di restarmene là in alto, nella quiete, a godermi il panorama”.

Ormai Sirio era arrivato nei pressi di Gallicano. Fin lì il percorso era stato molto piacevole, caratterizzato da una lieve pendenza e da un paesaggio accattivante. Sulla sua destra lo avevano accompagnato le acque del Serchio e le alte colline dalle quali fanno capolino caratteristici paesini che danno l’impressione di voler spiare la valle. Alla sua sinistra le verdi propaggini delle Alpi Apuane avevano estasiato il suo sguardo. Nelle vicinanze di Borgo a Mozzano era rimasto, come al solito, incantato alla vista del Ponte della Maddalena che in passato aveva permesso il passaggio dei pellegrini, desiderosi di raggiungere la Via Francigena nei pressi di Lucca. Ricordò come sin da piccolo avesse subito l’irresistibile fascino dei ponti. Spesso quando si trovava ad attraversarne uno, si perdeva quasi catatonico ad ammirarlo. Oltre che dalla loro struttura, era attratto dalla loro stessa idea. Essi, legati inscindibilmente al movimento e al viaggio, uniscono due punti, travalicando qualcosa che divide. Portano all’incontro, alla contaminazione, superando limiti e permettendo lo scambio. Considerò tra sé:
“Infatti le guerre spesso i ponti li fanno saltare!”

Contemporaneamente gli si presentarono le raccapriccianti immagini del crollo del ponte di Mostar, durante la guerra dei Balcani dei primi anni novanta del secolo scorso. Si scosse da quei pensieri e, osservando con attenzione quell’ardita struttura che attraversa il fiume, credè di capire perché questo capolavoro dell’ingegneria medievale si fosse guadagnato nei secoli il soprannome di Ponte del Diavolo. La sua originale forma a schiena d’asino con le poderose e asimmetriche arcate, tra le quali domina prepotentemente quella altissima centrale, protesa verso il cielo, lo rende unico, inquietante, surreale. Fiero e impavido sembra voler sfidare la forza di gravità. Inoltre, seppur così sottile, aveva saputo reggere alle devastati piene del Serchio che si erano susseguite nei secoli, quasi a voler attestare la sua forza duellando contro la furia degli elementi. Agli occhi degli uomini, solo un’opera di un essere soprannaturale poteva osare tanto. Ricordò una leggenda, sentita anni addietro, in cui si narrava che un capomastro, avendo paura di non poter portare a termine l’opera per il giorno successivo, quello della scadenza della commissione, chiese l’aiuto del diavolo. In cambio il demonio pretese che venisse sacrificato il primo essere che all’alba avesse attraversato il ponte. L’astuto uomo lo raggirò facendo in modo che un animale fosse il primo fruitore del passo.

Una macchina con il suo clacson richiamò Sirio alla concentrazione, invitandolo a spostarsi verso il lato della carreggiata. Nei pressi di Castelnuovo di Garfagnana, scorgendo una fonte ombrosa alla sua destra, si fermò a riempire le borracce. L’acqua, che scaturiva trasparente e fresca, gli donò un sublime piacere, in quella giornata in cui il sole si faceva sentire come il ruggito di un leone. Decise di sedersi per un po’ su un muretto ricoperto di soffice e umido muschio verde. Ancora una volta i suoi pensieri furono risucchiati in un tunnel spaziotemporale che lo riportarono a vent’anni addietro. In quel periodo era solito andare a trovare, quando passava da quelle parti, il nonno di un suo amico originario di Barga. Quasi ottantenne, conservava una straordinaria lucidità e una rara capacità comunicativa. Le sue parole erano accompagnate e rese più vive da una misurata e carismatica gestualità. Nonostante il suo volto portasse incise le vicende della sua vita, i suoi occhi ancora brillavano di una luce indefinibile. Ricordò una delle tante chiacchierate fatte al tramonto con l’anziano nella piazza del paese:
“Sai, in questa valle passava la linea gotica, quel sistema difensivo che avrebbe dovuto rallentare o, nei più utopistici sogni dei tedeschi, fermare l’avanzata delle truppe alleate durante la Seconda guerra mondiale. Inizialmente le opere di fortificazione partivano da Borgo a Mozzano, ma improvvisamente gli alti comandi della Wehrmacht si resero conto che dovevano velocemente arretrare la linea tra Gallicano e Barga, perché un’incursione americana poteva prenderli alle spalle, passando attraverso la Val di Lima raggiungibile da Pistoia”.
“Com’è possibile che abbiano fatto un errore così grave, sprecando tempo e risorse?”
“La terra è come una donna… devi amarla e viverla per conoscerne consapevolmente ogni sua forma. E’ un sistema complesso. Non puoi scattarle una fotografia, magari dall’alto, e pensare di averla capita”.
“E questo i partigiani lo sapevano. Erano figli di questa terra”.
“Fatto sta che agli inizi del 1944 le truppe tedesche cominciarono a fare rastrellamenti nei paesi della valle per procurarsi la manodopera. Uomini costretti, per paura di essere deportati nei campi di concentramento del nord, a lavorare a favore di coloro che occupavano i loro paesi. Poveri diavoli privati della libertà che dovevano spaccare pietre e tagliare boschi in cambio di una tiepida brodaglia. Logorati dal freddo e dalla fatica, allontanati dalle loro famiglie, erano obbligati a dormire nel campo di concentramento di Anchiano”.
“Non c’è da meravigliarsi che qualcuno si desse alla macchia e si unisse alle schiere dei partigiani”, sentenziò Sirio sospirando.
“Certo… non è che nelle capanne, fatte con legni e ricoperte di frasche insieme a qualche coperta, si stesse più caldi o si patisse meno la fame, ma perlomeno, nonostante la costante angoscia di essere scoperti, si poteva sentirsi liberi e conservare la capacità di autodeterminare le proprie azioni, ossia resistenza… resistenza fino alla fine contro gli invasori!”
“Furono tanti gli uomini rastrellati, privati della libertà e costretti ai lavori forzati?”
“Si pensa più di trentamila, alcuni dei quali si distinsero per atti di eroismo, come il mio caro amico geometra Silvano Minucci. Per evitare di essere deportato in Germania, si arruolò volontario nella Todt che potremmo definire l’impresa di costruzione del Terzo Reich. Essa aveva non solo il compito di realizzare strade, ponti e altre opere di comunicazione vitali per le armate tedesche e per le linee di approvvigionamento, ma anche di erigere opere difensive. Silvano non poteva perdonarsi di aiutare gli oppressori del suo popolo. Di notte la sua coscienza lo privava del sonno, gli faceva abbassare lo sguardo quando per qualche ragione incontrava un paesano. Decise allora di aiutare la sua gente. Grazie alla sua professione veniva più spesso in contatto con mappe che non con la terra. Così, quando gli capitarono tra le mani tre copie di un accurato rilevamento topografico delle opere di difesa, delle aree minate e di tutte le postazioni tedesche, si adoperò in tutti i modi per farle pervenire a Lucca presso il Comando Militare Alleato della V Armata. Nella riuscita dell’iniziativa furono determinanti l’aiuto di Annamaria Cheli e di alcune staffette che portavano i documenti nascosti dentro il telaio delle biciclette”.
“Tutto ciò è così affascinante. Cioè… comprendo appieno l’immane tragedia che queste persone erano costrette a sperimentare, ma in questa grande oscurità provocata dalla scelleratezza umana si distinsero dei potenti bagliori di luce prodotti dal coraggio e dai valori di alcuni uomini normali che con i loro gesti si elevarono a titani. Poi, immaginare sfrecciare biciclette come messi degli Dei, con importanti messaggi che avrebbero inciso sulle sorti di una guerra e sulla liberazione di molte anime, mi commuove. Arditi ciclisti il cui traguardo gli avrebbe dato in dono la coppa della libertà dalla quale avrebbero bevuto assieme a migliaia di persone”.
“Sai Sirio, quello di allora era un altro mondo. Oggi i giovani non possono capire quei tempi in cui era sufficiente l’abbraccio di una donna in un campo o una croce, appesa alla parete scrostata di una chiesetta nel bosco, per trovare un po’ di serenità, quanto bastava per poter smettere di bestemmiare contro una vita misera e tiranna”.
Quando un’auto parcheggiò nel piccolo slargo sterrato vicino alla fonte, Sirio fu destato dai suoi ricordi e capì che era arrivato il momento di riprendere il cammino. I muscoli si stavano rilassando e c’era ancora d’affrontare la parte più dura del percorso. Con un veloce movimento della mano allontanò un’ape che aveva cominciato a ruotarli intorno e rimontò in bicicletta. Passato Castelnuovo di Garfagnana, dopo circa tre chilometri, Sirio prese una strada sulla destra che indicava la direzione per San Pellegrino. Ora la salita era vera. Le prime gocce di sudore cominciarono a brillare e a rigare il suo volto. Dopo circa mezz’ora fecero la comparsa i primi castagni. La loro ombra sembrò lenire la fatica che si era presentata improvvisa senza tante cerimonie. Passando vicino alla veranda di alcune abitazioni adiacenti la strada, spesso intravedeva degli anziani, seduti a frescheggiare, scambiarsi poche e serene parole.

Quando lo vedevano arrivare lo accoglievano, quasi sempre, con un’esclamazione d’incoraggiamento e i loro occhi lo seguivano, come a volerlo spingere su per le logoranti rampe d’asfalto. Ricambiava il saluto, cercando di trasformare il ghigno di sofferenza, che segnava il suo volto, in un sorriso che, purtroppo, risultava involontariamente inquietante. Tuttavia, a metà della salita, si verificò, sempre continuando a pedalare, un simpatico e, allo stesso tempo, sibillino scambio di parole con un uomo che all’apparenza avrà avuto tra i settanta e gli ottant’anni.
“Buongiorno! Vado bene per San Pellegrino?”, domandò Sirio con voce, per quanto possibile, squillante e solare.
“Sicuramente per me sarà un buongiorno, per te un po’ meno. Al di là di ciò, la via è questa”, replicò il vecchio signore scuotendo la testa e seguendolo con uno sguardo perplesso, tipico delle persone che si trovano davanti a fenomeni o eventi che non riescono a comprendere.
Non dando importanza alle sue parole, continuò con una domanda retorica:
“C’è molta salita ancora?”
“Caro mio, hai peccato tanto nella vita…, vero?”, pronunciò queste parole girandosi verso la moglie, seduta accanto a lui, e scambiandovi un’occhiata complice.
Sirio, sorpreso ancora una volta da questa nuova affermazione di cui non capiva il senso, asserì poco convinto:
“Beh, un po’! Niente di grave”.
“Mi sa tanto che non mi stai dicendo la verità”.

Comprese quelle parole solo alla fine della salita, quando si stagliò, di fronte ai suoi occhi e contro le sue gambe, il muro che preannunciava l’inizio dei 3 km finali. Il respiro sembrò divenire un profondo rantolo, i muscoli davano segnali di cedere preda dei crampi. Non poteva accadere!
“Forza, controlla la respirazione. Una pedalata dopo l’altra. Non importa la velocità. Quanto basta per far muovere le ruote e non cadere”, si ripeteva.
L’acqua nelle borracce era finita, la gola arsa. Non aveva più saliva per sputare sull’asfalto e la poca rimasta gli graffiava la faringe quando cercava di deglutire. L’istinto gli intimava imperioso di mettere i piedi per terra e sdraiarsi su un prato ai margini della strada. Sarebbe bastato solo scendere dalla bici e tutta la sofferenza sarebbe finita.
“Non devi mollare ora. Quell’azzurro che ti sovrasta ti aspetta in cima alla salita. Lui crede in te. Tu… hai bisogno di credere in te stesso”.
All’ultimo tornante, i quadricipiti gli cominciarono a tremare, scossi da spasmi incontrollabili e irrefrenabili. In quel momento, nell’ultimo tratto di salita, comparve una persona che gridò:
“E’ finita! Non cedere ora!”

Gli corse incontro. Gli mise una mano sotto la sella e cominciò a spingerlo. Quell’aiuto inaspettato rigenerò la sua anima, più che i muscoli. Gli donò calore. Così, si ritrovò sui pedali a spingere di nuovo, per percorrere gli ultimi metri che lo separavano dalla meta. Quando tutto fu terminato, seduto su uno sperone di roccia che domina la vallata, si sentiva come un falco, libero. Considerò che durante quell’esperienza aveva provato gioia, meraviglia, sofferenza, smarrimento e tante altre indescrivibili emozioni, ma mai noia. Aveva un obiettivo, un sogno, un desiderio. Infine, decise di interrompere il dialogo interiore. Ora percepiva solo un senso di benessere e di appartenenza a qualcosa di superiore, come se fosse stato solo un tassello di un mosaico di una travolgente e struggente bellezza. Prima di riprendere la strada di casa pensò tra sé:
“Possibile che sia stato solo l’effetto delle endorfine a generare lo stato di beatitudine e consapevolezza che ho sperimentato? Sicuramente possono avere avuto una significativa influenza su tutto ciò. Ma se fossero solo dei catalizzatori che permettono l’apertura di porte extrasensoriali?

Chissà… forse il ciclista è un pellegrino. Il viaggio, con le sue difficoltà e gioie, purifica la sua anima, facendogli vomitare fuori tutte le tossine di una vita che, talvolta, porta lontani dal vero senso dell’esistenza”.
Stava per risalire sulla sua bici, quando decise di ritornare a sdraiarsi sul prato dell’altura da dove si vedeva tutta la valle e le cime delle Alpi Apuane. Lì, sentì sopraggiungere un grande senso di pace. Ebbe la sensazione di essere avvolto dalla luce e trascinato verso l’alto. Si abbandonò, perse coscienza.

Ad alcune decine di chilometri di distanza o semplicemente in una dimensione parallela…

“Dottore, lo abbiamo perso. Ha fatto tutto il possibile”.
“No, un’ultima volta! Un’altra scarica! Il suo cuore per tre volte si è fermato e per altrettante è ripartito. Non mollerà!”
“Dottore è finita. Oggi questo ragazzo ha scalato la sua ultima montagna. Guardi, il suo volto è sereno. Sembra accennare un sorriso”.
In quel mentre una donna dalla carnagione ambrata e dagli occhi profondi come un abisso si avvicinò. Nessuno osò fermarla. Il suo volto era sconvolto. Si inginocchiò. Silenziose lacrime cominciarono a rigarle il bel volto. Singhiozzi sempre più frequenti scuotevano il suo corpo. Portò le sue labbra a sfiorare quelle del ragazzo e sussurrò:
“Falco ora sei libero. Vola alto tra le tue montagne”.

David Berti