Il duomo di Taranto

0
2002

Ogni tanto ci occupiamo di un monumento, di una storia, di un aneddoto per raccontare meglio il Salento, le sue mille sfaccettature. Oggi parliamo di Taranto, una città sotto i riflettori a causa dei fumi nocivi dell’ILVA e delle altre fabbriche concentrate in città. Ma Taranto non vuole essere solo la città dell’inquinamento, il suo passato ricco ne è la prova, per la storia, Taras, divenuta in latino Tarentum, fu fondata da coloni Laconi, condotti, secondo la tradizione, da Falanto nel 706 a.C.. Il luogo venne scelto per l’ eccellenza del suo porto naturale, per la pescosità del mare che, insieme alla ottima posizione geografica, favorirono il suo rapido sviluppo. Secondo la leggenda, Taras ( figlio del dio Poseidone e della ninfa Satyria ) apparve improvvisamente un delfino mentre compiva sacrifici per onorare suo padre Poseidone; ciò fu interpretato come un segno di buon auspicio e Taras si sentì incoraggiato a fondare una città. In particolare oggi ci soffermiamo sul duomo della città, che come tutto il borgo antico sorge su di un isola unita da un ponte alla terraferma. Entrando nel duomo di Taranto, a destra dell’abside si apre la ricca cappella di San Cataldo ( detta anche Cappellone ) i cui lavori di rifacimento iniziarono nel 1657 e si protrassero fino all’inizio del XIX secolo in forme riccamente barocche. La cappella è chiusa da una ricca cancellata di ferro e bronzo. Nel duomo vi sono un vestibolo quadrato ed una cappella ellittica coperta da una cupola affrescata da Paolo De Matteis nel 1713 con la ” Glorificazione di San Cataldo “; nel tamburo sono affrescate sette storie della vita del Santo. All’interno della cappella un ricco altare adornato da uno stupendo paliotto a tarsie marmoree, custodisce le reliquie di San Cataldo morto a Taranto nel VII secolo. Una statua in argento raffigurante il Santo durante le celebrazioni solenni viene illuminata da preziosi candelieri in corallo. In fondo alla navata di sinistra della cattedrale si apre come fosse un corpo aggiunto il cappellone del Santissimo Sacramento.

La manutenzione della cappella è a cura della confraternita del Sacramento, presente in cattedrale dal maggio del lontano1540. Attraverso una scala posta dinanzi all’Altare maggiore si accede alla cripta che si presenta a grandi arcate con volte a crociera a sesto rialzato rette da basse e tozze colonne. Nella penombra della cripta è possibile ammirare un sarcofago cristiano e mentre sulle pareti sono visibili i resti di affreschi bizantineggianti. Sovrapposta ad un affresco emerge una bella raffigurazione di San Cataldo dipinta forse nel XI secolo che rappresenta il santo vestito da vescovo che indossa un manto rosso ricoperto dal pallium crociato con al dito splendente l’anello vescovile. Nel duomo è custodito un interessante tesoro: una crocetta aurea trovata nell’arca di San Cataldo attribuita al VII secolo, un bel crocifisso medioevale in avorio, un evangelario in pergamena, alcuni candelieri a croce in rame dorata e coralli rossi forse di fattura siciliana del XVII secolo nonché diversi reliquari. Il duomo della città ,dedicato a San Cataldo, fu edificato intorno al 1070 per volere dell’arcivescovo Dragone sulla vecchia cattedrale dedicata a Maria Santissima che nel 927 i saraceni avevano rasa al suolo unitamente a tutta la città. La vecchia chiesa a sua volta era stata costruita , con una struttura modificata, al posto del tempio della Vittoria. L’edificio, nel corso dei secoli, è stato rimaneggiato più volte in particolare nel 1596 e nel 1657 a causa di un incendio .La facciata conserva eleganti forme barocche, apportate da Mauro Manieri nel 1713. Svetta alto il tamburo della cupola quasi bizantineggiante con un campanile che risale probabilmente al 1413 rifatto completamente da recenti restauri. L’interno preceduto da un vestibolo quattrocentesco dove a sinistra si accede al battistero con fonte battesimale che consiste in una vasca monolitica bizantina rimaneggiata in epoca barocca sormontata da un baldacchino, formato da elementi medioevali ricomposti nel XVI secolo su colonne anticamente appartenenti al altare maggiore.
di Raimondo Rodia