Il danaro

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Il danaro

Pensato fui in remotissimi tempi
quando le genti, per trovar accordo
dieder abbrivio alla mia folle corsa,
ma a malincuore, d’onestà gli esempi
pochi son degni di vanto e ricordo.
Mentre non conto, per gonfiar la borsa,
quanti misfatti, delitti e reati
fùr commessi beatamente in nome mio
anche da chi credea ‘l suo animo puro:
tutti mi bramano e mi son sì grati
ch’ormai m’idolatran com’un gran dio
che può far tutto, sì, ma ha’l cuore duro.

Dinanzi a me piegansi re e porporati
mentre che i nobili e più assai i ricchi
vien lor facile vender la madre
ed i più poveri anche i lor figli
sol per sugger d’uva i dorati chicchi.
Sì ch’alme già prave saran pur ladre
giacchè sol la tasca da lor consigli.
V’è che n’è raro, tanto son meschini
che su di me ricada poi ‘l lor torto,
e son costretto, non senza amarezza
a rammentar l’adagio dei latini
che qui di seguito a voi riporto:
“pecunia no olet”
ovver s’afferma già la mia purezza
e ne discende… l’aurea d’innocenza.

Fatto non fui per pochissimi eletti
od esser chiuso in solidi forzieri,
ma per far bene e allargar la scienza
od alleviar le pene di tanti reietti.
Allora sì, potranno andar fieri
d’avermi usato e giammai posseduto!
Peraltro è noto ch’al buio trapassar
ci si va spogli d’inutili orpelli…
quel ch’era tuo andrà tosto perduto,
e con la Gran Falce n’si può contrattar
perchè ‘l suo ufficio è che tutto livelli.

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Alessandro Genovese