Il capolinea del 45 barrato

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Ricordi quel pomeriggio?
Ci eravamo incontrati alla fermata del 45
tu avevi una maglietta bianca ed un elastico viola tra i capelli, io avevo bisogno di noi.
Avevo promesso di portarti in un posto speciale, quando l’ho fatto hai sorriso ed è stato come capire che non avrei mai potuto trovare un posto tanto speciale quanto la tua risata, ma che ci avrei comunque provato.Ci siamo fermati solo per un gelato,
non ricordo quale gusto hai scelto ma ricordo di quel pomeriggio, il gusto di sentirsi essenziale per qualcuno, che ancora oggi assaporo a volte la notte, quando il sogno è al passato.
Per strada mentre uscivamo dalla città mi raccontavi dei dubbi sulla scuola,
“forse” dicevi, “ho scelto la scuola sbagliata o forse non sono proprio fatta per lo studio.”Io intanto ti guardavo i capelli perché li avevi sciolti e mi ballavano davanti agli occhi, mentre pensavo che forse avevi sbagliato vita non scuola, che magari ero arrivato io per aggiustare un po’ tutto e che forse se mi fossi impegnato ti avrei dato la vita che volevi.

Alle sei e mezza mentre ti riaccompagnavo alla fermata mi hai dato un elastico viola chiedendomi di tenerlo per te ed ho sorriso         io quella volta mettendolo al polso.       Mi guardavi e sentivo i tuoi occhi scavarmi la pelle, mi hai guardato per un secondo che sembrava poter contenere il susseguirsi delle stagioni e poi hai detto
“E tu? Non mi lasci niente?”
Non sapevo cosa rispondere giuro, ma appena hai finito la frase dalle labbra è        mi è  uscito:  “Se mi prometti di non romperla ho una vita da regalarti”

Hai smesso di sorridere ed ho pensato di aver sbagliato, ti sono venuti gli occhi lucidi ed ho creduto di averti persa, ma poi toccando l’elastico viola hai sussurrato:
       “La vita non si regala, si condivide.”       La mia mano ha preso dalla tasca la penna, una bic nera con il tappo morsicato e sul biglietto del tram ho disegnato le nostre iniziali intrecciate.
È stato il più lungo abbraccio che il mondo ha tenuto in grembo.

 Sono passati tanti anni da quel giorno forse non c’è nemmeno più la panchina,
io non ho più l’elastico viola e devo ricordarmi di chiederti se hai ancora il biglietto del tram.
Ma so che abbiamo un ricordo io e te di quel pomeriggio e che non possiamo perderlo, nemmeno volendo, nemmeno provandoci.

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Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.