Il cantore di Belcontrasto

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“Poema scritto in memoria di Geoerge Floyd e di tutti quelle persone che subiscono violenze, soprusi e discriminazioni solo per essere diversi e non per la loro razza giacché questo concetto è una patetica invenzione di chi vuole sopraffare le minoranze”.

II cantore di Belcontrasto

Altro non ero che paggio di desco,
insomma servivo i ricchi messeri
e nobildonne con tette cadenti.
Orfano, gramo e d’aspetto moresco,
non più di quello, tra tanti mestieri,
potevo aspirar p’alloggio e pè denti.
V’ho a confessare, con poca vergogna,
e men’ancor, con mio appagamento,
ch’udendo fiabe ben strimpellate,
gioia viè al cuore e l’alma ti sogna,
se poi cantate nel giusto momento,
tosto ti strappan più grasse risate.

Fu vespro d’un dì mai così fosco,
che cantor venne da landa lontana
col suo bel liuto e vesta bislacche
tutte striate da bacche di bosco
e riparato da una palandrana
chiazzata d’unte e vecchie patacche.
Quel’si ficcò in codesta taberna
per ammucchiar decin di fiorino
o rimediare brodo in scodella.
Postosi accanto a fioca lanterna
iva suonando il suo mandolino
e canticchiando sì strana novella:
“Lallala…trallalla…trallallallà…
In terre vago tra genti diverse
e lingue odo ch’ormai si son perse
Storie e fiabe ne so in quantità.

Forse gradite le più conosciute
o preferite li cunti più strani?
All’apparenza siè genti ben colte
con belle stoffe e guance pasciute
orpelli d’oro al collo e alle mani
e malefatte ch’avete sepolte.
Voce mi dice, che pel vostro gusto,
ci vuol racconto pien di trambusto…
e n’ho per voi già quello giusto
ch’è mè accaduto un certo bel dì
in un paese dal mondo isolato
ove trovarsi colonia di sosia.
Or mi direte che non sia così
giacchè ‘l rumore sarebbe arrivato
come se fosse sentore d’ambrosia1,
però vi giuro, su vostre sol vite,
che d’impressione rischiai di morire
nel volgere l’capo e tosto vedere
facce d’uguali bianche e sbiadite.

Mosso da impulso p’arcano capire
prendo e m’accosto ad un messere
presso d’un muro d’indegna stamberga
che un pò diverso a vista sembrò.
Carico già di lunga esperienza,
n’aveo dubbi che garbo v’alberga
e quell’infatti me la confortò
entrando presto in gran confidenza:
“qual vento vi porta in tal paraggio?

Non tanto buono se intende restar…
questa n’è landa per chi n’ è puro!
Vede ‘sto neo d’antico retaggio?
Già da tant’anni mi fa tribolar
e viver qua s’è volto assai duro.
Fugga di qua e a gambe elevate
chè se la piglian corre dei rischi…
l’aspetta la gogna se non la pira!
Queste persone son molto malate
da sangue cattivo pei pochi mischi
e col cervello che a stento gli gira.”
“quella d’artista è già mia natura
sicchè decanto sol quel che penso,
poi pel mio aspetto c’è poco da fare
son sanguemisto e non ne ho paura”
dissi al messere ormai ben propenso
a prender piazza e lì raccontare.
V’era mercato e gente quel dì
e tosto m’issai su d’un tronchetto
per segnalargli la mia presenza.
Gente mi vide che poi m’aggredì,
m’io mi difesi cantando un sonetto:

“Che gran meraviglia, la differenza!
Or vi racconto l’antica esistenza
d’un esser mitico mai nominato
che conservava un divino talento:
con le sue mani prendeva letame
e dop’averlo ben ben modellato,
ecco indurirsi più assai del cemento,
poi gli sputava e l’univa al bestiame.
Quel che stupiva di quel fiero nume
n’era che vita prendesser sue opre
ma che paresser com’esser umani,
solo ch’ognun, con sù proprio volume,
taglia, sembianza e color che copre,
ossia, tutt’aspetti che paiono vani,
o peggio ancora, nocivi e letali…
dacchè voi tutti pensate gran pregio
n’esser diversi, ma sì tutti uguali.

Questo principio zoppica un pò
già non appena la sorte si volta.
Basta d’udir quel che a lor capitò
e vedrem poi, tra voi chi n’ascolta!
In quella terra di Belcontrasto,
nome del nume che poi saltò fuori,
per gl’esserini fatti d’impiastro
non proprio tutti l’erano fiori:
pria venne pioggia e annegò i nani
giacchè i lor balzi erano vani,
poi venne vento e prese i più alti
giacchè da terra sembravan far salti,
poi venne neve e seccò i più scuri
giacchè il bianco li trova impuri,
poi venne sole e bruciò i più chiari
giacché per loro la luce son spari,
poi venne fame e scelse i più grami
giacchè ce n’è in tutti i reami,
infin venne oro e ammazzò i ricchi
giacche per quello si fanno a spicchi.”

Non so c’accade in quelle lor crape,
ma poi m’offriron un tozzo di pane
e quattro scellini per un giaciglio.
Or vi domando, son state capre
o si son volte persone più sane
cogliendo presto quel bianco giglio?”
Dopo un silenzio assai imbarazzante,
dapprima sorrise un solo astante,
poi fu uno scoppiò d’ilarità
ma mai sì pregna di malvagità…
è fuor di dubbio ch’avessero inteso
ma ancor più ovvio, non dargli peso
giacchè conviene ai noti furfanti
sparger princìpi discriminanti,
famosa è l’adagia3 divide et impera
che in questa storia appare più vera.
Siccome anch’io il senso capii
quel gran cantore a vita seguii.

1. ambrosia: sostanza profumata o la fragranza che ne emana.
2. opre: opere
3 adagia: adagio, proverbio, detto.
Roma, 15 maggio 2020

Alessandro Genovese
Opera depositata e registrata.