Il bambino dimenticato, di Benny Fera

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Ciò che “siamo e saremo” si radica e cresce nell’infanzia e, seppur per molti “adulti” appare un passaggio gioioso e senza problemi, influisce notevolmente nel cammino futuro. In quegli anni il bambino esplora nel suo profondo la sua realtà; dove alterna in lui meraviglia e terrore …

Tutto ciò che lo circonda è frutto di scoperta, particolari e novità lo portano ad una libera interpretazione del mondo che lentamente sta creando in lui.  Ma come un castello di sabbia tutte le sue sicurezze si sgretolano; il tempo, il cambiamento lo portano a crollare sotto la cocente, spesso asfissiante, incomprensione altrui.

L’incomprensione non è solo mancanza di sensibilità, spesso di pazienza, ma molte volte può essere proprio legata alla “non conoscenza”.

E chi davvero può essere edotto dell’animo di un bambino? Del suo essere, di ciò che prova, avverte, interiorizza e soprattutto apprende? Tuttalpiù, quando l’educazione scolastica si basa su modelli standard, schemi, regole, nozioni uguali per tutti! Dimenticandosi che non esiste bambino identico ad un altro. Ma questo piccolo particolare non viene quasi mai preso in considerazione.

Si stabilisce una linea guida uguale per tutti; una società fatta di regole di canoni stabiliti in cui tutti dovremmo vivere in ugual modo. Come bravi e istruiti soldatini di un mondo che soffoca spesso la nostra unicità e con lei la nostra creatività, i nostri sogni e il nostro “io” e ci indirizza a divenire un’unica massa di persone senza più entusiasmo né sogni.

La scuola dovrebbe prendere per mano ogni singolo bambino e indirizzarlo nel suo “giusto modo di apprendere”, ma non sempre tutti i bambini vengono compresi e aiutati.

In questa narrazione ritroviamo uno dei tanti, ahimè, bambini dimenticati che crescono quasi in sordina, lasciati un po’ al loro destino; la famiglia e la scuola spesso non arrivano a intuire le reali esigenze di questi bambini.

Preferiscono evitare il “problema” decretandoli come distratti, svogliati, pigri o peggio ancora “stupidi”, in alcuni casi aumentando così la loro insicurezza e il loro distacco dal mondo che li circonda. Pronto solo a giudicarli e non comprenderli.

Non amarli! L’autore di questo libro utilizza una scrittura semplice (quella che preferisco) che arriva dritta al suo intento: raccontare la sua esperienza di bambino dislessico che, col il passare degli anni e con una volontà non indifferente, ha realizzato di questa sua peculiarità il suo punto di forza.

Ho amato molto questa lettura e mi sono trovata spesso nei fallimenti di cui parla l’autore, nelle sue paure, nella sua frustrazione…

Nel mio caso non per la dislessia, ma per la mia innata, subdola timidezza accomunata ad una bassa autostima che nel tempo mi ha portato a rinunciare a tante belle occasioni di crescita personale.

Tutti noi adulti abbiamo dentro un bambino ferito; se adesso chiudo gli occhi vedo una bambina bullizzata per il suo peso, rimproverata per la sua troppa timidezza e insicurezza, scambiata spesso per incapacità di comprensione.

Ma anche voi, se alla fine di questo libro chiuderete gli occhi, troverete il bambino o la bambina che siete stati e che ancora ricerca attenzione e vi chiede quelle carezze che non vi date; quei mancati “Sei stato bravo!” che ancora oggi evitate di dirvi, di riconoscervi.

Ringrazio questo autore per questo splendido scritto che porta sì, in auge il problema della dislessia, ma il messaggio che io ho percepito abbraccia una categoria ben più vasta di persone; e siamo in tanti oggi che dovremmo aprire il  nostro cuore e abbracciare il bambino o la bambina che siamo stati, accettarlo, accettarci e come dice lui: “Ma non c’è felicità più grande di seguire la propria anima, qualsiasi cosa accada potrai guardare l’orizzonte e dire: “io sono felice perché sono me stesso e faccio quello che mi piace”.

Lettura consigliatissima.

Monica Pasero