Iggy Pop

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Da Vayacine.com

James Newell Osterberg Jr.(Muskegon, 21 aprile 1947), in arte Iggy Pop non è un cantante e attore statunitense. È Iggy Pop.

È molto divertente per chi ama la musica e i suoi personaggi, affrontare dopo uno come James Brown, uno come Iggy Pop. Questi non sono cantanti o artisti che dir si voglia, sono autentici personaggi: divertenti, ironici, drammatici, mai banali.

Quanto all’Iguana ( suo storico soprannome ) biondo, la sua vita è degna di un ricco romanzo. Iggy, grazie alla sua militanza giovanile negli Stooges, gruppo importante per la nascita del punk, è diventato una delle icone leggendarie del movimento, anche se in seguito ha finito per virare su altri generi.

Di padre inglese e madre statunitense, incontra la musica alle superiori dove milita in alcune band come batterista. Proprio come batterista, con gli Iguanas, sale alla ribalta tra il 1963 ed 1965 (da cui il suo soprannome “Iggy” da Iguana). Passa poi ai Prime Moverse e successivamente agli Psychedelic Stooges (con i fratelli Ron e Scott Asheton) chitarrista e batterista, e Dave Alexander bassista), poi divenuti solamente The Stooges.

Dopo il 1974, ha intrapreso l’attività da solista. Con gli Stooges pubblica tre album: The Stooges (1969), Fun House (1970) e Raw Power (1973). In questo periodo viene considerato un personaggio chiave nello sviluppo futuro di generi musicali tra cui hard rock, heavy metal, punk rock e noise.

Anche Iggy può essere definito un un’eccellente performer da palcoscenico. Sembra rimase folgorato nel 1967 alla University of Michigan quando vide un esibizione del cantante Jim Morrison con i Doors. I comportamenti estremi di Morrison sul palco lo ispirarono, lo spinsero ad osare sul palco, senza remore.

Fu il primo performer a praticare abitualmente lo stage diving (il tuffo dal palco). Oltre a questa pratica usava rotolarsi su vetri rotti, automutilarsi, provocare il pubblico e vomitare sul palcoscenico. Un personaggio sopra le righe insomma.

Iniziarono anche gli eccessi di Pop che lo resero dipendente da eroina e obbligarono gli Stooges a sciogliersi. Qui entrò in gioco David Bowie, che lo incontrò al Max’s Kansas City, un night club di New York.

Grazie a Bowie la carriera di Iggy ripartì. Il Duca Bianco infatti decise nel 1972 di produrre un nuovo album degli Stooges in Inghilterra. Fu scelto James Williamson come chitarrista e si richiamarono Ron Asheton e Scott Asheton dagli Stati Uniti.

Tutti tranne Dave Alexander che, a causa del suo alcolismo, era ormai incapace di suonare e non poté unirsi agli altri. Dave morì nel 75′.

Ron Asheton dovette spostarsi dalla chitarra al basso per permettere a Williamson di suonarla lui. Da questa formazione ne uscì Raw Power, album che fece epoca ma che non riscosse nessun successo commerciale. Dopo la pubblicazione dell’album, Scott Thurston si unì alla band come tastierista e Bowie continuò a sostenere il gruppo.

Iggy continuava ad abusare di droghe e la band non era facilmente controllabile tanto che l’ultimo concerto degli Stooges fu di fatto una rissa tra la band ed un gruppo di bikers, documentata poi sull’album Metallic K.O.

Dopo la rissa la band si sciolse nuovamente e la droga prese di nuovo il sopravvento su tutto il resto per Iggy, la cui carriera ne fu bloccata per diversi anni.

Nel 76 Iggy Pop era ridotto male, totalmente incapace di controllare il suo abuso di droga e si convinse ad autoricoverarsi in un istituto di igiene mentale. Anche qui David Bowie fu uno dei pochi amici a fargli visita, continuando ad aiutarlo.

Nel 1976, Bowie lo portò con lui durante il tour di Station to Station. I due si trasferirono insieme a Berlino ovest nel tentativo di superare le proprie dipendenze (Bowie era dipendente da cocaina).

Nel 1977 Pop firmò un contratto con la RCA e Bowie lo aiutò a comporre e produrre gli album The Idiot e Lust for Life, i lavori solisti di Pop di maggior successo. I due scrissero insieme China Girl, Tonight, Sister Midnight e altri brani. Il Duca bianco suonò anche le tastiere dal vivo durante i concerti di Iggy Pop.

Insomma, una nuova ripartenza ancora grazie all’amico Bowie. Dopo la pubblicazione dei due album del 1977, The Idiot e Lust for Life, Iggy Pop trascorse il ventennio successivo cambiando spesso genere. Dal country al blues, con album di poco successo.

La sua invenzione e il suo simbolo, lo stage diving, gli creò qualche problema, capitò che cadde in un momento dell’esibizione in cui nessuno si aspettava che si sarebbe tuffato. Ne rimase traumatizzato tanto da evitarlo per un po’. Negli ultimi anni  si è buttato in diverse collaborazioni, come nel 2003 coi Sum 41 con cui ha inciso il singolo Little Know It all o con Slash nel 2010 nella canzone We’re All Gonna Die, con Zucchero Fornaciari, scrivendo i testi in inglese di alcuni pezzi del cantante emiliano.

Il 16º album solista Après è un album ricco di cover principalmente in lingua francese e anche qui una collaborazione, con la cantante Kesha.

Negli ultimi anni è tornato anche a cantare in una rinnovata formazione degli Stooges.

«Siamo i fottuti Stooges. Credi che ci sia qualcuno capace di trasformarci in Adele?»

La svolta di Iggy

A metà degli anni 70 Iggy era letteralmente devastato dagli eccessi dell’era-Stooges. Fu qui che Iggy Pop resuscitò grazie a Bowie. Questa in un certo senso è la fase più importante della sua carriera, al bivio tra l’oblio e il successo. I due exploit di “The Idiot” e “Lust For Life” lo rilanciano. Certo, Iggy non diventerà mai David Bowie o Mick Jagger, non era e non è nelle sue corde, troppo fragile, sopra le righe, incapace di qualsiasi calcolo.

E così avvia una carriera solista a fasi alterne, che comunque lo consacrerà come icona assoluta di un punk di prima generazione, poco incline a farsi infilare qualsiasi guinzaglio. A corrente alternata certo, ma molto poco incline a gettare la spugna

Ma cosa avvenne esattamente nel 1976?

James Jewel Osterberg era in un vicolo cieco, distrutto dall’avventura degli Stooges, una sbandata che gli aveva lasciato in eredità alcol e droghe di ogni genere. Tutto si era consumato in un quadriennio e in tre album che fecero esplodere l’America underground nel periodo tra cavallo tra i 60 e 70 del ‘900.

Un’esplosione che ebbe in Detroit il suo apice in una sorta di nichilismo molto simile se non più estremo ancora di quello dei Velvet Underground.

kamikaze, spavaldo, Iggy stava riuscendo nel suo sogno di ripercorrere le gesta dell’idolo Jim Morrison, abbandonando la monotonia di una vita ordinaria da classe media, stava spiccando il volo verso il successo e quindi simbolicamente andava a gettarsi tra le braccia del suo pubblico.

Dopo gli Stooges sembra tutto finito, fin troppo presto. Iggy Pop si ritrova solo, gli hyppies sono ormai qualcosa di obsoleto e gli anni 70 sono arrivati. Che fare?

Ma Iggy a 30 anni aveva ancora molto da dire. E così dalla depressione possono spuntare capolavori, e così fu, con l’aiuto di un amico, che lo portò nella fredda Berlino Ovest, appena uscita dal dopoguerra: David Bowie. 

L’uomo dai mille volti come scritto sopra è già dietro le quinte nel 1973, in “Raw Power” degli Stooges, in seguito David è in America, durante il tour promozionale di “Station To Station”, mentre Iggy Pop continua a strafarsi di Quaalude, scatena risse e va incontro a principi d’overdose: Si autoannienta.

Iggy Pop si è sempre dimostrato molto energico nei suoi saliscendi tra devastazione e salutismo tra le sbronze devastanti e la dieta macrobiotica, le droghe a fiumi e l’attività fisica. La sua energia attrae anche aiuti. L’invito di Bowie viene recepito da Iggy come sintomo di un possibile rapporto alla pari, libero da conflitti tra vanità istrioniche.

E così Iggy parte in tour con Bowie, che, affascinato al tempo dall’espressionismo tedesco e dall’estetica teutonica degli anni del nazismo, decide di trasferirsi a Berlino.

Bowie in quel momento risulta spettrale, essenziale, ripieno di un decennio di tossine e abusi ed è lì ad assorbire la decadente Mitteleuropa, decadente quanto trasgressiva e “underground”. Talmente preso dalla situazione da far dire anni dopo, dalla ex moglie Angela Bowie di esser stato seguace drl nazismo, cosa assolutamente negata poi dall’interessato. Qui nascerà la sua trilogia berlinese (nell’ordine, “Low”, “Heroes”, “Lodger”), in compagnia del genio di Brian Eno.

Iggy è elegante, non è Duca, è punk di prima generazione, fisico, scattante, un cane sciolto, incapace di esercitare il controllo sull’abuso di stupefacenti, quanto, al contempo, incredibilmente visionario.

Un disadattato, un eroinomane per vocazione. Due identità antitetiche, una contrapposizione di yin e yang. La capacità riconosciuta di Bowie di avere lucidità anche nella più devastante e perversa delle situazioni è proprio ciò che fino a quel momento era mancato ad Iggy, più istintivo e atavicamente incapace di contenersi nei suoi impulsi autodistruttivi.

Un uomo trentenne, convalescente e illuminato dal fascinoso e glaciale Bowie, così capace di autocontrollo anche nei momenti di maggior perversione e vizio. Grazie a David c’è un cambio di passo, torna la luce, sparisce il suo atavico nichilismo autodistruttivo. 

David Bowie è produttore e arrangiatore di “The Idiot”, mentre sulla paternità delle liriche ecco il velo di mistero. Non si sa se sia mano di Iggy, di Bowie o di entrambi.

L’album viene registrato presso Chateau d’Herouville, in Linguadoca, un edificio costruito nel XVIII secolo e acquistato, nel 1962, dal compositore Michel Magne che decise di crearvici uno studio di registrazione che venne poi frequentato da Elton John, Pink Floyd, lo stesso Bowie. La seconda parte del disco viene registrata agli Hansa Tonstudio di Berlino. 

Angela Bowie, come dicevo, non vide di buon occhio il rapporto intenso tra David e Iggy definendolo eccessivo, quasi nauseante, un rapporto di simbiosi totale.

Così nasce The Idiot, un album concreto e concentrato in circa quaranta minuti, in una sorta di atmosfera tipicamente berlinese, gelata e calda allo stesso tempo. Qui si scopre il chiaro collegamento con la trilogia berlinese di Bowie, presente in tutto l’album, specie in brani come “Sister Midnight”. 

“Dum Dum Boys” è per molti la vera chicca di questo album, una sorta di dichiarazione d’amore verso un gruppo di disadattati che suscitano la curiosità dei più e di cui di Iggy si fa guida strafottente, sfoderando superiorità e indifferenza al pensiero dei più, salvo poi lasciarsi andare al gioco dei sintetizzatori in chiusura di “Mass Production”, una specie di viaggio surreale al termine della notte.

Qualcuno è arrivato a definire The Idiot come membro di una quadrilogia mancata, frutto di un alter ego più sordido e selvatico di Bowie. E così Iggy rinasce a nuova vita segnando in modo importante la musica di quegli anni e non solo.

Nell’aprile del 1977 Pop e Bowie non ancora sazi, sono di nuovo in studio, agli Hansa di Berlino Ovest. Stanno escogitando qualcosa, quel  qualcosa è Lust For Life, un album composto, registrato e mixato in appena otto giorni. Si tratta di un disco muscolare, rapido, persino aggressivo, con Iggy nel ruolo di rocker istintivo e disinibito.

Qui c’è tutto lo zeitgeist settantasettino in un disco proto-punk, uscito poco prima del fenomeno giovanile che ancora oggi viene mitizzato.

Ma da un certo punto di vista è già più avanti e guarda già al suo superamento. L’album è
prodotto da Bowie e Pop assiene a Colin Thurston o “Bewlay Bros” ed eseguito da una super band composta da Ricky Gardiner e Carlos Alomar alle chitarre, Hunt e Tony Sales, futuri Tin Machine, alla sezione ritmica, oltre a Bowie stesso alle tastiere e al piano. 

Lust For Life è un mix di garage-rock con rimandi glam e intuizioni post-punk. The Passengers e Lust For Life resteranno per sempre tra i brani simbolo dell’Iguana. Caratteristico in Lust For Life è l’inconfondibile rave festoso e martellante scritto da Bowie che sembra si ispirasse al codice morse che precedeva la trasmissione del notiziario per le forze armate americane a Berlino. The Passenger invece mostra l’esistenzialismo di Iggy, animale notturno, con un riff di Gardiner che risulta quasi un reggae urbano.

Ma in questo album c’è anche un anticipo di synth-pop a chitarre sguainate di “Tonight”, con l’accompagnamento delle tastiere e il baritono di Iggy in stile Bowie e con assolo di Gardiner alla fine ( il co-produttore Colin Thurston, negli anni Ottanta, diventerà un guru del genere synt pop, lavorando con gruppi come Human League, Duran Duran). Insomma un bel mix innovativo che resterà nella soria del rock.  

Lust For Life vendette molto bene, ebbe successo in Europa e Stati Uniti. Ma l’Iguana rimase inquieto, volubile, affamato. Questo perché desiderava una svolta più personale e decisiva alla propria carriera. Bowie pesava troppo.Questo lo porterà a chiudere frettolosamente il contratto con Rca e firmando con l’emergente Arista. Al tempo sembrava un buon affare per entrambi.

Pop voleva smarcarsi dall’ombra del Duca Bianco, voleva dimostrare di essere in grado di gestirsi con successo diventando una stella del rock di primo piano. Arista invece, dopo aver ingaggiato Lou Reed, puntava con l’Iguana a diventare un riferimento del mondo punk e dintorni del periodo.

«Sono un ghepardo da strada con il cuore pieno di napalm.»

Arriva dunque James Williamson come produttore e chitarrista, e Scott Thurston polistrumentista, arrangiatore e coautore sono i suoi nuovi riferimenti. Il primo era stato uno degli artefici di “Raw Power”, mentre il secondo aveva partecipato al successivo e burrascoso tour.

New Values è la naturale evoluzione di Lust For Life, un album che bilancia revival rock/garage, punk e accenni synth e new wave.

Ma nonostante sia un bel disco, New Values non ottiene i riscontri commerciali sperati per una serie di motivi e situazioni.

La striscia positiva di dischi solisti si arresta con Soldier del 1980. Se nei precedenti album, Pop aveva messo in mostra una certa maturazione artistica, non limitandosi ad essere solo un performer, ma un artista a tutto tondo, qui fece molti passi indietro, secondo gran parte della critica..Soldier risulta un progetto confuso, passato per troppe mani.

In effetti all’inizio doveva essere prodotto da Bowie e Williamson, ma dopo la rinuncia di David per incompatibilità musicale e caratteriale, e il licenziamento del secondo, finirà in quelle di Pat Moran con un remix di Thom Panunzio. Il risultao un tentativo goffo di tornare al punk settantasettino, “imborghesendolo” con qualcosa di più moderno.

Glen Matlock (un ex-Sex Pistols), al basso e co-autore di diversi brani, Barry Andrews (ex-Xtc) alle tastiere, Ivan Kral (della prima storica band di Patti Smith) alla chitarra e alle tastiere, e Steve New alla solista. Synt, acustica, piano, poca chitarra elettrica e una scrittura piatta e poco ispirata trascinano in basso un album meno ispirato a giudizio pressoché unanime della critica.

Questi giovanotti di oggi, conoscono alla perfezione gli spartiti ma non sanno nemmeno cosa significhi vomitare

Così a tenere a galla Iggy Pop nel 1980 fù il “Nightclubbing Tour“, con gli ex-Patti Smith Group come Ivan Kral e Richard Sohl, gli ex-Blondie come Gary Valentine e Clem Burke e con la data a Detroit insieme ai Rolling Stones.

I tre anni con Arista finiscono molto male con Party, album del 1981. La compagnia spinge Iggy ad una svolta commerciale che possa rilanciarlo in classifica. L’iguana è poco entusiasta della cosa, fa quello che riesce per provare ad accontentarli. Il risultato è un album poco sentito dal cantante, che non si trova molto bene al di fuori del rock.

Party non funziona e, a parte una o due tracce, lascia poco o niente ai posteri. Pop è in crisi d’identità, per via della forzatura pop e cosi arriva la rescissione consensuale del contratto con l’Arista.

Nel 1980 aveva pubblicato un’autobiografia: “I Need More”. Andy Warhol dice di lui nella prefazione: “Non so perché non abbia ancora ottenuto il successo che merita, è così bravo”, emblematico direi. Iggy ripiega negli Stati Uniti e si accasa alla Animal, una piccola etichetta di proprietà di Chris Stein dei Blondie.

Il primo e unico lavoro pubblicato è Zombie Birdhouse, prodotto da Stein dei Blondie, con lo stesso Stein al basso. Il risultato è un miscuglio di synth-wave, elettronica e horror-punk.
Zombie Birdhouse ne risulta un disco che, pur essendo un passo in avanti, pare incompiuto. È un insieme di buone idee buttate ĺi tanto che da l’idea di un Iggy Pop in parabola discendente e ancora alla ricerca di sé.
Un altro flop.

«La musica contemporanea è sempre più simile a un cartone animato. Nessuno PARLA con chi ascolta.»

Ancora Bowie in soccorso 

Finito nel nel mirino dell’IRS per questioni fiscali, interviene ancora il buon David Bowie che nel 1983 inserisce una nuova versione di “China Girl”, scritta con Iggy e presente in The Idiot nel suo  “Let’s Dance”.

I proventi derivati dai diritti d’autore della canzone danno aria fresca e denaro a Pop, che risolve i suoi guai con il fisco e si prende una pausa di qualche anno per affrontare la propria dipendenza dall’eroina. 

In questo periodo fa corsi di teatro e conviene a nozze con la giovane giapponese Suchi Asano.
Poi con Blah Blah Blah decide di ributtarsi nella mischia, sempre sotto l’ala di Bowie. Qui si tratta di un Let’s dance in versione Iggyana. Un album patinato molto anni ’80.

Questo album presenta un sound raffinato con qua e là qualche tocco pacchiano tipico dell’epoca come l’eco di batteria o le tastiere eccessive.

Per il testo alternanza tra ariose ballate e nervosi sussulti pop-rock: 
“Real Wild Child (Wild One)” , un classico anni 50 del rocker australiano Johnny O’Keefe creato in stile rock, la romantica  “Cry For Love” , una ballata scritta insieme a Steve Jones dei Sex Pistols che la riesce a condire con la sua chitarra, e infine la tenebrosa “Shades”, ballata struggente dal testo semiserio.

Molto di Bowie anni 80 e poco di Stooges, a parte in “Winners And Losers”, dove Iggy torna a cantare a modo suo, da vera belva da palcoscenico assieme alla chitarra graffiante di Kevin Armstrong.

Poi altre ballate, pezzi Synth e altri rabbiosi in stile Iggy, che appare più maturo sul piano canoro, specie nelle ballate.

Blah, Blah, Blah resterà il massimo successo di vendite nella carriera dell’Iguana, diventando “disco d’oro” in Canada e scalando molte classifiche in giro per il mondo.

Ma Iggy non riconosce mai appieno questo album, sentendosi  schiacciato dall’ombra di Bowie tanto da definire l’album “un album di Bowie in tutto, tranne che nel nome”.

Mollato dalla A&M, proprio per divergenze sulla direzione musicale non condivisa, Pop passa alla Virgin, per la quale nel 1990 incide Brick By Brick.
Con la produzione di Don Was e assieme ad un gruppo di musicisti di livello come Waddy Watchell, Chuck Domanico, Kenny Aronoff e David Lindley e icone come Slash e Duff Mc Kagan dei Guns.

Questo è un bel tentativo di Pop che realizza un disco molto costruito a tavolino però dimostra a 43 anni suonati di aver trovato una sua fisionomia musicale. Spiccano il duetto pop con Kate Pierson dei b 52’s, un’altra icona post punk in “Candy” e “Living On The Edge Of The Town”, una ballad scritta da Jay Rifkin per il film “Black Rain – Pioggia Sporca” di Ridley Scott.

Per il resto brani arcigni e viscerali stile Guns e ballate più o meno riuscite e cantautorato punk come in “I Won’t Crap Out” o nell’introspettiva “Mainstreet’s Eye” o in Brick By Brick”, con Iggy alla chitarra acustica. 

“O muori giovane, o vivi abbastanza per diventare quello che hai sempre odiato. Iggy per sé ha scelto una terza via, quella di mezzo, con un risultato che la critica definisce tutto sommato positivo”. 

E infatti l’album fa il botto e torna sfondare tra i giovani, soprattutto in America anche grazie al tocco Guns. E allora l’Iguana nel 1991 decide di tornare a dare scandalo con il video di “Kiss My Blood”, in cui si esibisce nudo come ai bei tempi, quindi partecipa alla colonna sonora di “Arizona Dream”, il film di Emil Kusturica, marchiando con la sua voce quattro composizioni di Goran Bregovic: “Tv Screen”, “In The Deathcar”, “This Is A Film” e “Get The Money”.

Negli anni 90 si da al cinema nei film “Cry Baby” di John Waters, “Il colore dei soldi” di Martin Scorsese, “Sid e Nancy” di Alex Cox, “Coffee And Cigarettes” e “Dead Man” di Jim Jarmusch, “Tank Girl” di Rachel Talalay e “The Crow: City Of Angels” di Tim Pope.

Nel frattempo il cult-movie“Trainspotting” (1996) di Danny Boyle, rispolvera alcuni dei suoi classici, come “Lust For Life” e “Nightclubbing” e lo rilancia.

Come vorrei morire? Facendo giardinaggio. Tra l’insalata e i fiori, guardando uno scoiattolo.»

Nel 1996 esce Naughty Little Doggie, dove tenta di tornare alle origini. L’ immagine di copertina, con Iggy nudo con l’elmetto in testa che sembra suggerire l’immagine del reduce in trincea, sopravvissuto e incapace di adattarsi ai nuovi tempi.

A deludere un po’ a detta della critica sono i testi un po’ tirati via nonostante la produzione stile punk diretta da Thom Wilson. Quindi alcuni pezzi ruvidi nel duo stile e altri più riflessivi e anche un pelo nostalgici tipo “Outta My Head” e “Shoeshine Girl”. 

Superata la cinquantina, tre anni dopo, in Avenue B. l’ex-Stooges fa i conti nuovamente con sé stesso. Encomiabile il suo non arrendersi mai, il suo mettersi in discussione ogni volta.

In questo caso l’esistenza di Pop appare meno turbolenta, ma comunque sempre instabile, in un moto perpetuo, fuori equilibrio ma sempre alla ricerca di esso.

Arriva la fine della storia con la moglie Suchi e il successivo trasferimento da New York a Miami. Il  divorzio lascia il segno su testi e musiche del nuovo album, con le due ballate acustiche di “Nazi Girlfriend”, a tema inafferrabilità dell’amore, e “Miss Argentina”, dedicata alla sua nuova compagna: Alejandra. Pacato, in parte in lingua spagnola, anche questo album presenta alcune novità interessanti. Il vecchio leone appare sempre affascinante anche se un po’ ormai arruginito.

«Il rock oggi viene fatto aprendo il giornale, guardando che succede in giro e scrivendoci una canzone – e se non ti viene in mente niente, c’è sempre Greenpeace.»

Il canovaccio prosegue negli ultimi suoi album, Beat ‘Em Up del 2001, Skull Ring del 2003, Preliminaires del 2009, Après del 2012, Post Pop Depression del 2016, dove l’iguana lascia trasparire ancora grande mestiere e talento e continua in un imperterrito e malinconico vagare tra sussulti rock vecchio stile e introspezione. Perennemente insoddisfatto e senza briglie.

Fino all’ultimo recente album: Free, dello scorso autunno, dove Iggy fa una bella virata pop con un album accattivante. C’è chi lo definisce l’ennesimo cambio di faccia di una maschera infinita, alla Bowie per intenderci.

A mio avviso no, lui è sempre e sempre sarà finché campa, così, in equilibrio precario tra un veloce ghepardo, un leone feroce e un gattino mansueto ma con le unghie che graffiano. Niente testamento ancora, non può fare testamento Iggy, lui no.

È vero che in questo album sembra dalla prima traccia all’ultima, si ripercorra la sua carriera, però a pensarci bene non è la prima volta che l’iguana prova a cambiare senza riuscirci pienamente e finisca per riassunere se stesso.

A rimanere lì immutabile è il suo baritono basso, un marchio di fabbrica capace di esprimere tante emozioni in modo chirurgico e capace di confessare i dubbi infiniti di un rocker che come una nuvola spinta dal vento ha percorso 50 anni di musica e ne ha viste di tutti i colori e adesso si confessa. 

Per me Iggy ancora non molla.

D.L.

Fonti:
Paul Trynka – Iggy Pop – Lust For Life (Arcana);

Federico Guglielmi – Cuore Selvaggio (Mucchio Extra, 2009)

Onda Rock – Davide Sechi – Free -La recensione 

Foto da Vayacine.com