Hakan Gunday Ancora. Recensione di Anna Cavestri

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Hasan Gunday.
Anco’ra 

Daha in turco significa ancora, e’ una parola universale . Quella che usano i migranti, a bordo dei barconi o stipati sui camion o in cammino nel deserto, per invocare aiuto. Ancora cibo, acqua, pane.
Daha è la parola che usava Cuma, clandestino afgano in fuga da guerra e miseria, prima di finire sotto un cumulo di terra.
Ucciso da un aguzzino – bambino , Gaza, figlio di Ahad, il trafficante di corpi, lo spacciatore di sogni che non si avverano mai. Gaza ha dovuto abbandonare troppo in fretta lo zaino pieno della sua infanzia. Niente giochi, niente scuola, malgrado la sua genialità. Senza madre e con un padre assassino si è visto obbligato a crescere in fretta, diventando la copia del padre, anche più sadico.
Finché un giorno, un incidente gli sconvolge la vita, mettendolo di fronte alle sue responsabilità, chiamandolo ad una difficile ma possibile rinascita.
In questo libro c’è un quadro impetuoso e carico di sangue dello sfruttamento. Le immagini attraverso gli occhi di Gaza sono penetranti. È un libro ben scritto ma cruento.