Hai dimenticato la strada da quando l’hanno coperta con l’asfalto e divisa in corsie

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Lo sai che ti hanno rubato già tutto?
Che mentre una sigaretta ti fuma i polmoni le piante non smettono di produrre ossigeno?
Lo sai, sì, che tu sei il cancro?
 
E dimmi, come ti senti?
 
Dopo aver imparato a gestire soldi e sentimenti, aver ceduto alla tentazione di confonderti con la massa per paura di sentirti “diverso”, dopo essere salito sul carro di quelli che dicono di avere più diritti, ora, mentre punti il dito e gli slogan verso l’ultimo presunto diverso, dimmi, davvero ti senti integrato?
Dopo aver comprato l’apparenza a rate e averla usata come bandiera al posto di un ideale,
dopo aver smesso di scrivere lettere, quelle che si consegnavano a mano per essere conservate e aver intasato i server con storie d’amore condensate in brevi messaggi di testo corretti dal t9, dopo aver condiviso auguri preconfezionati e sensazioni copia-incolla, dimmi, davvero credi di aver lasciato nell’altro un segno?
Dimmi, hai capito cos’è successo?
Ti hanno dato la parola autonominandosi in questo modo suoi detentori, e tu, forte di questo diritto, l’hai stuprata usandola per zittire le minoranze e non per dar loro voce.
Dopo averlo fatto, dopo averla adattata al contesto, edulcorata, sminuita, assottigliata e abbreviata, dopo averla resa propaganda popolare a buon mercato, dimmi, davvero dopo tutto questo ti senti dalla parte dell’uomo?
Ti ricordi di piangere ogni tanto?
E di ridere sul serio, non di sorridere stancamente, te ne ricordi?
Provi ogni giorno ad essere tu stesso il sorriso di qualcuno?
Ricordi che nelle lacrime non c’è vergogna, che non c’è vergogna nella consolazione, nel disagio, nel dissenso, nell’errore, nel perdono, nell’azione, nella particolarità che ti hanno detto di chiamare differenza?
Te lo ricordi che fare un passo indietro non significa indietreggiare?
Che inginocchiarti non fa di te un servo?
Riesci a cercare la consapevolezza anche nelle piccole cose?
Ricordi che il mondo ha bisogno di qualcuno che ricominci a scrivere lettere?
 
Ma sopratutto, risponditi onestamente, ricordi cosa vuol dire “sentire”?
 
 
 
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Gianluca Sonnessa
Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.