Gioacchino Murat e la fine di un sogno

0
1426

Correva il 30 marzo 1815 e Gioacchino Murat nel bel mezzo del tramonto dell’età napoleonica lanciava da Rimini il suo grido pro indipendenza d’Italia.

A dir la verità nel dicembre 2013 le armate austriache avevano occupato tutta la Romagna cacciando le truppe del Regno d’Italia.

Nel marzo 2015 era tutto ancora indeciso col generale Gioacchino Murat pronto a sacrificarsi per mantenere il trono di Napoli e restaurare lo status quo napoleonico.

Di fatto Murat era uno dei pochi sovrani napoleonici sopravvissuti al trono, re di Napoli dal 1808. Questo, ad essere onesti, anche in virtù del voltafaccia nei confronti di Napoleone dell’anno prima, quando si era schierato con la coalizione anti-imperiale.

Fuggito Napoleone dall’Elba, Murat si mise in testa di costituire uno stato nazionale italiano con un’offensiva militare. Alla metà di marzo si mise a capo di un esercito e parti da Napoli diretto a Nord.

E  così il 29 marzo attraversate tutte le Marche, il suo esercito guidato dal generale Carrascosa giunse a Rimini dove mise sottosopra la città.

Il 30 marzo arrivò Gioacchino che fece un discorso divenuto celebre, il Proclama Agl’Italiani. Un inno all’indipendenza e alla riscossa nazionale. Ma fu veramente proclamato il 30 marzo a Rimini questo discorso.? Sembra di no.

In realtà il proclama venne emesso da Gioacchino Murat il 12 maggio con data falsa del 30 marzo, quando Murat in effetti si trovava a Rimini, da cui l’equivoco. Il messaggio fu in realtà rivolto ai napoletani dopo la disfatta successiva di Tolentino, che segnò la fine del Regno di Murat su Napoli e l’avvento dei Borboni.

Ad ogni modo l’avanzata rapida dell’esercito e l’astuto ripiegamento degli austriaci favori l’arrivo a Forlì il 31 Marzo, il 2 aprile a Bologna. Il 3 fu la volta di Ravenna.

Ma come fu accolto il francese Murat? L’accoglienza apparve piuttosto fredda, pur sembrando l’esercito sulla cresta dell’onda, i continui solleciti dei murattiani ad arruolarsi nel nuovo esercito nazionale, che sembrava destinato alla vittoria, caddero in gran parte nel vuoto.

Dopo aver ripristinato molte istituzioni napoleoniche in Romagna e aver coinvolto un esigua parte della popolazione, intellettuali, ex militari e pochi altri, Murat fu costretto a ripiegare dopo aver fallito ad Occhiobello il tentativo di passare il Po.

Quella degli austriaci era stata una strategia. Così inizio la ritirata, il 15 aprile era di nuovo a Bologna, il 18 a Forlì.

Murat si arrocco’ poi presso la Villa Merloni di Montecchio, sotto Bertinoro nel tentativo di frenare l’avanzata austriaca. Ci furono una serie di battaglie tra cui quella al passo di Bagnolo che costo’ agli austriaci 600 morti e 1000 feriti. Murat aveva demolito i ponti sul Savio della Romea e della Cervese.

Presso Metellica, sul Savio, dopo tre giorni di forti combattimenti, il 23 aprile Murat ripiego di nuovo a Rimini. Trovò una città in rivolta. La popolazione umile in Romagna preferiva una restaurazione dello Stato Pontificio appoggiato dagli austriaci, piuttosto che un ritorno al periodo napoleonico paventato da Murat.

Fuggito a Tolentino, in provincia di Macerata, fu sconfitto pesantemente dagli austriaci. E se ne andò in Corsica. Ogni ambizione di restauro napoleonico fini’ qui. Intanto al congresso di Vienna la diplomazia vaticana guidata dal Cardinal Consalvi tenne a bada le mire espansionistiche austriache e ricreo’ il dominio pontificio sulla Romagna, per la gioia delle fasce più umili della popolazione.

Una storia veloce ed intensa che sconvolse la Romagna dell’800′, ancora non pronta all’idea di uno stato italiano e che visse in modo traumatico e confuso quei giorni di guerra gettandosi di fatto tra le braccia di papa Pio VII e dello Stato Pontificio.