Geisha, una professione in via d’estinzione

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C’era una volta la Geisha, un personaggio quasi mitologico, retaggio di un Giappone classico di cui ormai restano poche tracce.

Insomma anche queste vestali di una cultura per noi remota e misteriosa stanno cedendo il passo alla modernità che avanza e al cambio di costumi. La trasformazione è ormai in fase talmente avanzata che persino molti giapponesi ignorano ormai il vero significato del termine.

Le poche geishe che sopravvivono, risultano anche custodi di tradizioni in via d’estinzione e restano tra le poche persone laiche a vestire ancora in abiti tradizionali. Le geishe sono entrate nell’immaginario collettivo occidentale grazie anche al pesante trucco che le rende eteree specie in situazione di penombra o di chiar di luna.

Gli antichi abiti orientali o wafuku sono stati ormai sostituiti da giacche, cravatte, gonne, tailleur, felpe, maglioni, t-shirt. Questi sono chiamati yōfuku o vestiti occidentali.

Ma chi sono realmente le geishe?

Non si tratta semplicemente di prostitute d’alto bordo come molti pensano, ma di donne che votano la propria esistenza all’arte e al bello, dame di compagnia sofisticate, spesso silenziose, ma accanto alle quali sono stati formati governi, imperi e sono nate e cresciute le grandi aziende nipponiche.

In effetti geisha significa “persona portatrice di arte” e questo allontana già i classici luoghi comuni. Qui si parla di intrattenitrici raffinate e specializzate nelle arti, in particolare nella danza, nella musica e nella retorica. Nulla a che vedere con la prostituzione.

L’altro aspetto sorprendente è che le geishe erano inizialmente uomini e comparvero nel 1600. Questi intrattenevano con balli, canti e battute forbite gli ospiti delle feste di corte, un po’ come i nostri menestrelli di corte medioevali e rinascimentali.

Poi quando iniziarono le donne, il loro arrivo sul mercato sbaragliò la competizione. Potendo scegliere tra uomini e donne, i nobili e i ricchi mercanti del tempo, non esitarono a scegliere queste ultime.

Presto il mestiere di geisha divenne centrale e fondamentale all’interno della società feudale nipponica, notoriamente molto rigida. Presto sorsero delle scuole di formazione in cui le giovani venivano rigidamente educate al culto dell’estetica.

Nacquero gli hanamachi o “città dei fiori”, veri e propri quartieri pieni di case da tè (ochaya) e di case delle geishe (okiya), abitazioni in cui queste donne si recavano e studiavano a mò di vestali, luoghi molto riservati.

Fu così che nel tempo le okiya diventarono dei piccoli grandi potentati, rivali gli uni degli altri. A capo c’erano le tenutarie o “madri”, che erano in pratica manager che organizzavano gli incontri con i clienti delle geishe. Queste si preoccupavano di scegliere i clienti cercando di accaparrarsi quelli più prestigiosi a vantaggio dell’immagine della casa. Queste trattavano sul prezzo di ogni prestazione che, val la pena ricordarlo, raramente era di natura sessuale.

Le “madri” poi cercavano sempre bambine di bell’aspetto da instradare verso questo mestiere molto esclusivo. Così chi voleva diventare geisha iniziava molto presto ed era destinata ad affrontare una vita pressoché monastica, votata allo studio e al sacrificio.

Il fatto che le rette scolastiche delle geishe, peraltro ben salate, fossero sostenute dalle madri delle Okiya, cosi come il vitto e l’alloggio, finiva per stabilire un rapporto di debito difficilmente ripagabile dalle geishe.

Succedeva quindi che queste restavano al servizio della madre tutta la vita, con l’unico vero obbiettivo di diventare la sua prediletta ed ereditarne l’attività alla morte della madre stessa.

Dunque la geisha non ha niente a che vedere con le meretrici dell’antica Roma, semmai poteva assomigliare più alle etère dell’Antica Grecia, ovvero donne di classe che fornivano uno svago intellettuale e mentale agli uomini facoltosi.

In realtà poteva capitare che queste si unissero anche sessualmente con il cliente, ma lo facevano solo con un cliente particolare, il danna o padrone. Questi altro non era che lo sponsor, che finanziava tutte le attività della donna e soprattutto saldava i debiti con la “madre”, permettendo alla geisha di affrancarsi e mettersi in proprio.

Per capire il ruolo delle geishe nella società giapponese dell’epoca in cui si diffusero maggiormente, bisogna ragionare sul fatto che in quella società i matrimoni erano combinati, specie tra famiglie potenti e non c’era amore. Quindi le mogli tolleravano la presenza delle geishe persino quando il marito perdeva la testa e diventava danna.

I mariti discutevano con la consorte dei problemi familiari e con le geishe si svagavano parlando di politica, economia, teatro, arte.

Questo perché gli uomini d’affari giapponesi erano spesso frustrati e oppressi e avrebbero fatto di tutto pur di stare in compagnia delle geishe che li coccolavano come fossero gli antichi signorotti.

Un’altra curiosità riguarda il rossetto che utilizzavano le accompagnatrici, che si otteneva dal fiore Carthamus tinctorius. Questo fiore, in epoca feudale, divenne presto prezioso, quasi quanto l’oro, da quanto era richiesto.

Nacque anche la leggenda che voleva che le raccoglitrici pungendosi e versando il sangue sui petali li colorassero di un rosso vivido e intenso. I signori feudali che possedevano le piantagioni di Cartamo di conseguenza si arricchirono. 

Le eredi delle geishe sono oggi le ragazze-immagine o hostess che rappresentano i grandi marchi nelle fiere occidentali, sono semplici ragazze immagine, non cantano, non recitano poesie, non suonano e non ballano, ne servono il tè. Niente più shamisen (antica chitarra) o shakuhachi (flauto di bambù) o antiche poesie in kyō-kotoba, antico dialetto aulico di Kyoto.

Le poche geishe rimaste si possono trovare nella vecchia capitale Kyoto nel quartiere di Gion ma non hanno più nulla ormai di tradizionale se non l’abbigliamento. Le scuole sono finanziate dal comune e non da uomini d’affari e le geishe non sono altro che un’attrazione turistica al soldo delle istituzioni.

L.D.

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