Garibaldi il corsaro

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Pietro Picciau
Garibaldi il corsaro.

A cura di Anna Cavestri 

In questo primo volume di una trilogia su Garibaldi, conosciamo l’eroe dei due mondi nella prima parte della sua vita e in modo piuttosto inconsueto.
A raccontare la sua incredibile e avventurosa vita è lui stesso che nel 1873 riceve la visita di un aristocratico inglese che si infrange col suo veliero nell’isola di Caprera, dove sa che incontrerà un suo mito: Giuseppe Garibaldi. Lo trova dentro una fazenda costretto su una carrozzina, ma col carattere che lo ha contraddistinto e fatto diventare un idolo.

Giuseppe Garibaldi nasce, a Nizza, il 4 luglio 1807. In quel momento Nizza era una contea francese.
La famiglia di Peppino ha origini genovesi, il padre Domenico, marinaio e la madre Rosa che, appena nato il figlio, si è augurata che non andasse per mare.
Peppino si dimostrò fin da piccolo intraprendente, ribelle, instancabile e soprattutto attratto dal mare e dalle barche.
Passava gran tempo tra i pescherecci e i pescatori affascinato dalla vita di mare. I genitori preoccupati avevano pensato ad indirizzarlo alla vita in seminario anche per le difficoltà soprattutto del padre di occuparsi del figlio.

Aveva un’ indole buona Peppino, era tenero e già molto seduttivo. Tanto era esuberate che a otto anni salvò una donna che era scivolata nel fiume mentre lavava i panni.
Per farlo studiare i genitori trovarono due insegnanti che andavano a casa per dargli lezioni. Studiare non era la sua passione a parte la geografia, la poesia epica e i testi classici, il resto non era proprio di suo interesse.

A 12 anni, avendo capito che i genitori lo sognavano prete, riuscì a convincere qualche amico a scappare verso Genova per poi imbarcarsi come mozzi.
Una mattina si impossessarono di un battello, con acqua e viveri che avevano comprato con i risparmi, e salparono verso Genova. Arrivati a Monaco, dovettero rinunciare all’impresa. Il padre di Peppino, avvisato da un abate, li aveva raggiunti.
Da qui l’antipatia verso i preti si è rafforzata.

Preoccupati per il futuro del figlio, che sempre più manifestava la sua volontà di imbarcarsi, il padre gli trovò il primo imbarco come mozzo sull’imbarcazione di un amico che andava nel mar nero. Aveva 16 anni , era raggiante un po’ meno i genitori.

Nel frattempo complicate vicende politiche si susseguivano in ogni dove. I moti del 1820/21 e i fermenti politici non sempre arrivano sulla costa azzurra ma per quanto frammentate Peppino aveva già le sue simpatie “Sto con i cospiratori “.
Già al suo primo imbarco mostrò di sapersi ben destreggiare sull’imbarcazione e approfittò di questa opportunità per imparare meglio e in fretta i segreti della navigazione.

A 18 anni il padre lo portò con se per trasportare un carico di vino vicino a Fiumicino in occasione dell’Anno Santo.
Ci furono alcuni intoppi prima di poter approdare a destinazione, ma all’arrivo Peppino rimase estasiato di fronte ai fasti romani, ma al contempo molto amareggiato di fronte agli sfarzi di vescovi e preti e alla loro totale indifferenza verso i poveri e i mendicanti.

A Nizza Peppino godeva già di fama e soprattutto da parte delle donne, con tutte era galante e rubacuori ma la vita di un mozzo non dava garanzie alle fanciulle che non si volevano impegnare.
Cominciò così il suo giro per il mando tra un’imbarcazione e un’altra, in luoghi lontani e sconosciuti dove Peppino dimostrò sempre più di essere un ottimo navigatore, sempre entusiasta.
Affrontò marosi e pirati, saccheggi e venti avversi senza mai scoraggiarsi.
Ma in un viaggio di ritorno da Odessa Peppino si ammalò. Aveva 20 anni e fu lasciato a Costantinopoli. La sua permanenza durò più del previsto a causa della la guerra tra Russia e Turchia. Oltre che curarsi trovò aiuto tra gli italiani che vivevano lì.

Il suo fascino non passava inosservato: biondo coi capelli lunghi fino al collo, fisico agile, barba dai colori ramati e spavaldo attirava simpatia ed era gradito dalle donne.
Per il tempo che rimase lavorò come insegnante di lingua italiana francese e matematica per i figli di una vedova benestante .

Finalmente nel 1831 lasciò il porto di Costantinopoli verso Genova. Ritornó a Nizza e l’anno dopo ripartì, dopo aver preso la patente di capitano di seconda classe.
Si imbarcò verso Gibilterra e poi Costantinopoli, durante il viaggio nell’Egeo affrontò con sapienza l’attacco dei pirati, vincendo.
Ormai viaggiava con destrezza era amato e usava con grande capacità anche le armi, a bordo e in ogni città in cui si fermò era l’attrazione principale.
Conquistava le donne con poesie o canzonette improvvisate ma allo stesso tempo si teneva informato di tutto, voleva capire la complicata situazione italiana dopo la caduta di Napoleone.

Quello che maggiormente lo preoccupava era il malcontento che trovava ovunque andasse, il popolo chiedeva sempre libertà ed uguaglianza.
Durante un viaggio verso Costantinopoli conosce Barrault un seguace di Saint Simon uno dei primi teorici del socialismo e si appassionò ancora più alle idee di giustizia e libertà.
Ad attirare ancora la sua curiosità fu un personaggio che parlava di un certo Mazzini, genovese e affiliato alla massoneria fondatore della Giovane Italia.
E per la prima volta Peppino apprese l’idea di un’Italia repubblicana e unitaria, in cui tutti gli uomini devono essere liberi uguali e fratelli.
Subito aderì a questa idea, il suo obiettivo era ora trovare Mazzini a Marsiglia.

Ma l’esilio verso la Svizzera di Mazzini non gli permise di incontralo. Ebbe modo di trovare molti affiliati alla Giovane Italia tutti clandestini a cui Peppino diede il suo appoggio.

In Italia si preparavano insurrezioni, l’Italia era divisa in staterelli c’era un tiranno straniero, avrebbe voluto agire ed imbracciare le armi ma non arrivava l’ok di Mazzini.
A 26 anni si arruolò come marinaio al servizio della Marina del Regno di Sardegna.
Cominciò a frequentare l’ambiente dei sovversivi nelle vie di Genova, con un compagno d’imbarco cominciò a fare proselitismo, a voce alta gridava “abbasso la monarchia “, incautamente.

Una sera qualcuno lo segnalò alla polizia e il suo nome fu inserito nella lista dei sovversivi. Lui e l’amico furono trasferiti su una nave diretta in Brasile.
Scoprendo che Mazzini voleva la rivolta, non rientrò in nave dopo un permesso e da disertore iniziò la latitanza. Su di lui pendeva una condanna a morte per alto tradimento militare.
Con documenti falsi riuscì ad imbarcarsi per Odessa per fare ritorno a Marsiglia due mesi dopo, mentre incombeva il colera. Peppino si offrì subito come volontario.

Marsiglia non poteva offrirgli nulla era pur sempre un clandestino condannato a morte, delle idee mazziniane sembrava non si parlasse più finché non sentì un esule italiano in un’osteria che diceva della fondazione della Giovane Europa fondata da Mazzini. Attraverso vie traverse riuscì a trovare un imbarco come nostromo per il Sud America: Rio de Janeiro.
Era il 1835 e fino al 1848, anno in cui poté ritornare in Italia, Garibaldi si è fatto conoscere come l’eroe che tutti ricordano.

Nel Sud America tra mille pericoli, poche risorse, si impegnò fino a rischiare la vita portando le sue idee di libertà e uguaglianza. Nelle continue lotte per il potere tra Brasile ed Uruguay, dovette affrontare anche inglesi e francesi che occupavano i porti con i loro bastimenti.
La sete di giustizia non ha mai avuto fine, nemmeno Anita sua amata e madre dei suoi figli riuscì a tenerlo lontano dai combattimenti e dal mare. Fu lei, guerrigliera accanita a seguirlo.

Ebbe riconoscimenti ed incarichi molto importanti, aiutò popoli a liberarsi dai tiranni ed ebbe tanti nemici che hanno però dovuto riconoscergli le capacità straordinarie di condottiero e marinaio.
Anche nelle situazioni più drammatiche era in grado di infondere coraggio ai suoi uomini. Un intuito che è stato suo alleato quando era evidente la sconfitta gli permetteva di azzardare e di andare segno.

Ogni volta che gli fu possibile fece incetta di tutti i beni che trovava da distribuire al popolo, spesso ridotto a fare conti con grandi restrizioni. Pure lui Anita e i figli si sono trovati ad affrontare molti momenti difficili e di ristrettezze.
In questo periodo sudamericano, Garibaldi incontra compagni italiani affiliati alle idee mazziniane, come Rossetti, già da otto anni a Rio de Janeiro, che scriveva per un giornale mazziniano, e Cuneo, che sono stati di grande aiuto per Peppino per orientarsi nei suoi movimenti in quella zona per lui sconosciuta e piena di insidie.

Insieme fondarono la rivista bimestrale “ Giovane Italia “, chiedendo agli emigrati italiani di sottoscrivere una quota. Purtroppo uscì solo il numero uno, non ci furono sufficienti sottoscrizioni. Ma Cuneo continuò a scrivere e a far arrivare le gesta garibaldine anche in Italia.
Tanti furono i mazziniani che lo appoggiarono di spicco o meno, Menotti un fraterno amico caduto durante una battaglia e da cui prese il nome il figlio di Garibaldi in segno di riconoscimento e fratellanza.

Per le sue gesta gli fu conferito il titolo di Generale, titolo che rifiutò ritenendo di aver fatto solo il suo dovere, dedicandolo ai mutilati e alle famiglie dei morti nelle battaglie.
In questo romanzo storico, che ha come sottofondo lo scenario politico mondiale e quello italiano, la figura di Garibaldi è raccontata in modo peculiare, diversa da come si studia sui libri di scuola.

È una lettura affascinante e interessante, una scrittura molto coinvolgente, centrata certo su Garibaldi, nel periodo delle sue imprese in Sud America, con una storia ricca di guerre di dominio, ma su un Garibaldi forse meno conosciuto.
Mentre racconta all’inglese la sua storia nella fazenda di Caprera nella stanza accanto c’è Francesca Amorino, sua compagna e madre di Clelia e Manlio, Clelia canticchia, ma fanno parte di una storia che non è narrata in questo volume.

Anna