Galatina e S. Biagio un amore corrisposto

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Tutta Galatina oggi per la festa di S. Biagio, si riunisce in quello che era l’eremo dei frati Olivetani, che a Galatina avevano l’epiteto di ” Bianchini ” non a caso il largo accanto alla chiesa si chiama in questo modo. La chiesa ed il monastero Benedettino ( gli Olivetani sono i Benedettini del Monte Oliveto in provincia di Siena ) dapprima intitolato a S. Caterina Novella per distinguerlo dalla vecchia chiesa dedicata alla santa egiziana. Infatti nel 1494 a Ferdinando I d’Aragona successe il figlio Alfonso II d’Aragona, colui che, nel settembre del 1481 quando ancora era principe ereditario, aveva liberato Otranto dai turchi. Alfonso II d’Aragona, nel brevissimo tempo del suo regno, durato appena un anno e tre giorni, colmò di numerosi benefici e ampi privilegi la congregazione benedettina del Monte Oliveto. Tra i vari provvedimenti il re dispose l’insediamento degli olivetani nella chiesa di S. Caterina, nell’annesso convento e nell’ospedale con tutti i suoi feudi, proprietà e pertinenze nella città che allora si chiamava S. Pietro in Galatina. Alla notizia che il re aveva espulso i francescani e li aveva sostituti con gli olivetani, il dissenso della popolazione fu unanime. Scoppiarono dei tumulti popolari. La stessa Università, l’antica amministrazione cittadina, si oppose alla sostituzione dei frati francescani che avevano avuto un ruolo importante nella storia della città avendo retto le sorti di una chiesa tanto importante per il Salento e di un ospedale che costituiva orgoglio e vanto per i galatinesi. chiesaSanBiagio galatina

L’intervento deciso e improvviso della cavalleria di don Ferdinando d’Aragona, primogenito di re Alfonso II e principe ereditario, annientò ogni tentativo di resistenza e riportò l’ordine in città. Fu così che, il 28 luglio 1494 si insediarono gli olivetani: I francescani non si rassegnarono al loro allontanamento e, spalleggiati dalla popolazione, cercarono in ogni modo di essere reintegrati nei loro diritti e nei loro possedimenti. Seguirono complesse vicende fino al primo giugno del 1507 quando, sotto il regno di Ferdinando il Cattolico e con il beneplacito di papa Giulio II, i rappresentanti dei due ordini il francescano ed l’olivetano, sottoscrissero un compromesso in virtù del quale i frati francescani rientravano in possesso della chiesa e del convento di S. Caterina mentre i frati olivetani restavano padroni dell’omonimo ospedale con tutti i suoi feudi, beni e possedimenti.

Nel documento era espressamente detto che l’altare con la statua di S. Benedetto eretto dagli olivetani nel 1496 doveva essere lasciato a perpetua memoria della loro presenza nella chiesa. I Frati Minori Francescani, ripreso possesso della dimora monastica e della chiesa, mantennero l’impegno conservando l’altare dedicato a San Benedetto, ma, proprio di fronte a questo, nella navata opposta, innalzarono un altro altare dedicato a Santa Caterina entrambe le opere dello scultore galatinese Niccolò Ferrando, con ai piedi della statua una figura giacente che rappresenta un guerriero coronato in posizione tale da apparire schiacciato dalla ruota del martirio sorretta dalla santa. Questo emblematico personaggio apparentemente avrebbe dovuto rappresentare l’imperatore Massenzio il quale aveva sottoposto invano Caterina a crudeli supplizi per farle rinnegare la fede cristiana, rimanendo poi umiliato e vinto dalla costanza ed eroismo della donna. In realtà altri non è che Ferdinando d’Aragona esecutore delle regali volontà paterne di estromettere i francescani che in segno di rivincita lo condannarono ad un simbolico e perenne castigo. Entrambe le opere che si contrappongono nella basilica Orsiniana, sono dello scultore galatinese Niccolò Ferrando. Gli olivetani, compresa l’antifona, qualche anno dopo risposero per le rime, apponendo nell’atrio dell’ospedale, vale a dire oggi l’entrata principale del municipio cittadino, in alto sul prospetto interno, l’immagine trionfale di Ferdinando a cavallo con il mantello svolazzante al vento mentre ai suoi piedi giace un soldato sconfitto e morente, allegorica rappresentazione dell’Università (l’antica amministrazione cittadina) di San Pietro in Galatina che invano aveva lottato contro le decisioni di re Alfonso. In conclusione oggi il rito della “ benedizione della gola ”, compiuto da S. Biagio con due candele incrociate. A Galatina il rito della benedizione con le candele ottiene una grande partecipazione e molti sin dal mattino si mettono pazientemente in fila per ottenere la benedizione della gola da parte del prete. Non manca quindi la partecipazione e l’affetto della gente, il rito, rimane ancora oggi, uno dei pochi esempi, durante l’arco dell’anno in cui la comunità cittadina di Galatina si sente unita e raccolta.

Raimondo Rodia