Estratto da Ombra di Luna

0
1138

di Elena Ungini

Ho il piacere di proporvi un estratto del mio romanzo “Ombra di Luna”

“Scendi!”, ordinò, uscendo dalla macchina.
“Che cosa vuoi da me?”, si azzardò a chiedere Diana, ritrovando un po’ di coraggio.
“Scendi!”, ripeté, strappandola giù dalla vettura. Tenendola per un braccio, prese dal sedile posteriore un grosso zaino da trekking e se lo issò sulle spalle. Infine, sempre puntandole contro la pistola, si diresse verso il bosco con la ragazza al seguito.
“Ora si cammina”, disse semplicemente.
Al buio, in silenzio, mentre l’oscurità si era fatta più fitta a causa delle nubi che stavano velocemente coprendo la sottile falce di luna, si inerpicarono per uno stretto sentiero, che saliva ripido per il pendio, fra sassi e foglie macilente cadute durante l’autunno, che rendevano scivoloso il terreno. Quando l’oscurità fu quasi palpabile e Diana prese a incespicare ogni due passi, rischiando di trascinare a terra anche il ragazzo, che la stringeva ancora per il braccio fin quasi a farle male, Michael le ordinò di fermarsi ed estrasse dal suo zaino una grossa torcia elettrica, che accese per illuminare la strada. Diana notò che lo zaino era pieno di altre cose, fra cui parecchie provviste. A giudicare da come il ragazzo se lo era buttato sulle spalle lo aveva creduto quasi vuoto e leggero, invece doveva pesare parecchio, il che faceva pensare che il suo accompagnatore fosse quanto meno un muscoloso palestrato. Ripresero il cammino, sempre in salita, mentre l’aria della notte si faceva via via più frizzante. Diana non seppe dire per quanto tempo avessero continuato a salire, ma a un certo punto le dolevano terribilmente le gambe e ricominciò a incespicare. Lui sbuffò, infastidito. Diana pensò che probabilmente, ovunque stessero andando, lo stava rallentando parecchio. Si augurò che non si arrabbiasse. All’improvviso scivolò sul terreno bagnato e picchiò il ginocchio a terra.
“Ahi!”
“Rialzati!”, le ordinò.
“Sono stanca!”, sbottò, sfinita.
“Siamo quasi arrivati”.
“Arrivati dove?”
“Cammina!”
“Adesso basta! Sono stufa! Voglio sapere dove mi stai portando. Non farò un passo di più finché non me lo dirai!”, urlò, furiosa.
Il giovane lasciò la presa sul suo braccio, scaraventandola lontano da sé con una forza che Diana non si aspettava, e che la fece finire per terra. Alzò gli occhi verso di lui, che le puntava ancora addosso la pistola, e lo fissò, spaventata. Per qualche istante il giovane non si mosse, poi si avvicinò, in silenzio. Le tese la mano per aiutarla a rialzarsi e lei gliela strinse, anche se con una certa riluttanza. Quando fu a distanza ravvicinata, si accorse che gli occhi verdi di Michael ora sembravano più chiari, quasi dorati, e sembravano brillare nel buio, alla luce della torcia elettrica. Incutevano terrore, tanto che lei abbassò lo sguardo, intimorita.
“Andiamo!”. Il suo tono era così furioso che Diana non osò obiettare. Si limitò a trascinarsi avanti ancora per un po’, un passo dopo l’altro, affaticata e goffa. La giacca a vento ingombrante, i jeans attillati e a vita bassa, le scarpe da tennis troppo leggere, non certo adatte all’arrampicata, e la borsa che si portava appresso non la facilitavano affatto nei movimenti. Michael dovette accorgersene perché, all’improvviso, le strappò di mano la borsa e la infilò nello zaino, liberandola del peso. Ripresero a camminare. Mentre Diana arrancava faticosamente, qualcosa di bagnato le si posò sulla faccia, una, due, tre volte. Ben presto, il raggio di luce della pila prese a illuminare centinaia di minuscoli puntini bianchi che scendevano dal cielo.