Estratto da “oltre ogni confine”

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di Elena Ungini

La madre di Kevin piangeva disperatamente. Mi ricordava la mia, che avevo visto piangere a quel modo solo la sera prima. Come avrei voluto poterla consolare. Come avrei voluto consolare entrambe. Forse non potevo fare nulla per mia madre, ma per aiutare quella di Kevin, magari… Pensai a come potevo agire. Che potevo fare per farmi notare?
“Kevin! Ascoltami! Scendi da lì. Lascia che io ti abbracci ancora una volta, ti prego!”, lo supplicò ancora sua madre, la voce rotta dai singhiozzi. Era troppo. Le sue parole mi bruciavano dentro. Quanto avrei voluto poter riabbracciare ancora una volta mia madre, prima di morire.
“Ascoltala!”, urlai. Sapevo che non poteva sentirmi, ma fu più forte di me. Lui si voltò e il suo sguardo incrociò il mio, lasciandomi spaesata. Possibile che avesse sentito il mio urlo? No, non poteva essere. Nessuno poteva sentirmi. Eppure, sembrava proprio che lui mi stesse fissando.
“Chi sei tu? Come sei salita? La porta è chiusa a chiave!”, esclamò, feroce.
Lo fissai attonita.
“Tu mi vedi?”, domandai impaurita, spiazzata.
“Certo che ti vedo! Non sei mica un fantasma! Come hai fatto a salire?”
Il suo tono era spazientito e contrariato.
Non solo mi vedeva, ma riusciva anche a sentire e capire quello che dicevo. Non capivo più niente. Mi avvicinai, lentamente. Lui si ritrasse e mi fermai, temendo che potesse saltare di sotto.
“Non temere. Non voglio farti niente. Voglio solo parlare con te”, spiegai, per tranquillizzarlo, ma lui non si fidava, glielo leggevo nello sguardo.
“Chi ti ha mandata qui?”, chiese.
“Nessuno. Ci sono venuta da sola”.
“E perché?”
Sentivo astio nella sua voce.
“Mi chiedevo perché un ragazzo così giovane stesse tentando il suicidio”, azzardai.
“Non sono affari tuoi”, rispose, arrabbiato. Sotto di noi, la gente si stava chiedendo cosa stesse succedendo. Probabilmente vedevano Kevin conversare con qualcuno, ma non vedevano me. Forse stavano pensando che stesse andando giù di testa.
“E se invece lo fossero?”
“Che vuoi dire?”
“Se fossi stata mandata proprio per questo? Per scoprire i fatti tuoi?”
“Mandata da chi?”
“Prova a indovinare”.
Non aggiunsi altro. Non volevo sbilanciarmi oltre. Non potevo certo raccontargli che ero in missione per il Padre Eterno, anche perché non ero affatto certa che le cose stessero veramente così, ma qualcosa mi diceva che quella era la mia missione. Era lui che dovevo salvare. Potevo anche sbagliarmi ma, dopo tutto, che avevo da perderci? Che aveva da perderci lui, che stava tentando di uccidersi? Tanto valeva provare! Mi avvicinai al bordo della terrazza, protetto da una ringhiera, all’esterno della quale stava aggrappato il ragazzo.
“Stai lontana. È pericoloso”, mi avvertì.
“Per te non è pericoloso?”
“Per me è diverso”.
“Diverso… Come?”
Non rispose. Mi guardava, preoccupato.
“Vattene! Non voglio essere responsabile della tua morte!”
Mio malgrado, scoppiai a ridere: “Sta’ tranquillo. Non accadrà”.
Stando prudentemente lontana, passai attraverso la ringhiera, come se neanche fosse esistita, e mi fermai sul parapetto. Lui mi fissava, inorridito.
“Come hai fatto?”, chiese, esterrefatto.
“Te lo dico se mi racconti perché stai tentando di ucciderti”. Immaginavo che da sotto stessero seguendo la scena senza capire cosa stesse succedendo, a meno che non fossi diventata improvvisamente visibile a tutti, cosa della quale dubitavo fortemente. I suoi occhi neri si persero nei miei e accaddero due cose contemporaneamente: mi sentii terribilmente fragile e lessi nel suo sguardo una tristezza infinita, che mi lasciò senza parole.
“Sto morendo”, disse semplicemente. Dal tono della voce capii che stava dicendo la verità.
“Stai morendo?”, sussurrai stupita.
“Ho un cancro al cervello: mi restano solo pochi mesi di vita”.
Lo fissai, incredula.