Eremo dei frati bianchi

0
281

Alla scoperta di un luogo incantato

Il mondo è sempre più frenetico, siamo sempre di corsa a rincorrere il prossimo appuntamento, il prossimo impegno, il prossimo obbiettivo e via dicendo. Ci sono posti nascosti, nei luoghi più insospettabili, dove ci si rende conto che la vita potrebbe essere vissuta in modo diverso.

Lo stacco è drastico, quasi drammatico rispetto alla realtà quotidiana fatta di corse, nervosismi, tossine accumulate. È la via spirituale. Mi sono imbattuto in uno di questi posti di recente, si tratta dell’Eremo dei frati bianchi, a Cupramontana, nelle Marche, più o meno tra Jesi e Fabriano.

Un posto incantevole, raggiungibile a piedi dopo una breve passeggiata lungo una strada sterrata in mezzo ad un fitto bosco. Si cammina in mezzo alla natura per raggiungere questo luogo antico, completamente immerso nel verde, incastonato tra il bosco e la montagna, che offre uno spettacolo più unico che raro.

L’eremo, recentemente ristrutturato e ben conservato, ti catapulta in un luogo fuori dal tempo, un angolo paradisiaco, ricco di storia, che riesce a donare tranquillità e pace alla sola vista.

Storia e nome

I Camaldolesi indossano un saio di colore bianco, ed essi abitarono questo luogo per più di 400 anni. Questo è all’origine di uno dei nomi dati a questo posto incantevole e mistico. L’altro nome è Eremo delle Grotte del Massaccio, per via delle grotte scavate nella parete rocciosa al cui interno vi sono, peraltro ben mantenute, le antiche celle dove i monaci meditavano e pregavano, con costanza e dedizione. Tutto ciò da un aria mistica, solenne, antica a questo luogo immerso nel bosco che si trova nella gola del corvo tra Poggio Cupro e Cupramontana.

Le prime tracce dell’eremo risalgono al XI sec. quando alcuni Camaldolesi conducevano qui una vita di penitenza e preghiera. L’eremo è un tutt’uno con la montagna, essendo in parte costituito da muratura, in parte da grotte scavate bella roccia e adibite a luogo di preghiera e meditazione.

La fondazione vera e propria avvenne ad opera di San Romualdo a cui fu dedicata una delle grotte ricavate dalla parete suddetta, detta appunto “Cella di San Romualdo”. 

Romualdo era un nobile facoltoso ravennate, deluso della corruzione e dal malcostume diffuso già all’epoca, che per questo decise di abbandonare l’abbazia di Sant’Apollinare e di intraprendere un lungo cammino per il mondo.

Durante il percorso raccolse tanti discepoli e approffittando di una donazione di un’ampia zona boschiva nel Casentino, donatagli dal conte Maldolo di Arezzo, da il via alla costruzione dell’Eremo di Campus Maldoli oggi Camaldoli, riferimento religioso e culturale di grande influenza nei secoli a seguire, fino ai nostri giorni in tutto il Centro-Nord Italia e non solo.

A Romualdo è attribuita la fondazione di altri importanti luoghi di culto, specie qui, lungo la valle dell’Esino, tra cui l’Abbazia di Sant’Urbano all’Apiro, quella di San Salvatore di Valdicastro, dove Romualdo morì nel 1027 e quella di Sant’Elena presso Serra San Quirico.

Per quanto riguarda l’Eremo dei frati bianchi, qui si creò la Congregazione monastica di Monte Corona e sempre qui passarono i due frati minori che fondarono nel XVI secolo l’importante Ordine dei Frati Cappuccini. In realtà le grotte erano abitate già nel Duecento da alcuni eremiti, poi vennero ampliate con un complesso di costruzioni che nei secoli XV e XVI divenne un centro culturale molto importante dotato di una fornita biblioteca.

In verità dopo la morte dei beati Giovanni e Matteo le Grotte conobbero un periodo di abbandono, interrotto nella prima metà del XV secolo, attorno al 1450, dall’arrivo di molti frati giunti a Maiolati e nel Massaccio per sfuggire alle persecuzioni dell’Inquisizione e dei francescani, loro confratelli, che si erano sottomettersi alla gerarchia ecclesiastica divenendo “Osservanti”.

Le persecuzioni ebbero inizio per opera di papa Giovanni XXII che dichiarò eretici i fraticelli per il  loro stile di vita povero. E così le Grotte vennero lasciate deserte e affidate a Padre Angelo, Priore della abbazia camaldolese di S. Salvatore di Poggio Cupro.

Padre Angelo le ebbe in custodia fino al 1509, per poi venderle ad Antonio da Ancona, desideroso di vivere in solitudine e preghiera. Ma Antonio si dimostrò di doppie vedute, quando, saputo che i francescani non potevano possedere nulla e dovevano vivere in comunità, chiese l’ammissione nell’Ordine dei camaldolesi per non perdere le sue grotte e le cose preziose che possedeva, custodite in esse.

In seguito, nel mese di gennaio del 1510, dalle mani del Priore Angelo di Poggio Cupo, ricevette l’abito di oblato e si diede un tenore di vita molto austero. Negli annali camaldolesi si legge:

“Questi [Antonio] nato a Recanati, qui in gioventù aveva preso moglie, ma in seguito, come era noto a tutti, avendola sorpresa in flagrante adulterio, egli stesso l’aveva uccisa. Essendo Antonio di natura mite e di animo pio, quantunque poco avesse da temere dalla giustizia terrena, tuttavia non poteva non temere il “tremendo giudizio di Dio…”

Per aver commesso questo grave reato egli decise di espiare le sue colpe in pace e solitudine, con una vita fatta di sacrifici, preghiere e opere. Nel 1515 decise di scavare una grotta più grande delle altre e adattarla a oratorio da dedicare ai beati Giovanni e Matteo suoi predecessori. Nel 1516, terminato questo progetto, trasformò l’oratorio in una chiesetta con tanto di campana e pala d’altare in terracotta raffigurante la Madonna con in braccio il bambino, circondata da angeli, con in basso S. Giovanni Battista e S. Romualdo, i beati Giovanni e Matteo.

Nel 1516 Antonio cedette le Grotte al Capitolo generale dell’Ordine Camaldolese, che entrarono a far parte dell’Ordine stesso, venendone assoggettate gerarchicamente, disciplinarmente ed economicamente.

Nel 1520 il monastero ospitò Ludovico e Raffaele Tenaglia, tra i futuri creatori dell’Ordine dei Cappuccini.

Nei secoli però sorsero dei problemi logistici, essendo l’eremo delle grotte poco capiente e di scarsa solidità dovuta a frane e smottamenti. Nel 1780 ad esempio dalle pareti a strapiombo si staccarono frane che ostruirono gli accessi all’eremo e, a causa di piogge abbondanti, le acque del ruscello a fondovalle resero impraticabile la strada d’accesso, distruggendo anche il muro di sbarramento che serviva da clausura.

L’accaduto obbligò i monaci a costruire un nuovo eremo non lontano dalle Grotte, in una maggiormente accessibile. Successivamente i frati ritornarono nelle grotte, dopo il restauro del 1792 e posero sopra la porta di accesso, una lapide con una incisione, per tramandare ai posteri il passato dell’Eremo.

L’incuria, il tempo e i vandalismi hanno nel tempo ridotto in macerie la lapide per cui oggi non risulta più visibile. Ma la storia dell’eremo continuò ad essere travagliata, prima a causa del decreto di Innocenzo X, che imponeva di eliminare tutte le piccole comunità religiose, poi a causa del decreto napoleonico del 1810 che intimava di chiudere confraternite, eremi, monasteri e abbazie con un numero di religiosi inferiore a 24. Il decreto raggiunse anche questo eremo, dove i frati bianchi, erano si e no una dozzina.

i camaldolesi e i francescani furono costretti a tornare dalle loro rispettive famiglie. Poi, dopo il 1820 furono di nuovo autorizzati a rientrare nelle loro sedi, rifuguandosi nelle Grotte dopo il 1822 In seguito ad un decreto del Commissario straordinario Lorenzo Valerio si sopprimevano le congregazioni religiose e il monastero fu saccheggiato perdendo numerose e preziose opere d’arte.

Nel 1866, al ritorno dei frati molte cose erano sparite, dall’altare in maiolica della scuola Della Robbia, alla ricca biblioteca 

Nel 1925 il monastero venne chiuso, finché nel 1928, ormai vuoto, venne venduto ad un privato cittadino della zona per L. 25.000.
L’acquirente intenzionato adibì una parte del monastero ad abitazione per una famiglia colonica. Questo consentì di preservare la struttura da atti di vandalismo e saccheggi. Tuttavia 20 anni più tardi la famiglia migrò e l’eremo rimase definitivamente incustodito e così avvennero i temuti saccheggi.

Tutto questo fino ai giorni nostri quando nel 2000 l’Associazione Eremo srl. ha attivato importanti lavori di ristrutturazione dell’Eremooggi adibito a sede di congressi, eventi culturali, mostre e cerimonie di prestigio.

Le ricchezze perdute

L’occupazione napoleonica prima e un decreto del Regno d’Italia poi abolìrono alcune corporazioni religiose. Ne seguirono saccheggi continui cosi che un gran numero delle opere d’arte custodite andarono perdute. Quello che rimane oggi è una notevole eredità artistica e culturale, custodita nella biblioteca comunale di Cupramontana, nella galleria degli Uffizi a Firenze, nella galleria d’arte a Jesi e in varie collezioni private. Un vero peccato

Il bosco 

L’eremo è circondato e protetto da un grande bosco, una profonda gola ricca di vegetazione, un’area floristica protetta. 

Qui la vegetazione boschiva è favorita da un microclima unico che vanta la presenza di numerose specie rare come ad esempio l’ontano nero, il capelvenere, il giglio rosso, l’arisaro codato, l’orchidea piramidale e tante altre.

Grazie a quest’area così attraente dal punto di vista naturalistico, il luogo assume un fascino ancora più grande. Infatti quando si sbuca nel giardino antistante il monastero si prova una sensazione unica, come di aver raggiunto il centro di tutto.Il silenzio e la meditazione sono qui ostacolate solo dai rumori della natura, dal vento che muove i rami, dallo scorrere dell’acqua e dai canti degli uccelli.

Raggiungere l’eremo

Dalla superstrada che congiunge Ancona a Roma psi prende l’uscita Apiro Mergo e si prosegue in direzione Apiro per circa 2 Km finché sulla sinistra non appare il cartello Bosco ed Eremo dei Frati Bianchi. Se si dovesse arrivare da Cupramontana basta seguire le indicazioni che dal paese conducono verso una discesa.

Una volta parcheggiata l’auto si percorre una strada secolare che sale per un km. Qui ci si immerge nella natura tra il canto degli uccelli, l’acqua del ruscello e il fruscio del vento.

La passeggiata non è complicata, persino i bambini possono farla agevolmente e porta direttamente all’ampio spazio pianeggiante molto bello dove si erge l’eremo addossato alle rocce in un contesto fiabesco.

Molti giovani secondo tradizione si giurano amore eterno proprio qui in questo luogo. Difficile descrivere l’effetto che ti fa visitare questo monastero, il senso di pace e di tempo immobile che sembra governare questo luogo.

Frati Bianchi e Frati Neri

Poco distante dall’Eremo dei Frati Bianchi c’è anche l’Eremo dei Frati Neri, detto anche Romitella delle Mandriole. Non ha lo stesso fascino di quello appena descritto ma il luogo merita comunque una visita. Qui la chiesa di San Giacomo mantiene al suo interno un bell’altare in terracotta del 1529.

Nei dintorni si ha traccia di come siano stati i monaci ad introdurre la coltivazione della vite e la produzione del vino locale. Non a caso Cupramontana è un po’ la “Capitale del Verdicchio”.

Aneddoti e Leggende

L’Eremo dei Frati Bianchi è un luogo speciale per l’ambiente in cui è inserito, per l’austerità dei resti, ed è fonte di ispirazione di alcune poesie di Luigi Bartolini, noto poeta che andava spesso a passeggiare e a cui ha dedicato una raccolta di poesie. 

Il poeta, “padre del paesaggio marchigiano” ha scritto tra le altre la famosa acquaforte:

“Le mie acqueforti trovarono e trovano la loro ragione d’essere nel fermare e nell’approfondire visioni. Io quando incido vedo le cose angelicarsi: e dopo che sono stato due o tre, e talvolta anche dieci ore, ad accendermi, esaltarmi, direi a battermi come un cavaliere di ventura, disegnando, sulla lastra, a piena grand’aria, gli occhi mi si abbacinano. Entro in trance. Mi tremano le vene come a chi compie atto d’amore con donna che ama. E mentre odo, in me, il sangue che ruscella, riluce intorno a me la speranza umana della santa pace. (Speranza perduta da parte dei cittadini delle grandi metropoli). Tutto è chiaro nell’ora del mio Iddio! Ed è il bene di Lui che diventa mia gioia. E’ la Sua grazia che io ricevo come un viatico: un viatico con cui riesco a sopportare, schivare, superare i mali inerenti alla comune quotidiana esistenza. La grazia d’Iddio mi remunera di talune mie sconfitte umane”.

(Luigi Bartolini artista e scrittore anche del film “Ladri di biciclette”, di Vittorio De Sica).

Lo avete mai visto? Se potete, visitatelo, facendovi trasportare dal silenzio.