E se piante fossero intelligenti

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Più di dieci anni fa nasceva la neurobiologia vegetale e si iniziò a riflettere sulla possibilità che le piante ed i vegetali avessero anch’essi una loro forma di intelligenza.

Uno dei pionieri e dei maggiori fautori di questa teoria è Stefano Mancuso, le cui conferenze sono sempre affollate a causa della notorietà derivatagli dalle sue teorie. Mancuso è direttore del LINV, il laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale con sede a Firenze.

Mancuso ha ovviamente diversi detrattori ma tra gli addetti ai lavori non vi sono dubbi che sia scienziato di grande valore. che dispone pure di un ottimo gruppo di ricerca e di un laboratorio all’avanguardia.

L’idea all’intelligenza vegetale a dire il vero circola da una decina di anni e genera sempre un importante dibattito tra gli scienziati. Altri scienziati ad esempio propongono una soluzione più prudente riconoscendo alle piante una capacità di interazione con il proprio ambiente molto sofisticata senza definirle intelligenti. Tutto parte dal 2006 quando un gruppo di scienziati e ricercatori fra i quali Eric Brenner, Stefano Mancuso, František Baluška, pubblica sulla rivista scientifica Trends in Plant Science un articolo che da vita alla nuova disciplina, ovvero “Plant neurobiology ad integrare view of Planet signaling”.

Il gruppo sostiene un’idea rivoluzionaria, ovvero che le piante interagiscono in modo molto sofisticato con l’ambiente circostante. Sono considerate dotate di intelligenza e alcune strutture delle piante stesse potrebbero essere alla base di integrazione ed elaborazione delle informazioni che l’ambiente trasmette esattamente come lo sono i neuroni.
Ovviamente a partire da questa pubblicazione iniziò una diatriba con coloro che sostenevano e sostengono non possa esistere alcuna intelligenza nei vegetali.

La rivista su cui questo duello ha preso vita è specializzata in fisiologia delle piante ed è frequentata da fisiologi vegetali, botanici, biochimici delle piante, agronomi ma non da neuroscienziati e psicologi sperimentali che possano essere coinvolti nella neurobiologia vegetale, e questo è un grosso limite come afferma Paco Calvo, Direttore del MiNt (Minimal Intelligence) Lab dell’Universidad de Murcia in Spagna. Le idee di Baluska e del suo gruppo sono strutturate in un modo tale che non si possano testare sperimentalmente e questo le rende qualcosa di diverso dalla scienza e di non dimostrabile.

Sempre Calvo sostiene: “I neuroscienziati hanno gli strumenti, metodologici e teorici, ma continuano a non considerare l’intelligenza delle piante. I neurobiologi vegetali pongono attenzione al fenomeno ma non hanno le risorse di cui invece ci sarebbe grandissimo bisogno. È necessario il supporto della computer science, delle scienze cognitive, abbiamo bisogno che tutti questi campi facciano squadra con noi e contribuiscano con le loro metodologie”. Insomma non una chiusura netta ma un suggerimento affinché possa essere dato maggior fondamento scientifico alla teoria

Paco Calvo sostiene che per studiare la funzioni cognitive nelle piante va prima stabilito cosa si intenda per comportamento intelligente, in effetti non esiste una definizione unica, chiara e condivisa di intelligenza, per cui scienziati diversi adotteranno accezioni diverse.

Calvo considera un comportamento intelligente quello che segue cinque principi: il comportamento deve essere adattivo (comportamento che migliora la probabilità di sopravvivenza della pianta), flessibile (che si adatta alle condizioni contingenti), autonomo (non guidato dall’esterno), anticipatorio ( la pianta mette in atto un comportamento e ne codifica anche il risultato). Infine Calvo sostiene che debba essere un comportamento finalizzato, ovvero le piante in qualche modo devono dare un senso al proprio agire.

Attraverso tecniche come il time lapse, nota tecnica fotografica che accelera il tempo e permette di guardare il comportamento della pianta alla sua scala temporale, si possono studiare i comportamenti uno ad uno e discutere quale poi si merita l’etichetta di intelligente, senza preconcetti vari.

La domanda da porsi è se sia effettivamente necessario avere un cervello simile al nostro dal punto di vista biologico per poter parlare di intelligenza. Calvo sostiene che l’intelligenza non ha nulla a che vedere con neuroni e cervello ma solo con il comportamento.

Ovviamente non tutti concordano con questo pensiero e la sfida tra i neurobiologi vegetali e i loro critici resta serrata. Per Alpi e gli altri scettici la questione della presenza dei neuroni è basilare. Va detto però che ci troviamo nell’epoca delle intelligenze artificiali, che non possono ancora essere comparate per capacità a quella umana, ma sono comunque sofisticate e non si basano su neuroni e connessioni nervose.

In questo senso questa teoria verrebbe meno, ma molti tra cui proprio Alpi continuano a pensare come paragone di riferimento per l’intelligenza è quella dell’essere umano. Una visione antropocentrica criticata anche  da Stefano Mancuso che afferma:

“Se mostro a qualcuno prima una foto che ritrae delle persone o degli animali in mezzo alla foresta e poco dopo la stessa foto senza i soggetti animali e chiedo ‘cosa c’è qui?’ quasi tutti mi diranno ‘niente’. Quando poi dico loro che nella seconda foto si vede chiaramente quello che compone il 99% della biosfera, mi prendono per matto. Siamo letteralmente ciechi di fronte alla presenza di piante”. Lo scienziato afferma convinto che questa limitazione affligge anche la ricerca scientifica e in effetti non ha tutti i torti.

Paco Calvo in tal senso rincara: “problemi diversi richiedono soluzioni diverse, per questo l’intelligenza delle piante è così radicalmente diversa da quella degli animali e per questo fatichiamo a vederla”.

Interessante poi quanto sostiene Mancuso sulla staticità delle piante: “Gli animali hanno fondato lo stile del loro problem solving essenzialmente sulla locomozione: c’è un pericolo e scappano, manca il cibo si alzano e vanno a cercarlo. La pianta non può fare questo, per cui il suo modo di risolvere i problemi è completamente controintuitivo per noi”, continua Mancuso.

Grazie al suo esteso lavoro con il time lapse, Calvo Calvo ha mostrato anche, in realtà, come le piante non siano “immobili”: “È la scala temporale in cui vivono che ce le fa sembrare immobili. Certo non usano la locomozione, preferiscono il cambiamento morfologico. Ma certamente non stanno ferme”.

“Il problema interessante non è se le piante mostrino comportamenti intelligenti, ma capire quali specifici meccanismi sottendono i comportamenti che siamo abituati a considerare come intelligenti”, sostiene poi Giorgio Vallortigara, neuroscienziato esperto di psicologia animale e divulgatore.

“I comportamenti intelligenti sono soluzioni di problemi: in che modo risolvono i loro specifici problemi le piante? Lo fanno con meccanismi simili in struttura a quelli degli animali? Oppure lo fanno con meccanismi strutturalmente diversi che però realizzano le stesse funzioni?”. Questi sono i quesiti che Vallortigara si pone.

In sostanza Vallortigara non sembra afflitto dalle preoccupazioni che interessano i fisiologi vegetali come Alpi. Chiamiamola pure intelligenza, se questo torna utile a studiarla meglio ma non è questo il punto. Vallortigara è interessato ai meccanismi di elaborazione delle informazioni in generale. Lo studioso sostiene: “Queste funzioni potrebbero benissimo realizzarsi su substrati differenti: animali, vegetali e artificiali di vario tipo”. E ancora: “oggi sappiamo che l’architettura interna dei cervelli dei mammiferi e degli uccelli sono diverse. I primi organizzano le cellule in strati, o lamine, con connessioni a lungo raggio. I secondi organizzano le cellule in nuclei, con connessioni a breve raggio”.Prosegue poi : “Apparentemente gli animali dei due gruppi tassonomici sanno fare le stesse cose, mostrano gli stessi comportamenti. Le due architetture sono equivalenti? Oppure ci sono degli aspetti del comportamento che sono facilitati (o resi più difficili) dal possesso di una particolare architettura del sistema nervoso?” Tutte domande senza risposta che richiederanno ancora anni di studi.

Certo, a complicare tutto subentra l’assenza di movimento delle piante. Infatti, poiché il cervello umano si è evoluto per il movimento e non per il puro pensiero, le piante in tal senso ne resterebbero in parte escluse. Un esempio preso in considerazione è quello delle Ascidie, gli animali marini che posseggono un sistema nervoso allo stadio larvale, che diventa attivo solo da adulte, quando si attaccano ad un supporto e cessano di muoversi attivamente. In sostanza, se le piante risolvessero i problemi, potrebbero condividere con mammiferi, uccelli, invertebrati, e sistemi artificiali l’intelligenza. Il fatto è che anche se un giorno riconoscessimo l’esistenza dell’intelligenza delle piante, non è necessariamente detto che troveremo un cervello nelle piante. Ma questa è un altra storia.

Tante, troppe cose sono ancora da scoprire anche sul mondo vegetale, nei prossimi anni non sono escluse grandi sorprese.

L.D.

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