DUE POESIE INEDITE DI FABIO STRINATI

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PREGHIERA DEL 1 NOVEMBRE                       A Ernst Lossa

 

Un lunghissimo, interminabile lamento dentro uno specchio

dove lacrime di pioggia si mescolano nell’angoscia cruda

di tante parole urlate dentro e non dette, di urli gelati

tra i cipressi e i rami secchi degli alberi seccati

e un giovane fanciullo usato come cavia che giace

ai loro piedi, che ha visto in faccia la morte

vestita da uomo adulto.

Come la vita che sfugge nel deliquio immerso in attimi

di vernice sbiadita, come una foto scattata nel passato,

e che passato diventa quando la sorte non ha più preghiera

che l’ascolta. Una voce che vuol gridare nel torbido

istante che la circonda; la paura, la rassegnazione

di un mondo già troppo svilito, che si veste

di orgoglio putrescente dinanzi alla giovinezza

che su questa terra è agnello innocente, la verità

contro la belva inferocita.

 

A UN CAMPIONE                                               A  Johann Trollmann

 

Nato a Wilsche, nella Bassa Sassonia, detto “ Rukelle “.

 

Con lo sguardo che s’imbrunava

come una volpe sciolta fra le notti nel bosco,

un corpo elegante, composto, in ordine…

lo sguardo nella compostezza, oltre le

muraglie e le tante costruzioni

che hanno abbondato e riempito il tuo

rettangolo d’orgoglio.

 

La tua matura giovinezza, in sintonia

coi versanti aspri dei monti

tra le sere affumicate dalla nebbia, ti ha permesso

di lottare contro lupi sedicenti e ragnatele

violente ed appiccicose. Dove il boato

felino di una morte stregata, ti ha intrappolato

nel suo freddo e buio scantinato sordo e sfiorito.

 

Nato a Wilsche, nella Bassa Sassonia, detto “ Rukelle “.

 

Con i tuoi chilometri giusti nei guantoni

per stravincere la dura lotta della vita,

hai toccato con le tue mani nitide, la putredine torva

che la vita stessa partorisce quando il suo soffio vitale,

smette di soffiare: e serpeggia, sguscia, la speranza

che sghignazza, tra un albero e l’altro,

il volto in grembo dell’autunno, pesta livida

la faccia d’un Kapo.

 

Non hai potuto conoscere la saggezza della vecchiaia.

Non hai potuto combattere gli arbusti e le spine:

vedere le nuvole sporcate di temporali ingiusti

e di cattiverie svergognate, e il piovere incessante

sul tuo corpo di frasche e di macello. Non hai potuto…

combattere i mattatoi, le bestie fameliche

nè i lanciafiamme impugnati da mani

sideralmente rancorose; hai conosciuto la bufera,

hai visto trattare le persone come cose!