Dove guarda l’angelo: Il caso Orlandi

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Il 22 giugno di trentasette anni fa una ragazzina di Roma svaniva nel nulla; da allora il mistero non ha mai smesso di far parlare di sé.

Questo articolo è dedicato a Emanuela Orlandi, a Mirella Gregori, e a tutte le vittime di misteri ancora insoluti.

Molto, anche troppo, si è detto sulla tragica scomparsa di una ragazza avvenuta nel 1983, ed ancora oggi non si è smesso di formulare su di essa ipotesi o congetture più o meno fantasiose.

Sulla vicenda sono stati scritti libri e sono stati realizzati documentari e di tanto in tanto il più sottile collegamento con il caso basta a portare i mass media alla ribalta: è l’ottobre del 2018 e alcune ossa vengono ritrovate in un palazzo del Vaticano, e subito si torna a parlare di quella ragazzina magra con capelli e occhi scuri e la fascetta sulla fronte che tanto spesso abbiamo visto nella foto riproposta in TV o sui giornali.

Ammetto di aver sentito spesso parlare del caso in questione nel corso di programmi televisivi oppure su articoli di giornale che riportavano recenti sviluppi nelle indagini, ma di non essermi mai seriamente interessato ad esso: la scomparsa, ricordo, risale a diversi anni prima della mia nascita, quindi corrisponde ad un passato relativamente lontano.

Quando iniziai a documentarmi sulla questione pensavo mi sarei trovato di fronte ad un labirintico insieme di dati, informazioni, smentite: mi è bastato poco tempo per rendermi conto che mi sbagliavo. La situazione risulta diametralmente opposta: se guardiamo oltre le false piste, la rete di accuse e di controaccuse, ci accorgiamo che la verità di fondo potrebbe essere in sé essere estremamente semplice, ma non disponiamo di dati sufficienti per confermarla.

Se ci si sofferma su ogni singolo dettaglio della vicenda, si finisce quasi per giungere all’assurda conclusione che tutti, anche chi non aveva un motivo valido per mentire, abbiano mentito. È perciò estremamente importante non perdersi troppo nei dettagli e cercare di soppesare con cura ogni dato e cogliere quelle che sono le verità essenziali cui si può giungere senza avanzare speculazioni astruse.

Emanuela, appena quindicenne, scomparve una sera d’estate mentre usciva come di consueto dal corso di musica in Piazza Sant’Apollinare. Sia nell’ultima telefonata con la sorella che nell’ultimo incontro avuto con le amiche del corso pochi minuti prima della scomparsa, la ragazza fece allusione ad una proposta di lavoro come promoter pubblicitaria che avrebbe ricevuto da un uomo presentatosi per conto del celebre Atelier Fontana. Ulteriori accertamenti dimostrarono che detto brand era del tutto estraneo ai fatti. Sia la sorella che le amiche di Emanuela raccontarono di aver sconsigliato alla stessa di dare retta a simili promesse.

Alle ore 19,30 di quel 22 giugno, di Emanuela si perde ogni traccia.

LE PISTE CIECHE

Negli anni sono state fatte numerose ipotesi e sono state seguite numerose piste, tutte rivelatasi false fino a prova contraria. Alcune teorie ricollegano il rapimento alla banda della Magliana, altre ritengono implicati alti esponenti della Santa Sede, altre ancora palesano la possibilità che Emanuela sia stata rapita per ricattare il Vaticano (la ragazza era cittadina vaticana) ai fini del rilascio di Ali Agca, che nel 1981 aveva attentato alla vita di Giovanni paolo II. Con riferimento a queste ultime ipotesi ricordiamo che lo stesso Ali Agca rilasciò dichiarazioni riguardanti il rapimento; ad oggi però tali dichiarazioni sono considerate inattendibili.

Non mancano nella vicenda telefonate e segnalazioni anonime, probabilmente opera di mitomani, che riferivano di avere visto la ragazza in seguito alla scomparsa o di possedere informazioni riguardo al caso; qualche volta chi chiamava si presentò addirittura come uno dei rapitori. Tutti questi contatti anonimi, veri o falsi che fossero, non condussero però a nessuna pista sicura: si noti ad esempio che, con il progressivo acquisto di impatto mediatico della vicenda, diversi gruppi criminali o terroristici di diversa matrice rivendicarono il sequestro di Emanuela, abbinandolo anche al sequestro di Mirella Gregori (di cui parleremo tra poco): ciò contribuisce a rafforzare il sospetto che la vicenda sia stata strumentalizzata.

Possiamo cercare di dire qualcosa di più sulle prime chiamate anonime che giunsero alla famiglia Orlandi nei primi giorni che seguirono la scomparsa. Le comunicazioni dei fantomatici “Pierluigi” e “Mario” potrebbero addirittura essere collegate al sequestro: si potrebbe pensare che fossero parte di un tentativo di depistaggio da parte dei veri rapitori, i quali avevano l’intento di far credere che la ragazza fosse ancora viva e che si fosse allontanata volontariamente dalla famiglia. Un paletto divisorio può, a mio avviso, essere posto per quanto riguarda le chiamate dell’”Americano” (chiamato così per il suo accento straniero, probabilmente anglosassone): da lì la vicenda cambia radicalmente, si comincia a parlare esplicitamente di sequestro e viene ricercato un contatto con le autorità vaticane. Le telefonate dell’Americano si inquadrano in quella fase, che descriveremo più innanzi, che è la “strumentalizzazione” della vicenda.

L’impressione generale che possiamo farci sul caso richiama il celebre detto: chi sa non parla, chi parla non sa.

SCOMPARSE ANALOGHE

Oggi sappiamo che lo studio della vita, delle caratteristiche e della personalità della vittima (c.d. vittimologia) gioca un ruolo importante in ogni indagine. Dunque non risulta così assurda l’idea di poter ottenere una più netta visione d’insieme della situazione verificando se la scomparsa di Emanuela si presenta come un caso isolato oppure se lo stesso si può inquadrare in una serie di casi analoghi.

Qualcuno ha proposto addirittura di seguire “l’ipotesi serial killer”, tuttavia la scelta di una simile pista non può non apparire frettolosa, soprattutto in mancanza di un qualsiasi indizio che ci possa rivelare la sorte delle ragazze o il movente di un eventuale rapimento.

Unico caso di scomparsa che sembra presentare analogie convincenti è quello di Mirella Gregori. Mirella, cittadina italiana, scomparve il 7 maggio del 1983, poco più di un mese prima della sparizione di Emanuela.

Entrambe le ragazze non appartenevano a famiglie di spicco che potessero in qualche modo far pensare ad un movente politico. Altre caratteristiche comuni possono essere riscontrate nella giovane età e una certa somiglianza fisica: Mirella aveva quasi la stessa età di Emanuela, ed entrambe avevano capelli neri ed occhi scuri, e pure una corporatura fisica tutto sommato analoga. Non è dunque da escludere a priori la possibilità le due vicende potessero essere collegate, anche se non possediamo prove decisive a riguardo.

Il 21 gennaio del 1984, mentre è ancora vivo il ricordo di Emanuela e Mirella, scompare un’altra ragazza, Caterina Skerl, di 17 anni, figlia di un regista svedese: il cadavere della ragazza verrà trovato il giorno successivo in una vigna di Roma. Gli esami rivelano che Caterina è morta per strangolamento, e non ha subito violenza. Viene accusato dell’omicidio Maurizio Giugliano, psicopatico ritenuto seminfermo di mente: su quest’individuo pesano le accuse di aver compiuto altri omicidi di donne. A causa della scarsità di prove, Maurizio Giugliano sarà condannato solo per uno degli omicidi. Inoltre si può notare che Caterina non corrisponde al profilo standard delle presunte vittime di Giugliano, che sono tutte donne mature: ciò potrebbe suggerire che non sia effettivamente lui l’assassino della ragazza.

Non abbiamo altre notizie di sparizioni analoghe nel periodo immediatamente antecedente la scomparsa di Mirella Gregori, e nemmeno abbiamo notizie ragionevolmente compatibili successive al 1984, quando fu assassinata la Skerl; solo nel 1994, undici anni più tardi, un’altra ragazza sparì nel nulla: Alessia Rosati, studentessa della Sapienza, aveva 21 anni, e l’unica analogia con il caso risiede nel fatto che neanche lei fu più rivista.

L’INTERCETTAZIONE BONARELLI

Tra tutti i vari risvolti che le indagini hanno preso in tutto questo lunghissimo arco di tempo, mi è sembrato più interessante soffermarmi su un enigma ancora non del tutto chiarito ma che forse, come molte altre tracce indiziarie, è stato eccessivamente sopravvalutato.

Raul Bonarelli, gendarme della Guardia Vaticana, sarebbe stato in un primo momento riconosciuto dalla madre di Mirella Gregori come una delle frequentazioni abituali della figlia.

Di particolare interesse il contenuto di un’intercettazione di un colloquio telefonico tra Bonarelli e un suo superiore, tale ispettore Camillo Cibin. Per molti il senso generale del discorso del superiore si configurerebbe come un invito al silenzio del sottoposto sul caso; analizziamo però nel dettaglio gli stralci più significativi di questo colloquio: al di là di quello che scrivono alcuni autori, dall’intercettazione non traspare affatto un invito al silenzio (Cibin: “e dici quello che sai… che sai della Orlandi?”) e non risulta nemmeno che i due uomini fossero in possesso di informazioni sinora sconosciute agli organi inquirenti (Cibin: “Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori! Del fatto che è venuto fuori di competenza è dell’Ordine Italiano.”; Bonarelli: “io all’interno non devo dire niente, all’esterno è stata…”). Più che altro nella conversazione il superiore sembra mettere in non cale la questione, come a sottolineare che non è di competenza della loro istituzione (Cibin “All’esterno però, quando è stata la magistratura vaticana… se ne interessa la magistratura vaticana… tra di loro”).

Quanto esposto sopra è tutto ciò che traspare dal colloquio tra l’agente della Gendarmeria vaticana e il suo superiore. I media paiono invece aver frainteso il senso generale dell’intercettazione e forzosamente ne hanno trasformato il contenuto in “non dire che la Segreteria di Stato ha indagato, di’ che la competenza delle indagini è della magistratura italiana e non del Vaticano”. Ciò contraddice anche la parte in cui Cibin afferma che la magistratura vaticana si stava effettivamente occupando del caso.

Chi ha una qualche confidenza di ciò che accade durante le cause giudiziarie, sa che spesso i testimoni si accordano in anticipo su ciò che devono dire in aula, anche se non sarebbe del tutto conforme ai canoni di correttezza: la testimonianza dovrebbe essere quanto di più possibile spontaneo. Tuttavia è bene sottolineare che detta pratica non è necessariamente indice di corruzione: è una cosa che spesso si fa per non fare brutta figura in aula o per non lasciarsi scappare informazioni riservate che spesso nulla hanno a che fare con l’oggetto del processo.

Nel successivo confronto tra Bonarelli e la signora Gregori, quest’ultima ammette di non essere più così sicura che l’uomo conoscesse effettivamente la figlia, e di lì a poco Bonarelli sarà scagionato da ogni accusa.

LO IOR E LA MAGLIANA

Il 3 luglio 1983, poco più di una settimana dalla scomparsa di Emanuela, Papa Giovanni Paolo II si rivolse pubblicamente a “coloro che hanno responsabilità sul caso”. Si tratta del primo di numerosi (in totale otto) appelli che esprimono solidarietà e premono per la liberazione di entrambe le ragazze scomparse.  Questo fu altresì il primo momento in cui si instaurò un’effettiva collaborazione tra i famigliari della ragazza rapita e la S. Sede, ma da qui in poi prenderanno piede anche le false piste legate al terrorismo internazionale e all’autore dell’attentato al pontefice avvenuto nel 1981. Sia gli inquirenti che il Vaticano sembrarono avvalorare maggiormente la pista del terrorismo internazionale rispetto ad altre che, assennatamente, potevano però apparire più sensate.

Saranno le rivelazioni effettuate nel 2008 da Sabrina Minardi, ex amante del boss della Banda della Magliana Enrico de Pedis, ad aprire il campo ad un’altra pista: non più un ricatto da parte di gruppi criminali internazionali, bensì da parte della malavita nostrana.

Sappiamo tutti che la scomparsa di Emanuela segue di poco uno dei periodi bui della storia italiana: è il periodo del crack del Banco Ambrosiano, della scoperta del “piano di rinascita democratica” della P2 (in pratica un vero e proprio colpo di Stato architettato da Licio Gelli e dai suoi), dei torbidi intrecci tra mafia, politica, alta finanza, massoneria e Vaticano. L’omicidio del banchiere Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, risale proprio al 1982.

Le dichiarazioni della Minardi paiono convincere in un primo momento gli inquirenti: la donna dichiarò che la ragazza sarebbe stata rapita dalla Magliana: l’obiettivo sarebbe stato quello di fare pressioni sul Vaticano per recuperare un’ingente somma ceduta allo IOR a scopo di riciclo. Un altro ricatto dunque. La Minardi rivela che Emanuela sarebbe in seguito stata uccisa dai suoi rapitori, e il suo corpo sarebbe stato gettato in una betoniera.

L’ipotesi di per sé non appare troppo forzata, ma vi sono vari aspetti dubbi da considerare: in primo luogo perché rapire proprio Emanuela? Come già accennato, la ragazza era cittadina vaticana ma non apparteneva alla famiglia di qualche alto esponente dell’amministrazione dello Stato della Chiesa: dunque il messaggio lanciato dai rapitori rischiava di non essere colto nell’immediato dalla vittima del ricatto, ossia dal Vaticano. Ancora una volta, inoltre, non fu fornita prova effettiva che l’ostaggio fosse effettivamente nelle mani di chi si spacciava per rapitore: sarebbe stato sufficiente il ritrovamento di un paio di occhiali, di un abito, di un flauto.

A gettare un ulteriore alone di sospetto della Minardi è il suo presentarsi come testimone diretta dei fatti: secondo il suo racconto, lei avrebbe visto con i suoi occhi la ragazza prigioniera e gli incontri con un sacerdote che si sospetta fosse mons. Marcinkus, ex presidente dello IOR. La ragazza sarebbe stata tenuta prigioniera nella casa di Daniela Mobili, amica della Minardi e di un altro esponente di spicco della banda, Danilo abbruciati. Appare incomprensibile come quelli della Magliana abbiano voluto, per una faccenda tanto segreta, coinvolgere così tanti elementi estranei invece che condividere il segreto tra pochi “fedelissimi”. Addirittura, nel frangente del rapimento, De Pedis si sarebbe rivolto all’amante con una frase del tipo “meglio che tu non sappia chi è, per il tuo bene”: ma allora perché portarsela appresso e addirittura permettere che la stessa abbia ulteriori incontri o contatti con la ragazza rapita?

Inoltre la Minardi sembra voler tenere in piedi tanto la pista del ricatto quanto la pista della pedofilia vaticana: la connessione sarebbe da rintracciare in mons. Marcinkus il quale, secondo la versione originaria della donna, sarebbe stato il mandante del rapimento e avrebbe addirittura violentato di persona Emanuela. Tutto ciò avrebbe un senso se si sostenesse l’ipotesi del movente sessuale, ma ben poco calza con la teoria del ricatto, ossia con la tesi principale sostenuta dalla Minardi.

LA CADUTA DELLA “PISTA MINARDI”

La storia raccontata da Sabrina Minardi, come già detto, fece sin da subito presa sugli inquirenti nonostante i legittimi dubbi che chiunque avrebbe potuto sollevare. Molte infatti sono le cose che non tornano nel racconto della donna.

In un secondo momento la credibilità della teste è andata scemando: la stessa infatti cominciò a modificare la propria versione in alcuni punti salienti, riguardanti in particolar modo la soppressione del cadavere della ragazza: lo stesso non sarebbe più stato deposto in una betoniera, ma gettato in mare, o addirittura in un’ulteriore versione la ragazza non sarebbe stata nemmeno uccisa, ma condotta in qualche paese orientale. Tutto ciò appare come il maldestro tentativo di mascherare delle lacune presenti nel racconto originario: la Minardi, che sosteneva di aver sempre saputo tutto quello che successe alla ragazza, non era in realtà in grado di fornire spiegazioni convincenti né sul sequestro, né sul presunto omicidio, né tantomeno sull’asserita soppressione del cadavere.

Quanto a mons. Marcinkus, che potremmo definire uno dei personaggi più controversi della nostra storia, possiamo ricordare che fu al centro di numerosi scandali finanziari e che risultò assolto nelle relative vicende giudiziarie, ma non fu mai implicato direttamente in scandali sessuali. Nonostante appaia quanto mai plausibile l’ipotesi di una collusione tra lo IOR e le grosse organizzazioni malavitose, non abbiamo un solo indizio che possa ricollegare il tutto al caso Orlandi.

Ciò che risalta nel modo della Minardi di raccontare i fatti sembra essere nulla più che una smisurata smania di protagonismo: la stessa rivelò addirittura di aver avuto relazioni sessuali con Roberto Calvi e con lo stesso Marcinkus; oggi forse questi nomi suggeriscono poco o nulla, ma è bene ricordare che in quegli anni i nomi del banchiere e dell’alto prelato erano forse i più famosi nella cronaca giudiziaria nazionale. Tale smania di protagonismo portò all’inevitabile perdita di affidabilità e alla decisione della magistratura di archiviare il “fascicolo della Magliana”.

GLI APPELLI DI GIOVANNI PAOLO II

Tutto si può dire su Giovanni Paolo II salvo che abbia taciuto sulla vicenda. All’appello di domenica 3 luglio seguirono ulteriori sette appelli in cui il pontefice espresse solidarietà sia nei confronti della famiglia Orlandi che nei confronti della famiglia Gregori. Eppure la mossa del papa fu criticata in seguito dalla famiglia Orlandi e da diversi giornalisti che si interessavano del caso; i motivi della critica furono due: 1) il sospetto che il pontefice conoscesse già la sorte della ragazza; 2) il rischio a cui si esponeva l’ostaggio lanciando quell’appello.

Giovanni Paolo II sarebbe stato il primo a parlare di rapimento, quando gli organi di polizia che ricevettero la denuncia ancora credevano nell’ipotesi della “scappatella”. Però si deve considerare che la famiglia della ragazza stava già manifestando una grande preoccupazione per la sua sorte: gli stessi Orlandi parevano escludere a priori l’ipotesi di un allontanamento volontario, partendo dal presupposto che Emanuela non avrebbe mai fatto nulla di simile; si trattava, dissero, di una ragazza schiva e riservata, poco avvezza a dare confidenze ad altri. Si tenga presente che il centro di Roma era già stato tappezzato dai famigliari e da alcuni amici di manifesti che annunciavano la scomparsa: come possono dunque gli Orlandi sostenere che il papa avesse “estratto dal cilindro” l’ipotesi del rapimento?

Nel suo primo appello il papa non utilizzò mai il termine “sequestro”, né termini analoghi. Egli si appella al “senso di umanità di chi abbia responsabilità in questo caso”: secondo un’interpretazione restrittiva sarebbe una via obbligata ritenere che facesse riferimento ad un sequestro, ma se allarghiamo le possibilità agli altri significati, si può contemplare anche l’ipotesi di copertura in allontanamento di minori, oppure in extremis l’omicidio.

Quale che sia la gamma di significati che l’appello del pontefice ricomprende, resta l’asserzione secondo cui l’appello stesso sarebbe stato un passo falso: infatti avrebbe portato l’attenzione di tutte le autorità e dei servizi segreti nazionali o internazionali sulla scomparsa, e il gruppo di rapitori avrebbe sentito da un momento all’altro “la terra scottargli sotto i piedi”. Addirittura qualcuno avrebbe parlato di una vera e propria “condanna a morte” causata involontariamente da una mossa maldestra del pontefice.

Ci sarebbe da chiedersi che cosa ne sarebbe stato del caso Orlandi se il papa non avesse parlato: magari le indagini si sarebbero mosse in acque meno inquinate, ma certamente la vicenda non avrebbe la fama che ha oggi.

Non si è nemmeno presa in considerazione l’effettiva possibilità che l’appello di Giovanni Paolo II potesse anche avere l’effetto contrario, ossia smuovere le acque e convincere i rapitori a rilasciare l’ostaggio piuttosto che a sbarazzarsi di esso. Rimanendo congelati nell’ottica sopra evidenziata, si trascura del tutto il fatto che un cadavere può risultare più rischioso da gestire rispetto ad un ostaggio vivo. La ragazza viva, dotata di qualche mascheramento e tenuta sotto debita minaccia, poteva essere abbandonata su qualche strada lontana dal luogo in cui era avvenuta la detenzione,   e dei rapitori professionisti (come potevano essere ad esempio gli affiliati alla Banda della Magliana) avrebbero certamente avuto l’esperienza per sistemare la cosa correndo meno rischi possibili. L’ipotesi contraria implica invece un rischioso trasporto del cadavere in macchina fino al luogo dell’occultamento o della soppressione, dove si sarebbe concretizzato l’ulteriore rischio di essere visti mentre il cadavere veniva deposto o gettato nel luogo prescelto.

Ciò che il papa non poteva sospettare è che il proprio appello potesse dare il via all’infernale macchina di speculazioni e montature che per anni ci avrebbe tormentato, gettando addirittura maggior confusione sul caso. Appena un paio di giorni dopo l’appello, infatti, l’Americano avrebbe fatto la sua entrata in scena.

LA RICERCA DELLE OSSA

L’apertura della tomba di De Pedis alla ricerca di indizi sul caso non ha portato praticamente a nulla. Tutto ciò può essere considerato, a mio avviso, l’inizio di una macabra “caccia al tesoro” che proseguirà con la reiterata richiesta da parte dei familiari di Emanuela di esaminare il contenuto di varie tombe. Come spiegherò tra breve, la famiglia Orlandi sembra essere per la disperazione caduta preda della malsana abitudine di dare adito ad ogni voce o soffiata che si leva sulla vicenda. I mass media, purtroppo, non hanno di certo contribuito a creare quell’aura di cautela che ci si aspetterebbe, soprattutto dopo anni di piste false o di teorie infondate.

Nell’ottobre del 2018 alcune ossa umane vengono rinvenute nel corso di lavori di ristrutturazione nella sede della Nunziatura Apostolica di Roma: subito si tornò a parlare della tragica scomparsa di Emanuela e Mirella, palesando la possibilità che le ossa appartenessero alle due ragazze.  Le autorità italiane e vaticane svolsero congiuntamente un esame sui resti, in presenza anche di un consulente della famiglia Orlandi; tale esame però fornisce un esito negativo: le ossa ritrovate sono antiche, quasi certamente si tratta di reperti archeologici.

Sempre nel 2018 il legale della famiglia Orlandi ha ricevuto una lettera anonima che suggeriva di cercare in una tomba del Cimitero Teutonico di Roma: la missiva recava l’indicazione di cercare “dove guarda l’angelo” (o secondo altre versioni, “dove indica l’angelo”); riferimento alla statua di un angelo contenuta nello stesso cimitero. Vengono aperte due tombe: nessuna di essa contiene il cadavere della ragazza scomparsa.

Con riferimento all’ultimo episodio Pietro Orlandi disse in un’intervista: “è la prima volta che il Vaticano accetta di collaborare”. Tutto ciò ci riporta ad una serie di accuse più o meno velate che la famiglia Orlandi avrebbe mosso nei confronti della Santa Sede e che convergono tutte ad una sola asserzione: l’esistenza di un’omertà vaticana che si sarebbe manifestata sin dai primi momenti che seguirono la sparizione di Emanuela.  I punti critici di tali accuse appaiono però numerose; in primo luogo la presunta telefonata, la cui esistenza o contenuto non è mai stata ufficialmente divulgata, che la sala stampa vaticana avrebbe ricevuto a distanza di non più di un paio d’ore dal presunto rapimento: questa telefonata sarebbe giunta da qualcuno che asseriva di essere il rapitore di Emanuela e di volersi mettere in contatto con le autorità della S. Sede. L’esistenza di tale telefonata è stata smentita ed è stato addotto il fatto che il Segretario di Stato card. Casaroli, che si diceva avesse preso la chiamata, si trovava in quel tempo ad assistere il Papa nel suo viaggio in Polonia.  Nei primi frangenti della vicenda, inoltre, le autorità vaticane avevano acconsentito alla creazione di una linea telefonica per trattare con i presunti rapitori, come effettivamente richiesto da uno degli autori delle chiamate anonime (l’”Americano” cui abbiamo già fatto cenno).

Parimenti smentita è l’esistenza di documenti segreti sul caso conservati negli archivi vaticani: il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha ribadito nel 2012 che tutto il materiale a disposizione del Vaticano era stato consegnato alla magistratura e alle autorità di polizia italiane, e che le stesse ebbero libero accesso alle comunicazioni del centralino vaticano e dell’abitazione della famiglia Orlandi. Padre Lombardi sostiene anche che non vi sia stato alcun rifiuto da parte delle autorità vaticane delle richieste di rogatoria internazionale (ben tre) presentate dalla magistratura italiana negli anni 1994 e 1995.

Da non scordare poi le autorizzazioni rilasciate dal Vaticano per l’ispezione delle tombe, nonostante ci si basasse, in entrambi i casi, su segnalazioni anonime.

Nemmeno può essere addotta una difesa ad oltranza da parte degli esponenti della Santa Sede: alcuni di essi sostengono, o per lo meno non escludono a priori la tesi secondo cui qualcuno interno al Vaticano possa aver rivestito un ruolo importante nel sequestro.

DUBBI SULLE “INDAGINI PRIVATE” ORLANDI

Si può certamente manifestare una certa ammirazione per quella famiglia che, a distanza di così tanto tempo, non ha mai smesso di cercare la propria parente scomparsa. Altro discorso è il fatto che le supposizioni e i risultati delle “indagini private” della famiglia vadano presi con le pinze a causa di evidenti lacune logiche o procedurali. Sicuramente non può ritenersi sufficiente la buona fede della famiglia ad avvalorare gli asseriti risultati di indagini che, ad oggi, non hanno condotto a verità concrete, né a indizi illuminanti.

Non senza una punta di amarezza, possiamo cercare di comprendere il comportamento della famiglia Orlandi come un eccesso di zelo mosso dalla viva speranza di scoprire la verità su quei tragici eventi che hanno afflitto le loro vite. Ho potuto notare, facendo ricerche sul caso, come la famiglia Orlandi abbia ceduto all’irrazionale impulso di seguire ogni pista senza avere il minimo elemento di fondatezza, o peggio, avendo già tra le mani tutti gli elementi utili ad indicarne l’infondatezza. Si può citare ad esempio il caso del monastero in Lussemburgo del 1993, indicato da una fonte anonima come il luogo in cui si sarebbe trovata la ragazza, ancora viva. Il mittente anonimo allegava la foto di una ragazza che aveva, a dire dei parenti, una somiglianza enorme con Emanuela (difficile a dire, visto che erano passati dieci anni dalla scomparsa). Il nucleo familiare partì dunque alla volta del Lussemburgo per poi scoprire che la ragazza ospite del monastero non era la loro figlia o sorella smarrita e che nemmeno le assomigliava.

Altrettanta sicurezza è stata mostrata dai familiari che avrebbero riconosciuto in due registrazioni, rinvenute in tempi e circostanze diverse, la voce di Emanuela.

Addirittura nel 2013, nel corso di una puntata del programma “Chi l’ha visto?” Pietro e Natalina Orlandi, fratello e sorella di Emanuela, sarebbero giunti ad avvalorare una testimonianza palesemente falsa: il giornalista Pino Nicotri, un tempo sostenitore della pista vaticana, racconta di un’intervista rilasciata nel corso della trasmissione da una certa Laura Morelli, presentata come amica di Emanuela. Le due avrebbero frequentato lo stesso corso di musica, e proprio il giorno della scomparsa tenne loro lezione il maestro J. L. Balboni. Il giornalista prosegue dicendo che Balboni era morto almeno sei mesi prima della scomparsa della ragazza e che il maestro che invece aveva tenuto lezione quel giorno era Floriano Berti: questo almeno Pietro lo sapeva perché l’ha riportato lui stesso nel suo libro “Mia sorella Emanuela”. Interrogato dallo stesso cronista, il maestro Berti avrebbe rivelato che nessuna Laura Morelli figurava tra le sue allieve.

Come non citare poi il documento – palesemente falso – emerso nel 2017 che implicava in maniera univoca il Vaticano e che nonostante tutto i famigliari vollero spacciare come contenente stralci di verità (anche se gli stessi non furono in grado di indicare con esattezza quali).

Non mancano poi uscite del tipo “senza risposte dal Vaticano presenteremo un’istanza al giorno”; ciò fu detto da Pietro Orlandi solo quest’anno, ossia poco tempo dopo la magra figura fatta con l’apertura della tomba nel Cimitero Teutonico.

Quelli citati poco sopra, si tenga ben presente, sono soltanto alcuni degli episodi che indicano come la famiglia Orlandi spesso abbia avuto la tendenza a lasciarsi suggestionare da false informazioni o a seguire piste d’indagine che già presentavano punti anomali.

LA TESI DEL “FALSO SEQUESTRO”

Ho deciso di lasciare per ultima la pista che, tra tutte, appare come la più sconvolgente. Per quanto possa stupire o sconvolgere la pista, o tesi del “falso sequestro” sembra essere la meno nota. Forse è la sua scarsa credibilità a fare di tale teoria la meno conosciuta al pubblico: essa infatti segue un ragionamento piuttosto controcorrente, potremmo quasi dire “complottista”, per utilizzare un termine moderno. Tuttavia è stato sottolineato come la famiglia Orlandi, sempre così volenterosa nel seguire ogni pista, non abbia in realtà voluto scavare in questa direzione.

Tale tesi però è però ormai divenuta parte integrante della vicenda, e viste le sue peculiarità non sarebbe sicuramente corretto non fornirne un’analisi, ancorché sintetica. Risulta però assai arduo anche solo delineare i contorni di un piano seguito dai falsi rapitori. Ad ogni modo il punto di partenza sarebbe l’allontanamento volontario di Emanuela dalla famiglia, seguito dalle comunicazioni di falsi rapitori e, infine, da una reale soppressione della ragazza. Addirittura, a seconda della versione specifica cui vogliamo dar credito, si potrebbero cronologicamente scambiare la seconda e la terza fase, ossia far precedere alle comunicazioni dei sequestratori l’assassinio di Emanuela.

Chiaramente il punto forse più arduo da spiegare di questa tesi è il perché si sia deciso di passare all’omicidio: magari Emanuela non voleva più stare al gioco e aveva minacciato di voler tornare dalla famiglia prima che il piano raggiungesse il suo scopo?

Il principale propugnatore della pista in esame è Marco Fassoni Accetti, autoaccusatosi nel 2013 di essere uno dei telefonisti che avevano contattato gli Orlandi nei giorni successivi alla sparizione di Emanuela. Anzi, l’uomo ha rivelato addirittura di aver interpretato ben due dei personaggi fittizi: l’individuo con accento romanesco che si presentò come “Mario”, e il soggetto con accento anglosassone divenuto noto con lo pseudonimo “l’Americano”. Per fornire prova della propria credibilità, Accetti avrebbe nuovamente simulato la voce dell’Americano, e qualcuno ha notato in effetti una certa somiglianza tra le due voci. Poi Accetti avrebbe ripetuto l’operazione con la voce di “Mario”. Un complice di Accetti, a detta dello stesso, avrebbe invece interpretato “Pierluigi”.

Ricordiamo però come all’inizio come all’inizio del nostro racconto abbiamo tracciato una linea divisoria tra le chiamate di Pierluigi e Mario e quelle dell’Americano. Quest’ultimo cita i primi due come membri dell’organizzazione, probabilmente al solo scopo di dare credibilità al proprio racconto, tuttavia non possiamo perdere di vista l’obiettiva diversità di scopo delle due serie di telefonate: la prima mirava a far credere che Emanuela fosse in libertà, mentre la seconda la presenta come ostaggio.

Accetti spiega che Emanuela era stata allontanata da casa con l’inganno; e anche Mirella Gregori sarebbe stata coinvolta nello stesso progetto. Ma perché tutta questa messinscena? Gli ideatori della farsa sarebbero i membri di una lobby interna al vaticano il cui scopo era fare pressioni sulla S. Sede ed in particolare sul papa perché attenuasse la propria politica anticomunista, ed in particolare rinunciasse all’ambizione di liberare la Polonia dal giogo sovietico: e l’intera macchinazione dei comunicati serviva per fare da cassa di risonanza ed aumentare la pressione mediatica sul Vaticano.

VERITÀ, FALSITÀ E MISTERI SUL “FALSO SEQUESTRO

Le rivelazioni di Accetti, urge precisare, appaiono enigmatiche e a tratti confuse, se non addirittura inconcludenti: inutile dire che ciò ha causato seri dubbi sull’attendibilità del teste/imputato.

Ad ogni modo, alcune delle premesse poste dallo stesso Accetti paiono estremamente interessanti: “sopprimere la Orlandi e la Gregori comportava un rischio immenso… non so nemmeno io perché le abbiano uccise”, “Non era vero niente… le nostre invenzioni facevano pressione… era un bluff, nel bluff, nel bluff.”, ed ancora “Perché le ragazzine? La pedofilia era un’arma di pressione… in ambiente ecclesiastico l’accusa, anche semplicemente paventata, sottesa era di per sé un elemento di pressione”.

Il già citato Pino Nicotri si è preoccupato di dare ampie smentite su larga parte delle asserzioni di Accetti; tali smentite vengono confermate dai riscontri negativi alle affermazioni: egli infatti sostenne di aver fatto ritrovare nientemeno che il flauto di Emanuela. In effetti gli inquirenti entrarono in possesso di un flauto di marca “Rampone&Cazzani”, nichelato, ma le fonti testimoniali vicine ad Emanuela dimostrano che il flauto era un modello “Yamaha”, e che era argentato, non nichelato. In conclusione, ci ritroviamo di fronte all’ennesimo caso di mitomania.

Pino Nicotri, giornalista e scrittore

Nicotri, nel suo meticoloso lavoro di contestazione e confutazione pare però “salvare” alcuni punti del falso sequestro, dando origina ad un’ipotesi completamente nuova. L’origine dell’enigma sembra risiedere in un colloquio telefonico intercorso nel 2004 tra lo stesso cronista e l’avvocato Gennaro Egidio, che era stato legale sia della famiglia Orlandi che della famiglia Gregori: in questa occasione Egidio avrebbe rivelato che in realtà non si poteva parlare di sequestro ma solo di scomparsa, aggiungendo frasi del tipo “I motivi della scomparsa sono molto più banali di quello che si è fatto credere. Contrariamente alle dichiarazioni dei familiari, Emanuela di libertà ne aveva molta”. Si parla anche di frequentazioni, anche se pur sempre in modo vago, di amici e frequentazioni della ragazza. L’avvocato sembrò reticente a dire altro, ma è indubbio che suddette affermazioni suscitano un grande stupore.

L’avvocato Egidio, si ricorda, manifestò di condividere con gli Orlandi la tesi del rapimento almeno un mese dopo la scomparsa, quando nel corso di una conferenza stampa diede indicazione alla persona o alle persone che detenevano Emanuela di rivolgersi direttamente al suo studio. Come può dunque, oltre vent’anni dopo, aver sostenuto che non si trattava di sequestro?

Nicotri, sulla base degli elementi raccolti, formula dunque l’ipotesi non di un sequestro, vero o falso, ma di una scomparsa in cui è implicato qualche amico o qualche parente di Emanuela, o forse qualche amico di un parente. Il giornalista disse anche di aver appreso da una sua fonte affidabile interna al Vaticano, di cui però non rivelò il nome, un collegamento con Via Monte del Gallo a Roma: la ragazza poteva essere stata uccisa in una delle abitazioni che si affacciavano su questa via, nel corso di un “incontro conviviale”. Non conosciamo esattamente il significato di questa ultima espressone; pare però potersi escludere dal tenore letterale che si tratti di alcunché di immorale; poteva benissimo trattarsi di un incontro tra amici, magari amici di famiglia, o al più conoscenti. Il giornalista inoltre abbina il particolare di Via Monte del Gallo con un indizio riscontrato in una delle telefonate dell’Americano: si ode in lontananza l’arrivo di un treno; che si tratti del treno che passava lungo la linea ferroviaria vicina a detta via? Che non si possa parlare di una stazione vicina è confermato dal fatto che non si sente alcun altoparlante annunciare l’arrivo del mezzo. Sicuramente, per avvalorare siffatta tesi, bisognerebbe stabilire se quello è l’unico punto lontano da una stazione da cui sarebbe possibile udire i treni in arrivo da una vicina linea ferroviaria (ipotesi che trovo abbastanza forzosa).

Ad ogni modo non risulta che la famiglia Orlandi abbia mai cercato di estendere le indagini a Via Monte del Gallo: ciò può stupire ricordando il vigore con cui la famiglia di Emanuela sembra sempre aver seguito ogni nuova pista.

IPOTESI CONCLUSIVE

Le mie considerazioni sul caso? Come ho detto all’inizio la verità può essere assai più semplice di quanto si osi pensare.

Possiamo porre le basi per una chiusura del nostro breve esame della vicenda adducendo un’argomentazione a contrario: quali sarebbero le preoccupazioni di un sequestratore senza scrupoli? Certamente procurarsi l’ostaggio e poi avanzare una richiesta a chi si vuole ricattare (una somma di denaro, il rilascio di un prigioniero, etc). Ma non meno importante sarebbe fornire a chi si vuole ricattare una prova convincente che si è effettivamente in possesso dell’ostaggio. A maggior ragione se il ricattato è un’istituzione di rilievo internazionale e se lo scopo del ricatto è ottenere la liberazione di un uomo condannato per atti di terrorismo e per il tentato omicidio di un’alta personalità politica. Nel caso di specie, nessuno di coloro che si è presentato come sequestratore ha fornito la singola prova di avere tra le mani Emanuela o Mirella. L’inquietante minaccia dell’Americano in quello che fu probabilmente il suo ultimo contatto con gli Orlandi, ossia la prospettazione di un imminente ritrovamento del corpo, risuonò a vuoto.

Ho il forte sospetto, anche se non la certezza, che Emanuela sia rimasta vittima di un predatore; non di un’organizzazione criminale ma, forse, di un predatore isolato, o comunque di un gruppo ristretto di persone.

Di fronte ad una scomparsa così improvvisa non è nemmeno indispensabile ipotizzare l’esistenza di un muro di omertà: chi ha preso Emanuela si è semplicemente preoccupato di non lasciare tracce; il silenzio sembra dunque quello di chi non sa cosa dire, più che quello di chi ha qualcosa da nascondere.

Il fatto di non possedere un “punto fisso” in una vicenda così drammatica e complicata può condurre all’”autoillusione” di cercarne uno ad ogni costo, come fa chi si ostina a puntare il dito verso questa o quella istituzione, cercando di colmare la mancanza di elementi tirando in ballo non meglio precisati “insabbiamenti” o “coperture”. Ricordiamo che in molti casi di cronaca, anche recenti, non sempre avevamo un “punto fisso” da cui partire; si prenda il caso di Yara Gambirasio: costei è stata in un primo momento persona scomparsa e successivamente persona assassinata per mano di ignoti; nessuno tra gli inquirenti e nemmeno tra i mass media che hanno seguito il caso ha mai tirato in ballo i servizi segreti o il terrorismo internazionale. Oggi, ricordiamo, sul caso Gambirasio abbiamo un condannato in via definitiva in Cassazione, ma nessuno di coloro che indagava o seguiva il caso all’inizio aveva mai sentito parlare del signor Bossetti. Dunque non vedo perché nel caso Orlandi ci si dimostri così restii ad ammettere che il delitto sia stato commesso da qualche “signor nessuno”.

La morte di Emanuela avrebbe, secondo la mia personale teoria, seguito di pochi istanti, o al massimo di poche ore il rapimento.

Possiamo pure immaginare, in via del tutto ipotetica, che dietro alla scomparsa di Emanuela vi sia lo stesso responsabile del sequestro di Mirella Gregori, anche se molti tendono ad escludere tale ipotesi.

Emanuela si è probabilmente fidata di una persona che le aveva promesso un lavoro e una rendita economica: i responsabili dell’Atelier Fontana, in seguito ad accertamenti, rivelarono che nei tempi precedenti alla scomparsa si erano presentate diverse ragazze chiedendo informazioni su quell’offerta di lavoro di volantinaggio; l’Atelier negò di avere tra i suoi progetti una simile promozione: ciò potrebbe essere sufficiente a confermare l’ipotesi che Emanuela non fosse un bersaglio mirato, ma una vittima scelta in modo casuale.

Condivido appieno le tesi avanzate dal giornalista Andrea Purgatori e dal magistrato Severino Santiapichi, secondo i quali la vicenda andrebbe divisa idealmente in due parti distinte: una prima parte inerente il sequestro e l’omicidio, e una seconda parte che vede la vicenda della scomparsa strumentalizzata da gente senza scrupoli estranea al sequestro e all’omicidio. Il già menzionato Nicotri sostiene fermamente che i comunicati di coloro che si presentarono come il gruppo estremista turco il cui obiettivo era ottenere il rilascio dell’attentatore del papa sono tutti falsi, e sono stati creati successivamente all’appello di papa Giovanni Paolo II alla liberazione delle ragazze rapite. Altrettante bufale sono quelle riguardanti l’organizzazione del rapimento da parte della Banda della Magliana. Completo ribadendo quanto da me sostenuto nell’introduzione: parte già dalle telefonate dell’Americano, pochi giorni dopo l’appello del pontefice, quell’immensa opera di strumentalizzazione che poi, da pista internazionale che vedeva il suo fulcro nel ricatto per la liberazione di Agca, si trasforma poi in pista nazionale concernente un altro ricatto, stavolta perpetrato dalla Banda della Magliana.

Da ultimo, come non ricordare le parole del magistrato Margherita Gerunda, una delle primissime persone ad indagare sul caso: “Mi feci subito l’idea, come del resto tutti gli investigatori, che la ragazza fosse stata attirata in un agguato, violentata e uccisa, o che comunque fosse morta in seguito alle violenze.”  La dott.ssa Gerunda fu poco dopo rimossa dal caso, per motivi non molto chiari; a proposito la stessa dice: “interpretai il mio essere tolta dal caso Orlandi come la precisa volontà di assecondare i clamori e sposare in pieno la pista del rapimento politico per lo scambio con Agca”.

Cercare di dire qualcosa di più su questo caso rischierebbe di diventare l’ennesima forzatura che ci porterebbe inevitabilmente lontani dalla vera soluzione dell’enigma: come disse Papa Francesco in merito al caso, “Emanuela sta in Cielo”, e la nostra viva speranza è che uno di questi giorni il Cielo possa gettare un raggio di luce a rischiarare il sentiero che conduce alla verità.

E voi cosa ne pensate di questo incredibile caso irrisolto?

Luca Varinelli