Domenico

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DOMENICO

Domenico è stanco.

Sono le sette del mattino ed è stanco.

Con la sua pancia tonda si muove lentamente nello stesso corridoio dalle stesse porte con gli stessi numeri pari.

I numeri gli sono sempre piaciuti.

I numeri lo hanno ingannato.

Giocati con un rigore maniacale e una puntualità inappuntabile.

Una sconfitta dietro l’altra.

Il ventisette che arriva presto o tardi.

Le rate del mutuo, le bollette, il condominio, i canali sportivi. Meno male che c’è la mamma.

Insieme col papà, che da lassù continuava a provvedere per loro.

La reversibilità.

Non spetta ai figli.

Nemmeno a quelli tristi, con la pancia troppo tonda, annoiati dal lavoro e distratti dai numeri sulle porte, solo pari, sempre uguali.

È un’ingiustizia.

Domenico cammina a passo stanco verso lo spogliatoio, pensando alla sua mamma dentro la vasca da bagno, il corpo inerme, lo sguardo fisso su di lui, figlio inadeguato.

Dovrà dirlo. Dovrà, ma non sa se lo farà.

Potrebbe trascinarla in un armadio e lasciarla lì: lei incredibilmente leggera e lui molto forte.

Ce la potrebbe fare.

Potrebbe tagliarla a pezzettini nel cuore della note e sotterrarla in giardino.

Potrebbe dire ai vicini che la mamma non si sente più di uscire.

Potrebbe. Non è reato, è amore.

Amore che sopravvive oltre la morte.

Come la pensione.

Le fredde ruote di una barella in metallo si avvicinano. Due veloci infermiere, forse carine, ma intrappolate nella loro divisa, lo urtano.

È troppo lento. Ma ci vede benissimo.

Una maschera di sangue, la testa fasciata da una garza, velocemente, in ambulanza.

Il volto contratto per il dolore.

Avrà sedici anni.

Incidente.

Disattenzione.

Forse.

Pirati della strada.

Era ubriaco.

Forse.

E lui è soltanto un grandissimo vigliacco.

Questa è l’unica certezza.