Djatlov: Il mistero del passo della morte

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Buongiorno amici. Il tema di questo articolo è uno di quei misteri veramente inquietanti: quando sei o sette anni fa appresi di questi lugubri fatti, rimasi letteralmente sbalordito, quasi agghiacciato.

Oggi cercherò di farne una sintesi, mettendo in risalto le stranezze e anche le ipotesi più strane e incredibili, senza però mai smettere di filtrare i fatti con la “lente” della ragione umana.

Un particolare che l’uomo scorda spesso è che in molte zone del pianeta la natura selvaggia continua a resistere; basta spingersi un poco fuori città per accorgersi di questo: nei meandri di un bosco o in un passo montano è ancora tutto sommato facile perdere l’orientamento, essere colti dal freddo o dalle intemperie, oppure dover fronteggiare pericoli o minacce acuiti dal quasi totale isolamento dalla civiltà. La storia che stiamo per raccontare si situa proprio nell’ambiente montuoso e selvaggio degli Urali settentrionali.

LA SPEDIZIONE

È il febbraio del 1959, e Igor Djatlov, 23 anni, guida una spedizione composta da lui e da altri otto amici, – cinque uomini e due donne – tra le montagne ghiacciate degli Urali. Il percorso scelto è estremamente impervio, ma tutti e nove i compagni, si racconta, sono reduci da altre spedizioni analoghe; la durata prevista per il viaggio è di molti giorni, tanto che non sono attese notizie né dai famigliari dei ragazzi né dalla loro associazione sportiva fino almeno al 12 febbraio.

La temperatura si aggira tra i -20 e i -30 gradi centigradi, ma i ragazzi prevedono di attraversare i passi montuosi in un paio di giorni. Il 31 gennaio il gruppo raggiunge le pendici dei monti, e il giorno successivo comincia la salita. Il tempo all’inizio sembra tenere, ma ad un certo punto le condizioni atmosferiche mutano improvvisamente in peggio. Disorientato, il gruppo devia verso occidente, e fissa l’accampamento su un declivio alle pendici del monte Cholatčachl’, che nella lingua degli indigeni del luogo significa “montagna della morte”.

Le ore che precedono il crepuscolo sembrano scorrere tranquille nonostante la tempesta: una foto scattata da uno del gruppo ritrae cinque membri indaffarati ad approntare il campo, ma con il calar delle tenebre, ogni notizia che abbiamo riguardo al gruppo e al suo macabro destino si fa incerta e confusa.

Non sappiamo cosa scatenò gli eventi nella notte tra l’1 e il 2 febbraio: unica cosa certa è che qualcosa deve aver destato la preoccupazione dei nove compagni a tal punto da spingerli a compiere azioni apparentemente illogiche. L’esito fu che nessuno di loro fu più rivisto vivo.

Le prime ricerche non ufficiali, attivatesi soltanto il 20 febbraio, non portarono pressoché a nulla: nei giorni successivi furono coinvolte le autorità, le quali setacciarono la zona con l’ausilio di elicotteri, e il 26 febbraio il campo del gruppo scomparso venne individuato.

La tenda, cadente e coperta di neve, pareva essere stata tagliata dall’interno per permettere alla compagnia una frettolosa fuga. Delle orme condussero i soccorritori giù nella vallata, ai margini del bosco, dove vengono trovati i primi cinque corpi. I resti degli altri quattro compagni verranno trovati solo grazie al disgelo agli inizi di maggio: per tre mesi erano rimasti sepolti sotto uno spesso strato di neve.

LE INDAGINI

Le indagini delle autorità, secondo pareri odierni, furono eseguite in modo alquanto approssimativo, ciò nonostante le stesse fornirono un’immagine nitida e precisa riguardo delle cause della morte e allo scenario in cui vennero trovati i corpi: questi non erano raccolti tutti in un unico punto, ma piuttosto sparpagliati, al più riuniti a coppie.

La maggior parte dei decessi è avvenuta per ipotermia; solo in due o al massimo tre casi la morte può essere attribuita a cause diverse dal freddo.

I cadaveri dei compagni appaiono poco vestiti per un clima così rigido, e alcuni di loro sono persino seminudi. Qualche compagno indossa solo le calze, mentre altri sono a piedi nudi: le scarpe del gruppo erano rimaste tutte quante nella tenda.

Non è tutto: alcuni corpi presentano ematomi, emorragie e fratture, altri addirittura parti mancanti: in due casi sono assenti gli occhi, in uno addirittura la lingua.

Ulteriore elemento è rappresentato da un’insolita radioattività riscontrata sugli abiti di almeno un paio di loro.

Il caso fu chiuso dalle autorità investigative russe in un lampo, lo stesso mese del ritrovamento degli ultimi corpi. Ciò ha fatto nascere la diceria che si sia trattato di un insabbiamento, fatto per nascondere una realtà ancor più cupa. Al contrario, le autorità russe non avevano semplicemente idea di dove andare a parare il colpo.

LE IPOTESI “SOVRANNATURALI”

Inutile dire che sul caso sono state avanzate una miriade di teorie, tra cui anche le più bizzarre. Immancabile l’ipotesi di un intervento alieno, corroborata anche dal fatto che un altro gruppo di escursionisti, che si trovava ad una cinquantina di chilometri dal luogo proprio la sera della tragedia, notò delle luci arancioni in cielo. Le fonti ci dicono però che quelle luci erano dovute alla sperimentazione di missili balistici: sappiamo infatti che non lontano si trovava almeno una base militare.

Ulteriori ipotesi attribuiscono l’eccidio ad un ammasso di fulmini globulari o allo yeti! La prima ipotesi si può scartare a priori: il fulmine globulare è un fenomeno elettrochimico ancora non del tutto chiarito, effettivamente riscontrato ma pure estremamente raro: sfiora l’assurdo pensare al formarsi di un intero sciame di fulmini globulari che avesse ucciso il gruppo.

Probabilmente la teoria in questione trae origine da una delle foto scattate dal gruppo: si pensa che sia stata scattata da dentro la tenda e che rappresenti dei globi di luce talmente intensa da essere visibili attraverso la stoffa; in realtà non abbiamo la minima idea di che cosa rappresenti quella foto e se il rullino da cui proviene fosse in buoni condizioni o fosse danneggiato.

Lo yeti sarebbe da scartare non tanto per l’enorme mancanza di prove circa l’esistenza di tale creatura, quanto per la totale mancanza di impronte ricollegabili ad un animale di grandi dimensioni.

Nell’indagine su un presunto omicidio di Djatlov e dei suoi, chi indagava si è limitato ad indicare come causa della morte un’“irresistibile forza sconosciuta”. L’utilizzo dell’espressione anzidetta ha acuito l’ostinazione di chi sostiene l’ipotesi di un evento soprannaturale, tuttavia, chi mastica un po’ il linguaggio giuridico avrà riconosciuto nella stessa un richiamo al concetto generico di “forza maggiore”.

LE IPOTESI NATURALI

Tra le ipotesi “naturali” figura l’attacco di un grosso animale, forse un orso, però quanto visto poc’anzi per “l’ipotesi yeti” vale anche per questa teoria: non c’è una singola impronta che rimandi alla presenza di un grosso animale sul luogo. Non è nemmeno possibile che le tracce siano state cancellate dalla tempesta: questa, per quanto forte non era riuscita a cancellare nemmeno le impronte dei membri del gruppo. Da aggiungere anche l‘assenza sui corpi di ferite compatibili con graffi e morsi.

Ulteriore ipotesi plausibile ma alquanto improbabile vede il gruppo assassinato da un gruppo di militar: tale congettura evidentemente pone notevoli problemi, non solo a livello di movente. Al di là del fatto che il terreno su cui si trovano i ragazzi non era contrassegnato come area militare, mancano del tutto segni di armi di qualsiasi tipo oltre alle impronte dei possibili responsabili.

Teoria analoga a quella appena vista coinvolge i Mansi, una popolazione indigena tribale che abita da migliaia di anni la zona circostante i monti Urali: oltre all’assenza di ferite da arma bianca vi è da considerare il fatto che i Mansi sono una popolazione pacifica, che sicuramente non aveva motivo per aggredire un gruppo di persone accampate, soprattutto in una notte in cui il tempo era così pessimo.

POSSIBILI DINAMICHE DEI FATTI

Non abbiamo una solida base indiziaria per stabilire con certezza quale sia stato l’evento scatenante, ossia l’origine di quella fuga suicida dall’unico rifugio sicuro, tuttavia può essere spiegato abbastanza razionalmente il motivo per cui i ragazzi si sono svestiti: è un fenomeno neanche troppo raro chiamato paradoxical undressing (“svestimento paradossale”) per cui un soggetto in temperature molto rigide prova una sensazione di calore fittizio.

Da notare inoltre che alcuni compagni, nel tentativo di coprirsi, avevano sottratto alcuni indumenti ai compagni già assiderati. Alcuni di loro avevano persino provato ad accendere un focolare per evitare l‘ipotermia.

La radioattività di alcuni indumenti può essere dovuta al fatto che uno o due dei membri del gruppo lavoravano in una centrale nucleare: in mancanza di protocolli adeguati gli abiti possono essere stati contaminati.

La mancanza di parti anatomiche dai corpi trova anch’essa una spiegazione abbastanza razionale: le mutilazioni più rilevanti si notano nei corpi trovati con oltre due mesi di ritardo; questi si trovavano in una stretta gola scavata da un torrente. Non sappiamo purtroppo se tale torrente fosse in secca o scorresse ancora; forse era pure congelato al momento della tragedia. Ad ogni modo lo scongelamento che seguì alla fine della stagione invernale poteva benissimo aver generato un flusso d’acqua sufficientemente intenso da favorire il disfacimento dei corpi.

Ed ancora, le fratture e i segni di percosse sono in qualche modo compatibili con delle violente cadute: la gola in cui si trovavano gli ultimi compagni smarriti era in discesa, e probabilmente nascosti sotto lo strato di neve c’erano delle rocce o dei tronchi d’albero.

Diverse altre circostanze risultano difficili da spiegare, come il fatto che il gruppo non fosse unito al momento della tragedia; qualcuno ha ipotizzato che fosse scoppiata una rissa, forse scatenata dalla tensione estrema di quegli istanti.

IPOTESI CONCLUSIVE: VALANGA O SLAVINA

A questo punto abbiamo dato una spiegazione plausibile a quasi tutte le circostanze apparentemente inspiegabili, resta però ancora in ballo la “causa prima” della tragedia; si tratta cioè di capire ciò che ha spinto nove escursionisti esperti a lasciare la tenda senza nemmeno il tempo di rimettersi le scarpe: proprio in questo punto si cela la chiave del mistero.

Una prima ipotesi vede il gruppo fuggire a causa di una valanga: ciò spiegherebbe appieno il motivo per cui la tenda era in parte coperta di neve; certo ci sarebbe da spiegare come degli escursionisti esperti abbiano potuto ignorare tale dettaglio fondamentale e piantare una tenda in una zona così esposta.

Si è ipotizzato, non del tutto a torto, che i nove non fossero proprio così esperti come si diceva: lo rivelerebbero vari dettagli, come il fatto che abbiano preferito rimanere a quell’altitudine con quelle condizioni atmosferiche piuttosto che tornare indietro e cercare a bassa quota condizioni più favorevoli in cui passare la notte, oppure il fatto che abbiano ceduto così facilmente alla sensazione di caldo fittizio; si è persino detto che la tenda fosse stata piantata in un modo piuttosto maldestro.

Non è nemmeno da escludere una teoria intermedia: la tanto temuta valanga può essere semplicemente stata uno slittamento della neve su cui era allestito il campo o, al più, una piccola slavina. L’oscurità può aver impedito al gruppo di rintracciare la tenda e recuperarla in modo che potesse ricostituire il rifugio su un terreno più stabile.

(segue) IPOTESI CONCLUSIVE: UN VENTO IMPETUOSO

La teoria alternativa è stata proposta di recente da una equipe russo-svedese, e trova probabile conferma in un altro tragico evento, avvenuto alla fine degli anni ’70 in Svezia sui monti di Anaris: per una tragica coincidenza anche qui furono coinvolte nove persone, di cui solo una si salverà a stento. Il fenomeno in questione è quello del “vento catabatico”, un fortissimo vento freddo che soffia nella direzione discendente di un declivio: chi si trova in mezzo a questo vento rischia non solo di essere trascinato via, ma anche di essere letteralmente bombardato da ogni oggetto solido abbastanza leggero che si trova nei paraggi (neve, ghiaccio, sassi, rami, etc).

Nel caso della spedizione Djatlov, i compagni allarmati devono aver gettato della neve sulla tenda per impedire che l’impetuoso vento la spazzasse via. Successivamente devono aver cercato di mettersi in salvo scendendo più a valle e riparandosi dietro a cumuli e per una serie di ragioni, il vento o il freddo, non sono più riusciti a risalire.

La causa che ha stroncato la vita a nove ragazzi è dunque fra quelle che abbiamo esposto? Forse la verità non la sapremo mai, ma un fatto che può consolare è che proprio nel gennaio di quest’anno la magistratura russa ha deciso di riaprire le indagini per fare maggior chiarezza sul mistero.

Luca Capovaro