Di libri, manganelli ed altre storie

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Ci vuole molto poco a dare opinioni, molto di più a farsi un’opinione.
Pensare richiede uno sforzo di gran lunga maggiore, pensare in maniera obiettiva poi,
un’ impresa riservata a pochi.

Nel mondo leggero ed involuto invaso da tuttologi del nulla, lo sgombero forzato della biblioteca di una sede universitaria regala il diritto di latrare:
“La polizia é entrata caricando ignari ed innocenti occupanti distruggendo i locali e calpestando di fatto il diritto sacrosanto ed intoccabile di manifestare”.
Ehm no…perlomeno non esattamente.
Esempio personale.
Informate alcuni amici che a casa vostra, si può entrare senza chiedere permesso per discutere di arte letteratura poesia o quant’altro.
A voi piace scrivere, lo considerate il divino processo che succede al pensiero, e decidete di aprire la porta a chi, con voi condivide questo interesse.
Loro ne invitano altri, che allargano il giro, cosi, dopo qualche tempo vi ritrovate a dividere le stanze con decine di estranei, che in realtà pensano a “condividere” qualcosa, si, i vostri spazi.
A questo punto sembra ovvio chieder loro di non gettare cartacce a terra, di non saltare sul letto con i piedi, di non disegnare la faccia di Superpippo sul pavimento del soggiorno
con gli spaghetti all’amatriciana, di evitare di tatuarsi l’un l’altro la A dentro al cerchio dato che, insomma, l’intento iniziale non era decisamente quello, ma niente.
Non vi prestano ascolto, anzi ridono di voi.
Che ovviamente iniziate ad innervosirvi.
Non basta, un mattino vi svegliate con uno striscione sul letto, che vi informa di esser diventati ospiti indesiderati.
Bene.
A quel punto, dovrete ammettere, di non essere più in grado di esercitare un diritto, dopotutto quelle mura sono state offerte come spazio, come luogo d’incontro, ma rimangono una vostra proprietà.
Ecco, a casa vostra chiamereste la polizia, che arriverebbe probabilmente protetta da
scudi e caschi.
Ma i vostri ospiti magari non hanno voglia di andarsene.

Cosi come novelli rivoluzionari decidono di prendere il vostro tavolo, la sedia a dondolo della nonna, e quel separè in vimini tanto carino comprato a Borghetto durante le vacanze estive, ed utilizzarlo per costruire improbabili barricate.
Quando vedo certe scene mi viene sempre in mente la fiaba del lupo e dei tre porcellini.
Ci si limita inizialmente ai soliti costruttivi cori prestampati, “sbirri di merda”, “servi dello Stato”, “fuori dai coglioni”.
Strano non si raggiunga un accordo, mi sembrava ci fossero le basi per farlo.
Fino a quando ( capita sempre), il più coraggioso del gruppo, (che solo per caso è nascosto dietro tutti gli altri),non nota lo sgabello intarsiato sul quale fino a qualche settimana prima poggiavate i piedi leggendo Neruda, e decide che bisogna lanciarlo contro
” quegli infami”, che decidono, dopo aver ricevuto l’ordine di “caricare”.
E via di manganelli sugli scudi da un lato e fuggi fuggi generale dall’ altro.
Io ne sono certo, se fosse casa vostra, sareste voi a chiedere agli agenti di carezzar le schiene con qualche manganellata ben data.
Stiamo parlando di occupazione e relativo sgombero.
Se fosse stata casa mia, credetemi, non avrei mai e poi mai detto:
” Sai cosa? Raga tranquilli state voi, io me ne vado. Mi raccomando se avete bisogno per luce e gas chiamatemi pure.”
Non si parla di Cucchi, Aldrovandi e via discorrendo, quello è il campo dell’ abuso di potere, non del mantenimento dell’ordine pubblico.

Non stiamo parlando dell’ eccesso di violenza portato dalle forze dell’ ordine durante molte manifestazioni, a mio parere, per questi casi sarebbe necessario un deciso inasprimento della pena, ed un codice identificativo ben visibile sui caschi degli agenti sarebbe il minimo.
Stiamo parlando di occupazione.
Tornelli agli ingressi dell’ università come negli stadi?
Si se diventano degli stadi.

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Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.