D’arte e d’amore

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D’arte e d’amore

… vissi d’arte e d’amore, su sentieri che toccavano il cielo; in uno strapiombo di mare, simile ad un “catino” dimenticato da una vecchia lavandaia. Ascoltavo il canto degli uccelli, lo stormire delle fronde, il passaggio misterioso di strani animaletti che strisciavano in terra. Qualche casa diroccata, lasciata in solitudine, aveva conservato le pareti laterali e il tetto sfondato, precipitato all’interno. A chi sapeva ascoltare, giungevano ancora: le voci d’allora, quella sana allegria che odorava di pane, di cipolle bollite e di cavoli neri con la polenta.

Gli arbusti, cresciuti senza una guida, si erano arrampicati ovunque, creando delle “foreste” in miniatura con dentro un cammeo di calcinacci e pietraie. A passarvi vicino, si aveva l’impressione che presto, tutto sarebbe crollato in un tonfo di polvere e fumo. Il sole, nelle giornate più belle, faceva risplendere quei ruderi come palazzi imperiali. L’odore del mare, per quanto lontano, arrivava sempre alla stessa ora e si mischiava in allegria con fiori ed erbe selvatiche o aromatiche. Mi sedevo su uno spuntone di terriccio e con gli “attrezzi da lavoro” cominciavo a disegnare. L’aria, allargava i polmoni, faceva venir sete, si disponeva ad un intreccio amoroso, tra il paesaggio e i semi reconditi della mia creazione. Le opere che i colori tramutavano, divenivano: dipinti surreali, scenari di natura morta, foto-ritratti di una collina un tempo ubertosa, popolata, ridente di canti e chiacchiericci sull’aia. Neppure, adesso, al tempo presente, dove tutto appariva defunto e mai risorto, si poteva pensare ad uno scorcio agreste senza ritorno.

Quando il buio, iniziava a scomporsi, e il rientro si avvicinava, scendevo piano: carica di tele, di un tre piedi e di una tavolozza imbrattata. Tornavo col pensiero al cielo, lievemente tinto di rosa e di blu cobalto. In quei momenti, mi ricordavo di quei lontani amori che avevano acceso di rosso, tutta la mia vita. Sapori che ancora oggi tenevo fra le labbra come una rosa bianca dell’inverno. In salotto, alcuni portaritratti, raccontavano storie: avventurose, incontri fatali, colpi di fulmine nati per finire. Ero felice di aver amato, benché fossi stata poco ricambiata. Conservavo ancora quel anello in similoro, un foulard di seta, proveniente dall’Oriente, quella statuina in ceramica comprata nei pressi di Parigi.
… fresco era il ritorno e anche il cuore sobbalzava.

La felicità: una birra alla spina, una chiave fatta girare nella serratura di casa e le fusa di Molly tra le mie gambe, distese sul divano di velluto!

Maria Rosa Oneto