Dare al mondo

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Quando mi raccontavi del passato e di come riposa tra le rughe che lascia, il passato era ancora troppo vicino e le tue parole rimasero in superficie.

Per questo con gli anni ho perdonato il mio non capirti, perché mentre ti raccontavo della corteccia che protegge il cuore della magnolia, sorridevi con i piedi ben piantati nel presente, e mentre io credevo, tu credevi di sapere.

Dicevi di volermi bene e non mentivi.

Dicevi che ero la tua vita, e dicevi il vero, e quando dicevi il vero il vero portava il mio nome.

Quando oggi dico il vero, il vero ha il suono del tuo.

Sono stato futuro giocoso quando nemmeno sapevo esistesse il futuro, nemmeno sapevo saresti stato il passato mentre costruivo caverne con i lego, e adesso che sei un foglio bianco e che il presente mi sfugge tra le dita, non hai più mani forti come la corteccia della magnolia, ed io ritrovo i tuoi abbracci nascosti tra le rughe che lo specchio mi porta.

Non si è mai solo padre.

Non si è mai solo figlio.

Non si è mai davvero soli.

Anche lo spirito più libero per manifestarsi ha bisogno di nervi tendini e carne, e l’anima chiama corpo il suo vestito mentre il corpo chiama motore la sua anima.

Tra le labbra dimora il divino nell’attimo in cui danza silenziosa una frase, la più bella sequenza di lettere e sentimento mai esistita.

 

“Dare al mondo”

 

La frase che un giorno pronunciasti parlando di me, con il cuore che gridava quant’è difficile renderle onore.

Ed ora lo sento nel petto quel tuo grido un tempo muto, mentre la guardo spostarsi dalle mie mani per guadagnare le braccia del sole, e ogni volta penso che ormai, come tu un giorno hai fatto con me, l’ho data al mondo, ben sapendo che il mondo, ora è lei.

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Gianluca Sonnessa
Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.