Credo quia absurdum

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CREDO QUIA ABSURDUM

 

I

 

Pallide ore sbriciolate in secondi,

come grani di un rosario stretto

tra i polpastrelli delle dita stanche,

allo scorrere di un fisso mistero,

 

che avvinto ad un credo traballante,

s’inabissa sempre più nei fondali

di un devoto ego paralizzato

dal fumo degli irridenti valori.

 

Scheggiata la propria fede

dall’illusoria immortalità

e dall’orgoglio che sale la china

nell’ombra rivelatrice del fatuo,

 

si culla incurante, schiavo,

tra l’indifferenza di falsi piaceri

e si copre davanti alle vergogne

il viso ormai segnato dal peccato.

 

II

 

Non socchiude più le palpebre

per una preghiera fuori moda,

che sfugge ad un Dio senza volto,

già gettato nel dimenticatoio.

 

Smarrito nel caos della perdizione,

sorpreso dall’ingannevole idea

di un gioco che inchioda la vita

ad una finta croce di spine,

 

s’avvia verso quell’altare,

senza riconoscere la sua salvezza,

senza trovare il sospirato paradiso

in una religione che più non consola.

 

III

 

Deluso, cerca insistentemente

una ragione per credere all’assurdo

nella veglia di una calma apparente

al congiungere del timor dell’Ignoto.

 

E quel bisogno di trovar la Verità,

impazientemente ticchetta nelle ore

in cui crede di vivere un sogno,

dando nitore alle apparenti sembianze.

 

Allora, si desta in una tempesta interiore,

dove irrompe saettante il dubbio

e fragile lotta incessantemente

nell’errante vita di libero arbitrio.

 

IV

 

E cerca sprazzi d’innocenza

ancor preservati dentro sè,

per rubare quell’attimo al tempo

e fresche fonti di spensieratezza

 

di un equilibrio che si inarca

in ferventi passioni pulsanti

di disperate corse verso l’effimero

nell’ebbro di un pensiero confuso.

 

Trappola che sembra senza uscita

in una notte vigile sulla morte dell’anima,

che al mattino vede la resurrezione

di una sfinge a risalir le sabbie mobili

 

in una rinascita che replica l’Assoluto

nell’onnipotenza che si domanda:

– Ma Dio dov’è?

Allorché, il nulla non consola l’umana fede,

né l’assurdo credo.

 

Anna Cappella