Che cosa non ha funzionato in It capitolo 2

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Buongiorno a voi tutti, ragazzi… oggi si parla di film.
Questo è il primo di una serie di articoli dedicati a film che hanno, in positivo o in negativo, attirato la mia attenzione.
 
Inizierò con una delle pellicole più viste del 2019. Ma prima di cominciare, rammentando che lo spoiler inatteso è un reato gravissimo punibile con la crocifissione in sala mensa, non posso che mettervi in ALLERTA.
 
CHE COSA NON HA FUNZIONATO IN IT CAPITOLO 2
 
It Capitolo 2 è, come sappiamo tutti, il seguito del film del 2017 diretto da Andy Muschietti.
È bene tener presente che di It abbiamo anche il libro di Stephen King, fonte originale per tutti gli adattamenti, e la miniserie del ’90. Stiamo dunque parlando di una mole di materiale mastodontica.
Siccome il mio obiettivo era concentrare il discorso in poche pagine, ho preferito limitare i paragoni soprattutto ai due film più recenti; tuttavia non ci si scordi che in particolare il libro poteva rappresentare una grande fonte di ispirazione per i registi, non mancherò dunque di fare dei rapidi accenni.
 
Innanzitutto spendo qualche parola per il Capitolo 1: si tratta di un film che a me è piaciuto tantissimo; non è un capolavoro, non è un film horror di quelli paurosi, tuttavia ha una trama scorrevole, coinvolgente e a tratti anche avvincente. Il film del 2017 lasciava intravedere delle brillanti promesse, proiettava delle grandi aspettative per il sequel. Mi dispiace dire che tali promesse e tali aspettative non sono state per nulla soddisfatte.
 
L’ARTE DEL NON-SEQUEL
 
La mia prima considerazione sul film in questione: It capitolo 2 non è il capitolo 2. Sembra di parlare per contraddizioni, ma la realtà è questa: quello che i registi hanno chiamato Capitolo 2 altro non è che il “pezzo finale” del film del 2017, nel senso che avrebbero potuto benissimo prendere i primi 10 minuti rilevanti e gli ultimi 10 minuti rilevanti e appiccicarli alla fine del primo film e il risultato sarebbe né più né meno stato lo stesso: una schifezza unica, perché il mio desiderio non era vedere semplicemente “il pezzo finale”, la fine della storia, ma un sequel, quindi un film indipendente e ben congegnato.
Tra quei dieci minuti iniziali e dieci minuti finali cui abbiamo fatto cenno non troviamo altro che scene attaccate insieme con la colla, per non dire con lo sputo.
 
La sensazione generale è che Muschietti sembra non essersi neanche sforzato di costruire una trama convincente. In alcuni punti ci provano ad essere convincenti con frasi o richiami che però non vengono immediatamente colti dallo spettatore oppure, se vengono colti, sono destinati ad essere relegati nel dimenticatoio come dettagli inutili. In pratica mi hanno trasmesso questa (sgradevole) sensazione visiva: l’immagine di un arciere che cerca con imperizia di scoccare una freccia; la freccia fa mezzo metro e poi casca a terra.
Per spiegarmi meglio, immaginiamoci Muschietti impegnato nella progettazione del secondo film: “ok, ragazzi, adesso dobbiamo finir fuori quel lavoro, ma solo perché dobbiamo farlo…” Trasposto nel film, questo modus cogitandi si sarebbe potuto esprimere in una frase di Mike Hanlon (per chi non ricorda i nomi, “il nero”) “Hey fra’, ci sarebbe giusto quella questione dell’uccidere It… ma prima dobbiamo procurarci tutti gli oggetti necessari: ecco qui la lista della spesa…”
 
Dirò di più, il nuovo film si presenta nel suo impianto come un gigantesco ossimoro, una colossale contraddizione: da un lato non risulta per nulla indipendente dalla vecchia pellicola, dall’altro sembra volersene distaccare in maniera netta dimenticando tutto ciò che è successo nel primo film: è come se i registi puntassero il dito verso la vecchia pellicola e dicessero “ecco, lì dentro c’è il passato… ma ora occupiamoci del futuro, andiamo avanti che abbiamo fretta di finire”. Fuori il vecchio e dentro il nuovo insomma (riferimenti alla politica del tutto casuali).
 
Ciò che avrei voluto vedere è un film in grado di “reggersi sulle proprie gambe”, ma al tempo stesso in grado di mantenere sia nella forma che nella sostanza un forte legame con il primo film: chiunque non avesse visto il vecchio film, vedendo il nuovo, forse non avrebbe capito tutto, ma avrebbe avuto quanto meno le idee chiare di ciò che era accaduto.
Muschietti aveva due possibilità per realizzare qualcosa di buono: 1) seguire in maniera abbastanza fedele il libro; 2) inventarsi qualcosa di nuovo. Quest’ultima, spero di chiarire, non è affatto una bestemmia; Muschietti ha già dimostrato nel primo film di essere perfettamente capace di inventare senza porsi in contrasto con lo spirito del libro: ha rielaborato la trama per renderla più sintetica, ha dato nuova forma alle paure dei bambini (e questo ultimo punto non è da sottovalutare: un Pennywise che avesse preso le sembianze di Dracula, della Mummia o dell’Uomo Lupo non sarebbe apparso altrettanto convincente per un pubblico odierno).
 
It 2017 (sembrerò ossessionato a ribadirlo, ma non importa) filava sui suoi binari che era una meraviglia!
In questo film invece non si percepisce né lo sforzo di seguire il libro, né tantomeno la minima volontà di rielaborare per giungere a qualcosa di lineare e di scorrevole.
 
LA TRAMA “A GROVIERA”
 
Come preannunciato, in mezzo alle uniche parti rilevanti poste all’inizio e alla fine del film, ci sta un miscuglio di scene messe lì per “allungare il brodo”, a cominciare dai flashback in cui si vedono i personaggi ancora ragazzini incontrare It in spezzoni mai visti nel primo film. Tutti questi spezzoni, uno si chiede, da dove cavolo saltano fuori? Qualcuno potrà obiettare che il libro è scritto in questo modo: ciò non corrisponde assolutamente al vero! Il libro non è diviso in due parti, ma alterna in maniera quasi speculare passato e presente, quindi è perfettamente congeniale all’impianto dell’opera che le scene si svolgano in questo modo.
 
È perfettamente comprensibile che Muschietti abbia deciso di optare per una separazione tra le due parti, giusto per non ingenerare confusione nello spettatore e soprattutto per poter effettivamente realizzare due film separati, in cui ciascuno mostrava il proprio scontro finale con It. Ma l’utilizzo di tali frammenti narrativi non ha altro risultato se non quello di spezzare in maniera fastidiosa il ritmo del film.
L’espediente utilizzato dal regista per giustificare l’inserimento di questi spezzoni è il “ricordo rimosso”; come se il regista ci dicesse: “queste scene non le avete viste nel primo film perché riguardano avvenimenti che nemmeno i Perdenti ricordavano di aver vissuto”. Tuttavia tale espediente non può che lasciare un sapore amaro in bocca; non si riesce a superare la sensazione che quelle parti siano state inserite a forza.
Su due cose doveva insistere Muschietti: 1) la paura che i perdenti avevano di It, 2) il ricordo della loro unione nell’affrontare il mostro. E tutto questo sarebbe stato possibile mostrando dei flashback dal primo film: non interi stralci (devo precisare che io sono fermamente contro l’abuso dei flashback), ma brevissimi ricordi posizionati nei punti giusti.
Per esempio, consideriamo la miniserie del ’90: uno degli attimi che mi ha colpito di più è quando Richie, poco prima di vomitare nel wc, vede il ricordo del volto di It con i suoi denti aguzzi (ne approfitto per onorare con un applauso il mitico Tim Curry!). Bastava questo, solo questo per rendere la pellicola integrata con la vecchia storia e al tempo stesso per fornire quella tensione, anche solo quell’emozione per sviluppare la nuova trama.
 
Gli spezzoni sono invece l’”annacquabrodo” realizzati con la scusa del raccogliere degli oggetti che poi saranno cotti alla griglia finale poco prima della fine del film. Ma i ragazzi non dovevano collezionare oggetti, dovevano raccogliere RICORDI! Ma non ricordi di quando erano soli e non se li filava nessuno, bensì ricordi di quando erano insieme e hanno affrontato It. Qui, proprio qui, e non all’inizio, avrei inserito il flashback del giuramento: sarebbe stato il momento ideale per far capire allo spettatore ciò che è successo nella prima pellicola.
Non solo: tale espediente, unito magari a qualche frase di Mike, avrebbe reso il film indipendente dalla vecchia storia.
 
LA MEMORIA (INFANGATA) E LE VERE VITTIME DI IT (IL PUBBLICO)
 
It è un’opera completamente incentrata sulla memoria, sui ricordi e sulle paure che riaffiorano. Senza i ricordi, senza la paura dei ragazzi, quella che è l’intera storia di It, non avrebbe alcun significato.
Tutto invece è stato trasposto in Capitolo 2 come nella trama di un videogioco di serie B, in cui il computer ti dice “fai questo, fai quello” e tu lo fai in modo quasi automatico finché non si arriva alla fine. È proprio così che si muovono i personaggi adulti del film, come degli automi teleguidati verso l’epilogo.
 
It Capitolo 2, che dovrebbe essere un film incentrato sulla memoria degli eventi contenuti in Capitolo 1, invece risulta un infangamento alla memoria che noi spettatori avevamo del Capitolo 1.
Se mi avessero chiesto “come avresti fatto cominciare tu il nuovo film?” io avrei risposto: sul terminare del monologo di Mike Hanlon (quello ci stava eccome) avrei mostrato la galleria fognaria vomitare sangue e poi avrei fatto scorrere lentamente la telecamera sulla parete con la fila di manifesti dei bambini scomparsi.
Vedete che non sto nemmeno cancellando del tutto le idee o i concept utilizzati nel film, ma sto solo mostrando come essi siano stati sfruttati male. Quest’ultimo particolare della parete infatti è mostrato nel film: però è veloce e dura tipo mezzo secondo; uno in pratica non ha manco il tempo di accorgersi che quei due o tre foglietti appesi sono segnalazioni di persone scomparse e non semplici volantini pubblicitari. Rendiamoci conto: ci è riuscito pure quella ca*ata di Boogeyman a creare un briciolo di tensione in questo modo!
 
A questo punto, non sarebbe servito nemmeno mostrare i delitti di It, ma se proprio bisognava farlo, sarebbe valso a qualcosa puntare sulla vittima prediletta di It: i bambini. Anche questo lo si vede in una scena abbastanza suggestiva della miniserie. Invece mostrano l’omicidio di un omosessuale che c’entra come i cavoli a merenda. E qui l’obiettore potrebbe tornare all’attacco: anche questa parte c’è nel libro!
Lo so benissimo, e dirò anche che è una parte che mi ha colpito molto; tuttavia è necessario capire che cos’è il libro: una bestia di 6-7 cm di spessore e oltre mille pagine per lo più scritte abbastanza in piccolo. E dobbiamo pure considerare lo stile di King: parole che si spendono a fiumi per cercare di creare l’ambiente a partire dal dettaglio. Il libro ci racconta tante vicende insolite, tanti eventi macabri o nefasti della storia di Derry (giusto accennati di striscio nel primo film da Ben), e la morte di Adrian Mellon è uno di questi.
 
Ma in una trasposizione cinematografica la scena, sembra messa lì solo come rimando al fatto che Richie, uno dei perdenti, è omosessuale (particolare invece assente nel libro), nient’altro che una strizzatina d’occhio al gay friendly: personalmente ritengo che la trama risulti solo appesantita e paia solo creare confusione.
Altro aspetto che io ho trovato assolutamente stonato è la storia del “ciclo di It”: in pratica il film ci dice che se il ciclo omicida della creatura si fosse concluso, i Perdenti sarebbero tutti morti suicidi. Su questo non ci viene fornita alcuna spiegazione. Non solo: la scelta appare talmente radicale da risultare banale. Sarebbe stato molto meglio fare leva su quello che, nel primo film, era stato praticamente il motore della trama: il desiderio di vendetta di Bill per la morte del fratello George. Si sarebbero potuti sfoderare benissimo i rimorsi, le paure, i tentennamenti degli altri personaggi, e parallelamente si sarebbero mostrati i sotterfugi e le macchinazioni del mostro anche considerando che il piano di It è attirare i Perdenti in trappola.
 
Cosa ancor più fastidiosa sono quei “monconi di trama” recuperati dal libro e poi abbandonati senza nessun motivo specifico. Sembra l’opera di un macellaio maldestro (chiedo venia ai lettori vegetariani per questo paragone) che, intento nella selezione delle parti commestibili, scarta quelle che sono le parti più rinomate.
 
Volete degli esempi? Eccoveli serviti: Henry Bowers, Tom Rogan e Audra Phillips.
Henry Bowers, ricordiamo, è il bullo che tormentava i Perdenti quando erano ragazzi. Posso sostenere che l‘interpretazione di Henry ragazzino sia stata una delle interpretazioni più magistrali di tutto il primo film.
Ora Henry si trova in un manicomio criminale a scontare la pena per l’omicidio di suo padre (nel libro gli vengono attribuite anche le vittime di It). Viene fatto evadere dallo stesso It e inviato ad uccidere i perdenti.
Peccato che la sua evasione nel film non porti effettivamente a nulla! Mentre nel libro riesce ad eliminare, anche solo temporaneamente, uno del gruppo, nella pellicola serve solo a rompere un po’ le scatole, a “far succedere qualcosa”.
Tom Rogan lo vediamo all’inizio del film: è il marito violento di Beverly, ed è anche un po’ la controparte speculare del padre di quest’ultima. La sua presenza nel libro è strumentale al rapimento di Audra Phillips, la moglie di Bill, che viene trascinata nella tana di It: tutto ciò sarebbe stato perfetto per ricreare la situazione presente nel libro, ossia fornire un motivo ai perdenti di addentrarsi nuovamente nelle fogne a caccia di Pennywise. Non solo, tale scelta avrebbe invece valorizzato quel richiamo che invece nel libro era assente: il rapimento di Beverly nel primo film. Tutto ciò invece è stato tranciato via senza troppo riguardo.
 
I PERDENTI STAVOLTA PERDONO DI BRUTTO
 
La storia di It, in sé ha pochi personaggi, ad eccezione dei protagonisti, che interagiscono in maniera decisiva per la trama; gli altri personaggi rimangono un po’ sullo sfondo, ad arricchire il contesto: è il caso ad esempio dei personaggi intervistati da Mike per scoprire più particolari della macabra storia di Derry. I personaggi di contorno però nel film di Muschietti sono praticamente assenti. Tutto ciò non rappresenta un dramma, tuttavia risulta evidente che l’unico problema del regista a livello di personaggi era gestire i protagonisti e l’antagonista principale. Di quest’ultimo parleremo tra poco.
 
I Perdenti adulti non lasciano il segno, e le loro parti appaiono molto meno brillanti rispetto a quelle dei Perdenti bambini nel primo film.
Bill in particolare, che dovrebbe essere, il leader del gruppo, pare assai piatto e poco deciso. Il suo confronto con il ricordo di Georgie andava mostrato all’inizio, come leva che giustificasse il fatto che volesse restare a Derry a combattere It.
Non che gli altri siano stati trattati molto meglio: in Beverly soprattutto andava mostrato forse più che negli altri il senso di disagio e inadeguatezza che caratterizzava il personaggio in età adolescenziale.
Per non parlare di Ben (uno dei miei personaggi preferiti nel libro e nella miniserie), che rispetto alla controparte bambina ha subito una vera e propria metamorfosi: tale metamorfosi però è accennata solo con un “wow, sei diventato un modello”. Solo Pennywise sembra ricordarsi che Ben era il “ciccione” del gruppo, tuttavia anche questo andava mostrato all’inizio, non alla fine quando ormai la frittata è fatta.
 
Mi è piaciuto abbastanza la dichiarazione d’amore tra Bev e Ben alla fine del film: è forse l’unica parte che ho apprezzato nel finale, ed era giusto mettere quella scena alla fine.
Tra tutti i personaggi, quello che però mi ha convinto di più come interpretazione è stato quello di Mike, anche se il suo ruolo, forse a causa delle lacune nelle altre interpretazioni, risulta forse un po’ troppo calcato: nella storia originale lui era quello che io chiamo “il custode del ricordo”, tuttavia nel film il suo ruolo viene esagerato; diviene perciò un po’ il Gandalf della situazione. Chi ha fatto attenzione ai particolari del film, avrà potuto notare sul tavolo di Mike una foto della botola della tana di It, un dettaglio che io ho odiato a morte: dunque se Mike sapeva dell’esistenza della botola, può significare solo che lui sia tornato da solo nel luogo del primo scontro, ma su questo non ci viene fornita nessuna spiegazione!
 
PIÙ CHE ORRORE COSMICO, ORRORE COMICO
 
Due cose che ho notato sin dal primo film: la prima è che Pennywise gioca poco con la paura del buio. La paura atavica dell’uomo nei confronti dell’oscurità non è quasi minimamente sfruttata. Io pensavo che volessero risparmiare il clue per il secondo capitolo, invece qui si nota ancor di più il totale ripudio dell’oscurità.
Io, devo dirla tutta, non sono amante di quegli horror girati interamente al buio, in cui devi riguardare le scene al rallentatore anche solo per poter immaginare che cosa succede; ho disprezzato capolavori sulla scia di “the Descent” per il fatto che utilizzano il buio e la velocità delle scene solo per evitare di dover mostrare: tutto si risolve in quel caso in un generale “jumpscare” che può risultare patetico per chi invece cerca la suggestione di una scena ben fatta.
Una delle scene migliori del primo film, forse l’unica che fa leva sul buio, è la morte di Patrick Hockstetter, uno dei bulli della gang di Bowers.
Nel secondo film invece l’oscurità viene addirittura schifata; i pochi ambienti bui addirittura appaiono finti, privi di una concreta parvenza di minaccia. Ad un certo punto, nella tana di It, le torce dei personaggi perdono ogni utilità. Le “Luci Morte”, vera natura di It, tradotte sia nel libro che nel film con l’infelice espressione “Pozzi Neri”, bastano a illuminare l‘ambiente, e anche dopo che si sono spente la fuga dei perdenti si muove in quell’alone verde patinato che risulta fastidioso.
 
Anche la resa di scene che dovrebbero essere prettamente horror poteva essere migliorata facendo leva sul disgusto. Unica in questo senso è la citazione a “la Cosa” fatta con la testa di Stanley Uris: lo stesso effetto poteva essere utilizzato per la forma finale di Pennywise. Quest’ultima invece, alla sua apparizione suscita un senso di maestosità, ma non quel disgusto che vedrei a pennello in un orrore cosmico. Non so se avete presente il ragnaccio di “Kong, Skull Island”: se non sapete di che cosa sto parlando andatevelo a vedere, perché rappresenta un chiaro esempio di come si faccia un ragno gigante.
Non passa in secondo piano neanche l‘elemento violenza: parlando come uno che non ama particolarmente gli splatter, posso assicurare che non avrebbe guastato vedere qualche scena sanguinolenta in più: da amante del gotico preferisco certamente dare la priorità alle atmosfere, ma bisogna rammentare che It non è il signor Dracula dai guanti bianchi che uccide senza quasi che uno se ne accorga, ma un mostro sanguinario.
 
Nel suo complesso le anzidette scelte possono forse spiegarsi in una politica tesa a rendere la pellicola “family friendly”.
Io sono perfettamente d’accordo sul fatto che esista una ragionevole censura; per contro dobbiamo considerare anche il fatto che i ragazzini di oggi vedono di tutto. Io non dico che dovessero fare ad ogni costo un film vietato ai minori di anni 18: lavorando leggermente più sui fattori “buio”, “disgusto” e “violenza” il film non sarebbe stato comunque paragonabile per tensione e raccapriccio ad altri capolavori del genere e avrebbe con ogni probabilità comunque evitato ogni limite di censura nel nostro paese. Ma se vuoi fare un film horror e sperare che venga tutta la famiglia compresi i pargoli di più tenera età, allora cambia genere che è meglio.
 
Ma la cosa che più di tutte ha fatto inorridire in It… è It. Il mostro che ha imperversato per secoli straziando le carni dei bambini è qui ridotto ad un patetico buffone, capace a malapena di fare delle smorfie o delle battute da quattro soldi.
Ragazzi, stiamo parlando di It, mica della Vispa Teresa, mica di un Dracula che, seppur sia un signor mostro, rimane un mostro più “formato uomo”… It è un orrore cosmico, degno compare di quelli partoriti dalla geniale mente di H. P. Lovecraft.
 
Ricordiamo che Bill Skarsgard nel primo film aveva sfoderato un’interpretazione magistrale del personaggio: nel Bill-Pennywise, ancor più che nel Tim-Pennywise della miniserie del ’90, si percepiscono anche senza calcare troppo con gli effetti speciali la malignità del mostro, e anche il suo nascondere una natura ben più profonda e inquietante di quella di un semplice pagliaccio assatanato.
Ribadisco: il primo film non faceva paura per nulla, ma vedere Pennywise in quel film ti faceva intendere che non era un personaggio con cui scherzare: si pensi a quando, dopo essere sfuggito al lebbroso, Eddie si trova di fronte a questo clown, con gli occhi rossi che lo invita a raggiungerlo, sfoderando poi una risatina talmente folle da far diventare Joker più pallido di quanto non lo sia già. Tutti gli elementi che avrebbero potuto suscitare un minimo di risa servivano, e in buona parte riuscivano a tramettere una caricatura grottesca del personaggio. Nel libro queste parti non sono affatto rare: mi viene in mente in particolare la parte in cui Ben si trova di fronte ad un Dracula con le lamette Gillette al posto dei denti, e masticando con queste lame si scortica le labbra: una scena che in un primo momento suscita ilarità, ma che a pensarci a fondo trasmette quanto sia malata l’idea del personaggio.
 
Una delle cose che mi sarebbe piaciuto vedere di più già nel primo film è il tragitto dei Perdenti nelle fogne, che invece è appena abbozzato. Tuttavia la prima pellicola sfrutta ancor più questo tragitto di quanto non faccia il secondo: ricordiamo l’aggressione di Stan da parte di It che ha assunto le sembianze della donna del quadro e, cosa che mi ha ancor più sorpreso, il pozzo fognario in cui si trova la maestosa torre di rifiuti.
 
Qui invece tutto scomparso: percorso nelle fogne ridotto all’osso, la torre distrutta per far posto alla misera botola d’accesso alla tana di It. Questo particolare mi ha lasciato una certa tristezza, perché è stata rimossa una delle ambientazioni più suggestive del primo film, per permettere l’accesso ad una tana che non risulta altrettanto sorprendente. Vero è che la caverna in cui abita It non è la cosa più facile da immaginare (non è che spicchi per arredamento, neanche nel libro), tuttavia Muschietti, allo stesso maniera con cui ha creato la torre, poteva elaborare maggiormente l’ambiente, rendendolo più suggestivo e pure più inquietante.
Spenderò appena due parole sul rito di Chud: non mi è piaciuto. Intanto si tratta probabilmente di una di quelle cose inserite a forza “perché i fan lo vogliono”. Il rito dovrebbe essere un modo per uccidere It (e nel libro lo era), ma alla fine si scopre solamente che non funziona. Nel libro il rito non necessitava della pagliacciata degli oggetti, ma qui siccome serviva giustificare le scene di loro che se ne vanno in giro, allora hanno ricollegato il tutto al rito di Chud: per scoprire cosa? Che alla fine che quegli oggetti non servivano a niente!
 
Con la morte del fantoccio-It tutto si sfalda, ma a dire il vero tutto sembrava sfaldato già da prima.
Come se non bastasse la scena della fuga (l’ho rivista parecchie volte) contiene un errore logico che definirei abbastanza vistoso: mentre tutto crolla i Perdenti dovrebbero lasciare la caverna, percorrere strisciando il passaggio, risalire attraverso la botola fino al luogo del primo scontro, poi rifarsi il passaggio fino al pozzo e infine uscire dalla casa. Dico: o sono diventati Spiderman che riescono a fare tutta sta strada a tempo record senza che gli arrivi un pezzo della galleria o della fognatura in testa. Addirittura non è nemmeno chiaro come abbiano fatto a risalire il pozzo nella cantina della casa, se tramite l’uso di funi come nel primo film, o cosa (forse per lo stesso motivo non ci hanno mostrato nemmeno la discesa); infatti l’immagine dal tratto di fogna finale catapulta i perdenti direttamente nella casa.
 
Appena usciti dalla casa, questa sprofonda: It, il male che ha imperversato per Derry per secoli, è come se non fosse mai esistito. Anch’io, posso dire a questo punto, avrei voluto sprofondare per la delusione.
Il mio commento di It Capitolo 2 termina qui. Mi sono dilungato parecchio anche se, vista la mole di materiale costituita soprattutto dal libro, ci sarebbe ancora parecchio da dire. Mi pare comunque di aver toccato quelli che sono tutti i punti più rilevanti della storia. Spero di non avervi annoiato. Buona giornata!

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