Breve storia di un vitello prima di diventare hamburger

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BREVE STORIA DI UN VITELLO PRIMA DI DIVENTARE HAMBURGER

Premessa: Questo racconto all’apparenza solo animalista, vuole essere anche un monito per i giovani che si fanno ingannare da prospettive facili da raggiungere. Quando in realtà vengono manipolati.

Sono nato in una stalla. Tra un bue, mio padre, e quell’asino del fattore. A una certa distanza, c’era anche un mulo ad assistere. All’epoca le differenze fisiche tra quei due animali erano evidenti, ma i loro limiti intellettivi li rendevano talmente affini che spesso il mulo lo chiamavo asino e il fattore, ovviamente sempre asino. Com’è logico, il mulo ne soffriva e faticava ad accettarlo, ma non è colpa mia se è cocciuto come il fattore. Oggi, comunque quest’errore non lo commetto più. Il fattore è decisamente peggio del mulo.
Mia madre, invece, quando ho aperto gli occhi per la prima volta, non l’ho trovata. Piansi per la disperazione e per la fame. Solo più tardi, quando ho iniziato a capire qualcosa di questo mondo, ho scoperto il perché: doveva essere una femmina troppo emancipata e in carriera per dare il suo latte al suo cucciolo.
Per questo, “madre” come Natura intende, non lo è mai stata. E nessuno mi toglie dalla testa che doveva essere una mucca talmente produttiva da spingere una multinazionale a farla lavorare in esclusiva. E l’azienda doveva essere una di quelle che sanno valorizzare le tue capacità, che sanno farti crescere, che sanno sviluppare la parte buona di te e alla fine ti trasformano in un “capo”, altrimenti, lei, mia madre, col cavolo che ci sarebbe andata a lavorare per loro. Doveva essere proprio una forza, mia madre, peccato non averla conosciuta!
Bè, dicevo della stalla. Ecco, era come tutte le stalle del mondo. Immagino. Pareti e tetto di lamiera. Fredda d’inverno e rovente d’estate, poca luce, spazi angusti, tanti altri lì a muggire, a cagare e a scoreggiare.

La stalla in questo sembrava una camerata di cinquanta ruvidi soldati pronti a partire per il fronte per farsi ammazzare. Quello che non mancava mai, comunque, era il cibo, cioè un pastone disgustoso fatto con chissà cosa. E il fattore, mulo com’era, te ne dava anche se non ne potevi più. Doveva volerci un gran bene, il fattore. Ma come detto, era un asino, nel senso che non voleva ficcarsi nella zucca che quando hai la pancia piena non ti entra più niente, e invece lui, lì a metterti quel pastone davanti e a dirti “su! mangia che fa bene!” Qualche volta mi chiedevo se c’era qualcosa di meglio da ruminare, ma non riuscivo a immaginare nulla. Al pastone, alla fine, ci fai l’abitudine.

Avrei anche un nome: Vinnie. Me l’ha dato il fattore e per non dimenticarlo l’ha inciso su una placca metallica attaccata al mio orecchio destro. Che poi, a che sarà servito se non mi chiamava quasi mai? Boh. Ad ogni modo, quando lo faceva era, o per farmi vedere da un tizio coi guanti in gomma nera da serial killer che mi rovista dappertutto per poi infilarmi una cosa lunga e fredda su per il culo per chissà quale motivo, o per farmi fare un giro su un enorme tappeto verde e profumato chiamato “prato”. Quando mi trovavo in mezzo a questo prato avevo come l’impressione di trovarmi a casa, poi mi giravo verso la stalla e capivo che non poteva essere. I miei compagni di stalla dicevano che la casa è dove uno nasce. E c’era da credergli perché la stalla aveva la stessa forma della casa del fattore. In fondo noi e il fattore non eravamo così diversi. Pure lui era sempre in mezzo al fango o alla merda e a giudicare dal muso lungo e dagli orari di lavoro, non doveva passarsela bene.

Insomma, preferisco essere quel che sono piuttosto che essere fattore. Almeno io non mi dovevo spaccare la schiena per mangiare. Lo vedevamo che sgobbava e ci faceva una pena!
I miei compagni di stalla avevano più o meno la mia stessa età. Eravamo tutti giovani ed esuberanti, ma avevamo poche occasioni per sfogarci. Per fortuna tra l’uno e l’altro c’erano delle robuste sbarre di ferro, sennò ci sarebbero state risse continue, e le cornate si sarebbero sprecate. Cosa che però non sarebbe successa con il vitello di destra, Bart, e quello di sinistra, Darrell, perché erano grandi amici.
Quando non eravamo impegnati a ruminare, il che, fidatevi, richiedeva moltissimo tempo e ci teneva la bocca e il cervello occupati, ci raccontavamo tutto, perfino i sogni. Perché, sapete, sognavamo. E pure spesso. Secondo me non era perché avessimo chissà quanta fantasia, ma perché se non lo facevi, uscivi fuori di testa. Facevamo una vita veramente merdosa. Ecco. Comunque, chissà com’è, il tema ricorrente dei nostri sogni era sempre il prato. Con tutto che nessuno aveva capito a cosa servisse.

Bart, il più focoso di noi tre, raccontava di aver sognato un prato popolato di creature simili a noi ma molto più sinuose e attraenti. Secondo me aveva le allucinazioni, e credo che il pastone c’entrasse parecchio. A me per esempio, quando ne mangiavo un po’ troppo, capitava di sentire uno strano calore laggiù in fondo, sotto la pancia. Avrà fatto pure bene quel pastone, ma credo che neanche l’allevatore sapesse cosa ci fosse dentro. Per questo avevo deciso di andarci piano. E poi non avrei saputo come comportarmi con le creature del sogno di Bart. Lui diceva che erano belle, che se ti guardavano con quegli occhioni ti scioglievi tutto, che quando facevano “muuuu” era come se ti dicessero “che aspetti a farti avanti?”. Darrell, invece, mangiava veramente poco. Diceva che era perché la digestione gli rallentava il ragionamento, insomma…gli impediva la riflessione. Darrell, infatti, era l’intellettuale del gruppo. Ed era veramente strambo. Parlava poco e quando lo faceva ti sorprendeva con domande assurde del tipo: “ehi, Vinnie, ti capita mai di avere voglia di uscire da qui e andare lontano?” oppure: “oh, secondo te quante altre stalle come questa ci saranno in giro?” Darrell doveva avere qualche rotella fuori posto. Ma mi faceva crepare dalle risate con le sue sparate. Io gli volevo un gran bene. Bart invece era il toro del gruppo. Nel senso che era grosso e minaccioso.

Io e Darrell gliel’avevamo detto di darsi una calmata, ma lui rispondeva che non ci poteva far nulla, che era il suo istinto. Ma sapevamo benissimo che era l’effetto pastone a stimolarlo. Un giorno quell’asino del fattore l’ha chiamato e se l’è portato fuor sullo spiazzo dove c’era un tizio che se l’è squadrato e ha annuito. Poi i due si sono scambiati dei foglietti di carta e si sono stretti la mano. E Bart non è più tornato. Darrell diceva che Bart era troppo in carne per rimanere con noi, lì in quella stalla. Che ce ne dovevano essere altre per quelli come Bart. Più spaziose e col soffitto bello alto. Comunque prima se n’era andata mia madre e poi Bart. Così ho capito che l’unico modo per uscire di lì era proprio quello di seguire l’esempio di Bart. Così mi sono messo a mangiare di brutto. Al fattore non gli sembrava vero che volessi continuamente il pastone. Ruminavo così tanto che non avevo tempo neanche per fare due chiacchiere con Darrell. Lui ci provava pure, girava il collo, mi guardava corrucciato e poi mi diceva:“Vinnie, che ne dici di farci un giro? Dai scalciamo un po’, muggiamo e vedrai che il fattore ci libera sul prato”. Ma io che mi ero messo in testa di diventare grosso, lo ignoravo.
Dopo qualche mese ero diventato un bel vitellone. Tanto grasso che non entravo quasi più tra le sbarre. Ero proprio contento. Darrell, invece, era sempre più magro. E l’allevatore non doveva vederlo di buon occhio così l’ha preso e l’ha messo a sgobbare. Di giorno lo vedevo che passava davanti alla stalla mogio mogio che tirava un carro o un grosso attrezzo chiamato aratro. L’allevatore, a un certo punto, l’ha anche spostato di stalla. L’ha messo in quella dei muli e dei maiali. Che affronto per uno della sua intelligenza! Beh, se l’è voluta, dico io. Doveva solo pensare a mangiare e farsi grasso. Invece ecco cosa succede quando uno si fa delle domande strane. Che tra l’altro non hanno risposte.
Al posto di Bart e di Darrell, sono arrivati due vitellini appena svezzati. Mi facevano una tenerezza! Uno si chiamava Chuck e l’altro Ernie. Ma si assomigliavano così tanto che faticavo a riconoscerli e mi sbagliavo sempre. Da fratellone gli ho subito consigliato di mangiare più pastone possibile, che così crescevano e potevano trovare una stalla migliore di questa, ma sembrava che il pastone non gli piacesse molto, facevano una faccia quando l’allevatore gli riempiva la mangiatoia!
I primi tempi erano giù di corda e la notte piagnucolavano di continuo che volevano la loro mamma. Che dovevo fare? Beh, gli ho raccontato di mia madre e gli è passata. Così si sono messi a ruminare e a dormire, a dormire e a ruminare. Sono venuti su che è una meraviglia. Certo io, nel frattempo, sono diventato uno vitellone da far invidia. Mi sentivo pronto per il grande salto. Dovevo solo aspettare la mia occasione. Che arrivò a primavera con la fiera annuale degli allevatori.
Ne avevo solo sentito parlare in giro e avevo solo una vaga idea di cosa fosse. Poi il mulo, che i suoi anni ce li aveva tutti, mi spiegò nel dettaglio che era come un’enorme fattoria dove allevatori e animali si incontravano per poi organizzare viaggi interculturali nelle altre fattorie. Poteva capitare, per esempio, che una gallina o un maiale della fattoria di Tom fossero scambiati con un mulo o un vitello di quella di Curt. O poteva pure essere che un vitello passasse da una fattoria ad un’altra solo perché era bello grasso come me. Così ho aumentato la dose giornaliera di pastone e l’allevatore non ha potuto fare a meno di portarmi alla fiera.
Bè, vi assicuro che quel giorno è stato memorabile. Mi ha svegliato all’alba e mi ha caricato su un camion tutto sbilenco insieme a una manzetta pezzata che era uno schianto. Julie si chiamava. Abbiamo subito rotto il ghiaccio. Durante il viaggio ci siamo strofinati, ma non siamo andati oltre. Credo, però, di essermi innamorato, perché da quel giorno non faccio che pensare a lei.
Arrivati alla fiera ci hanno separati nonostante protestassi muggendo a gran voce. Poi sono stato messo in mezzo a un’enorme spiazzo recintato insieme ad altri vitelloni come me.
Saremmo stati più di venti, ognuno con un numero differente attaccato al collo. Io avevo il n°7 con un numero molto più grande sotto seguito da “kg”. Gli allevatori non facevano che discutere animatamente e a scambiarsi quegli strani foglietti di carta.
Alla fine è arrivato un tizio molto più elegante del mio allevatore che mi ha fatto montare su un camion superlusso. Lì dentro eravamo davvero tanti, di ogni età e razza. Vitelloni, manzi e mucche. Forse c’era anche Julie. Durante il viaggio mi è venuto da pensare che la stessa cosa doveva essere capitata a mia madre e a Burt. Così mi sono detto:“bravo Winnie, ce l’hai fatta!”
E così adesso mi trovo qui, in quest’enorme stalla climatizzata, insieme a tanta altri della mia specie. Come c’era da aspettarsi questa stalla è bella alta e spaziosa. L’unica stranezza è che c’è un incessante viavai di facce nuove. In una settimana, molta gente che conoscevo di vista, è scomparsa. Avranno cambiato stalla, dico io. Certo è difficile immaginarne una meglio. Oltre al fieno fresco che ti solletica il naso, ogni tanto ci danno le barbabietole. Come sono dolci e come vanno giù bene! Altro che pastone. Gli umani che ci accudiscono, poi, sono delle gran brave persone. E’ proprio il tipo di gente che te le immagini raccogliere un gattino per strada per poi portarselo a casa e riempirgli un piattino col latte fresco o soccorrere un cucciolo di cane abbandonato dal padrone. E poi sono così simpatici con quelle tute arancioni addosso! Il loro compito sembra sia solo quello di riempire le mangiatoie ma lo fanno con tanta gioia che alla fine ci danno delle pacche amichevoli sui nostri quarti posteriori come a dire “ti voglio bene, fratello”. Ogni tanto compare dal nulla un tizio con un camice bianco che da ordini agli umani con le tute arancioni. Per lo più è per formare un gruppo di noi da spostare in un’altra zona della stalla. Sarà per socializzare con gli altri. Dico io.

La stalla sarebbe un vero paradiso se ci fosse meno confusione. Siamo tanti qui dentro. Tra il nostro calpestare, il nostro scorreggiare, il nostro muggire e una voce potente come quella del mio allevatore che ogni tanto esce da un cono messo lì in alto, non si capisce neanche una parola di quel che ha da dirti il tizio accanto a te. Oggi per esempio, mentre parlavo con manzo dall’accento scozzese che mi stava spiegando che i prati sono fantastici perchè puoi mangiare quanta erbetta fresca vuoi, veniamo interrotti da un annuncio. Tra il volume altissimo e l’eco, ho capito solo che un gruppo chiamato M18 doveva essere portato al gate n° 13. Poi vedo tre o quattro tute arancioni che si avvicinano al mio gruppo e con molta delicatezza ci spingono verso un portone.
Così andiamo avanti. Mentre il portone si avvicina, mi assale la strana sensazione di essere attirato da una forza sconosciuta. Mi agito, scalcio, muggisco per far capire che sono inquieto. Quelli, per rassicurarci, ci accarezzano la testa proprio in mezzo alle corna. Ma non serve a niente perché l’istinto non sbaglia mai. Sta succedendo qualcosa di strano, forse terribile. Più mi avvicino, più avverto un rumore assordante che copre i muggiti. Quando varco la soglia, vengo incanalato in un tunnel di sbarre metalliche e mi trovo dietro al culo di una vacca di mezza età che potrebbe essere mia madre. Per socializzare le chiedo da dove viene. Lei si gira, sbava e mi risponde: “da molto lontano ragazzino. Il viaggio è stato snervante, ma ne è valsa la pena, sai? Dopo aver dato migliaia di litri di latte all’azienda togliendoli dalla bocca dei miei figli mi sto godendo il soggiorno in questa stalla meravigliosa. Credo proprio sia il premio di fine carriera. Quindi stai tranquillo che hai una faccia come se avessi visto un fantasma! Comunque, com’è che sei capitato qui? Cosa hai fatto di tanto speciale per entrare alla Vinnie’s hamburger industry?

“Niente. Ho ruminato più che potevo” le rispondo un po’ impertinente. Poi, mentre mi convinco che il mio istinto ha preso una grossa cantonata, mi viene da riflettere sulla clamorosa coincidenza col mio nome, e su cosa significhi esattamente “hamburger”.

Niente da fare, non ci arrivo, anche perchè vengo sopraffatto da muggiti strazianti e dall’odore forte del sangue. Mi agito e mi guardo intorno. Siamo tutti terrorizzati, a un certo punto alla mia destra scorgo Julie che mi guarda come per dire “peccato non averti incontrato prima”. Poi penso a Darrell. Aveva ragione lui. Come lo invidio! Ora starà scorazzando su quei prati verdi pieni di erba fresca e profumata assaporando la libertà. Intanto si chiudono le sbarre alle mie spalle e vengo immobilizzato da enormi ganasce. E si fa tutto buio. Ragazzi, mi sento così impotente. So che sto per morire e ho tanta paura che cago sfrenatamente. E chissà com’è, mi viene da pensare al mio allevatore… e dico fanculo lui, i suoi compari e chi in un modo o nell’altro è stato complice del mio sacrificio! Dentro di me intanto monta una rabbia che mi fa muggire come non avevo mai fatto prima…fortuna che una punta d’acciaio mi sfonda il cranio, mi devasta il cervello e mette fine a tutto altrimenti…

P. S. Ultimissimo pensiero concepito mentre il fottuto cuneo metallico si trova a metà strada tra il mio lobo frontale e quello occipitale: chiunque volesse ritrovare l’essenza di quel che ero, assaggi un Vinnie’s burger con nachos alla parika, con sopra qualche cetriolino sott’olio e una punta di senape. Vedrà che squisitezza!

Alessandro Genovese
Opera letteraria depositata e registrata.