Bianco o nero

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So di un bambino che si diverte nella sua stanza stracolma di giochi assemblati da altri bambini come lui.
So di uno di loro che mangia ogni giorno un omogeneizzato diverso, perché deve abituarsi al gusto, mentre un altro cresce con una ciotola di riso che onestamente non so nemmeno che sostanza abbia.

So di un bambino, che ad otto anni imbraccia un fucile, ed è pronto a spararmi in testa se varco la soglia del campo di canapa di suo zio, mentre un altro, della stessa età, guarda la tv e racconta al padre di quando da grande farà il soldato, perché i soldati salvano le persone.

So di un bambino che sta cercando in questo momento dei pezzi di rame dentro l’immondizia, mentre ce n’è uno, all’altro capo del mondo intento a scartare l’ennesimo gioco elettronico, che finirà per riempire un altro contenitore. Di plastica.
So di un bambino che beve dalla pozzanghera, inginocchiato come un cane, e anche di un altro al quale danno solo acqua fatta apposta, in bottiglietta piccola, col beccuccio per facilitarlo, e poi ha l’aggiunta di sali minerali.
So di un bambino che cambia tettarella 4 volte nei primi mesi di vita, e di un altro che dopo aver svuotato del poco latte il seno morto della madre, inizierà a conoscere i morsi della fame.
So di un bambino che ride chiedendo “perché…perché…perché…perché” e di un’ altro che dopo qualche pugno ha capito che “perché” è una parola da non pronunciare mai.
So di un bambino aiutato nei compiti dal padre, dalla madre e dalla sorella più grande, e so che lo fa usando penne assemblate da un’ altro bambino come lui, che forse, non sa nemmeno scrivere.
So di un bambino accompagnato al circo perché “almeno sta buono un pomeriggio”, e so di un altro bambino, della stessa età, che munge le pecore e dà un nome ad ognuna di loro.
So di un bambino che pesta i piedi per le caramelle e di un altro che vende il corpo per un gelato.
So di uno che viene disinfettato e consolato per un taglietto, e di un altro a cui son stati recisi i tendini perché facesse più pena quando chiede l’elemosina per strada.
So di un bambino con la paghetta settimanale, e di altro che dopo una settimana di miniera ha come paga il vitto per la settimana successiva.
So di un bambino che corre, in un parco con scivoli e altalene, e di un altro che poggia a terra la gamba risparmiata dalle mine.
Io sono solo un adulto.
Uno stupido adulto intento a lavorare e pagare bollette.
Intento a lamentarmi perché i soldi non bastano mai.
Ma vorrei un giorno, portare il bambino che gioca a conoscere quello che costruisce.
Vorrei che quello con la bottiglietta in plastica, usa e getta, fatta a misura per lui, vedesse l’ altro inginocchiato come un cane mentre beve larve di zanzara che lo uccideranno.
Vorrei mostrare a quello con il cerotto disegnato, la zoppia infame dell’altro, che cammina con i tendini lacerati.
Vorrei mostrare, al bambino che applaude al domatore di elefanti, l’affetto che l’altro mostra nei confronti delle sue pecore.
Vorrei che i bambini fossero bambini, ma consapevoli, informati, realisti, empatici, affascinati, coraggiosi.
Perché se loro da oggi sapessero la verità, sarebbero capaci di fare un miracolo da adulti.
Il miracolo di non farsi rubare dalla vita la convinzione di essere uguali agli altri.
Da una parte all’ altra del globo.
E accarezzo questo sogno mentre accarezzo te, che ancora non lo sai, ma sei nata in quella parte di mondo che ha tempo di studiare cento tipi di diete, mentre l’altra aspetta le briciole che cadono dal tavolo in cucina.

Sonnessa Gianluca

tratto da

“Pensieri sparsi di un pendolare assonnato”

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Gianluca Sonnessa
Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.